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1. Calendario

 

La prima sezione riguarda il calendario, o meglio la rassegna di alcune tra le principali fonti che ci informano sugli usi e i costumi durante le tradizionali feste che ritmavano il susseguirsi delle stagioni e le attività di sussistenza in Valcamonica.

Le usanze documentate nelle Alpi centrali sono ampiamente attestate (ed erano condivise) nel vasto ambito territoriale europeo, per allargarsi ad orizzonti ancora più ampi. Intensamente indagati già a partire dal secolo passato, i gesti rituali e le credenze tradizionali, sono stati progressivamente osservati da diverse prospettive. In effetti su questo terreno si sono confrontate le maggiori scuole etno-folkloriche.

Per non appesantire la già vasta rassegna si è quindi voluto riportare le fonti originali senza commento e senza trattazione, rinviando l’approfondimento alla bibliografia di riferimento.

 

 

 

 

Nodo di Salomone, segno di tabellionato del notaio G.G. Celeri, 1560, Museo camuno di Breno

 

 

 
Fino a qualche secolo fa la data del Capodanno variava a secondo gli stati e in Italia addirittura di città in città. A Firenze, fino al 1749, vigeva lo Stile dell’Incarnazione (25 marzo), e lo stesso a Roma; a Venezia, fino al 1797, il capodanno era fissato il 1° marzo, a Milano nel giorno della Natività, il 25 dicembre. D’altronde nell’antica Roma il Capodanno del 1° gennaio, che secondo la tradizione sarebbe stato fissato dalla riforma di Numa, stentò a sostituire quello arcaico al 1° di marzo (A. Cattabiani 1991, p. 115).

 

 

Il Calendario negli statuti di Valcamonica del 1624

Da: “Statuti di Valcamonica (1624)”, Libro I, trad. a cura di M. Ricardi, Edizioni S. Marco, Cividate Camuno, Bs, 1977, pp. 79-83.

 

Festività (giorni nei quali non si amministra la giustizia)

 

Gennaio

1        Circoncisione di N.S. Gesù Cristo fino all’ottava esclusa

17      S. Antonio con il giorno precedente e il seguente per le faccende degli uomini

20    SS. Fabiano e Sebastiano

25      Conversione di S. Paolo

 

Febbraio

2        Purificazione della beatissima Maria Vergine

14      S. Valentino

15      SS. Faustino e Giovita

24/5 S. Mattia apostolo e vigilia

 

Marzo

19      Giuseppe

21      Benedetto

25      Annunciazione della Maria Vergine

Tutti i venerdì del mese per rispetto della Passione

 

Aprile

23    S. Giorgio

24    S. Marco

 

Maggio

1        S. Giacomo e Giovanni apostoli

3        Invenzione della Santa Croce

17      S. Sito protettore e avvocato della Valle

20      S. Bernardino

 

Giugno

11      S. Barnaba apostolo

13    S. Antonio da Padova

24    Nascita di S. Giovanni Battista e vigilia

29 SS. Pietro e Paolo apostoli e vigilia

 

Luglio

2        Visitazione di S. Maria ad Elisabetta

10       S. Maria Maddalena

25    S. Giacomo apostolo e vigilia

Tutti gli altri giorni per la raccolta delle messi

 

Agosto

1        S. Pietro in vincoli

5       S. Maria della Neve

6       Trasfigurazione di Gesù Cristo

10      S. Lorenzo e vigilia

15    Assunzione della Beata Vergine e vigilia

16    S. Rocco

25    S. Bartolomeo apostolo e vigilia

28      S. Agostino

29      Decollazione di S. Giovanni Battista

 

Settembre

8       Natività di Maria

14    Esaltazione della S. Croce

21      S. Matteo apostolo e vigilia

22      S. Maurizio protettore della Valle

29    Dedicazione di S. Michele

30    S. Girolamo dottore

Tutti gli altri giorni dal 20 compreso e sino alla fine del mese per le vendemmie

 

Ottobre

4        S. Francesco protettore, eletto nella riforma di questi statuti

7       S. Giustina vergine, per la vittoria navale conseguita in questo giorno dal nostro dal nostro Serenissimo Ducale Dominio contro i Turchi

18      S. Luca evangelista

28    S. Simone e Giuda apostoli e vigilia

31    Vigilia di Ognissanti

Tutti gli altri giorni e fino a tutto il mese per le vendemmie

 

Novembre

1     Ognissanti

2     Commemorazione dei defunti

4     S. Carlo

11    S. Martino

21    Presentazione della Beatissima Maria Vergine

25    S. Caterina vergine e martire

30    S. Andrea apostolo e martire

 

Dicembre

6     S. Nicola

7     S. Ambrogio

8     Concezione della Beatissima Maria Vergine

13    S. Lucia, su proposta del Consiglio Generale del 29 marzo 1469

21 S. Tomaso apostolo e vigilia

25    Natività di Nostro Signore Gesù Cristo e vigilia e per tutto il resto del mese



 

Cap. 116     Quali festività si intendono in onore di Dio e quali no (pp. 82-83)

Non si intendono consacrati a Dio i sei giorni precedenti le Ceneri (la settimana di Carnevale), i giorni festivi per la raccolta delle messi e delle vendemmie, i sabati, le vigilie, il giorno precedente e quello seguente a S. Antonio, i giorni delle rogazioni, i giorni delle Quattro Tempora, i giorni di Venerdì del mese di marzo.

 

 

Poiché, come si vede, la forma ciclica del tempo tradizionale non ostacolava il diverso posizionamento (da regione e regione) del capodanno tra il solstizio invernale e l’avvento della stagione primaverile, iniziamo la nostra rassegna dai giorni immediatamente precedenti il Natale cristiano. Essi non possono però essere disgiunti dalle precedenti festività autunnali (S.Martino, giorni dei morti) che già nell’antico calendario celtico inauguravano il capodanno, aprendo il Samain, la metà scura dell’anno (che precedeva la metà chiara, Beltane, il primo maggio).

 

 

S. LUCIA (13 dicembre)

 

Il profondo simbolismo solstiziale legato alla Santa, “messaggera di luce”, è totalmente assente nella sua agiografia ed è ben comprensibile alla luce del fatto che nel XIV secolo, a causa dello sfasamento tra anno solare e calendario giuliano, il 13 dicembre coincideva con il solstizio di Inverno (A. Cattabiani 1991, pp. 68-69).

 

Per un’antichissima tradizione, probabilmente venutaci da Venezia, i bambini, alla vigilia della festa di S. Lucia (13 dicembre) esponevano alla finestra o sul cassettone della camera da letto un piccolo cestello con un po’ di fieno per l’asinello della santa. I più premurosi aggiungevano anche qualche grano di sale e una scodella di acqua (L. Ertani 1979, p. 68).

 

 

NATALE

 

Già citato in un Cronografo del 354 d.C., il Natale trae sicura origine in una celebre festa della Roma imperiale: la celebrazione del solstizio invernale e di Sol Invictus, divinità solare di Emesa introdotta dall’imperatore Aureliano (270-275 d.C.) e celebrata il 25 dicembre con cerimonie e giochi, fra cui trenta corse di carri. La sovrapposizione tra la festa “pagana” e il Natale cristiano fu facilitata dalla naturale identificazione tra Cristo e il Sole, il Natale (A. Cattabiani 1991, pp. 69-80).

 

L’antivigilia di Natale, in alcuni paesi, ricorre la così detta séra gnochéra [le atre due sono capodanno e l’Epifania], nella quale si fanno mangiate pantagrueliche di gnocchi (…) Chi che disúna miga de Nedál, i conós né ’l bé né ‘l mal. E che digiuno alla vigilia di Natale, una volta! (A. Canossi, 1930, p. 31).

 

 

CAPO D’ANNO

 

Alla vigilia di Capodanno, riferisce Frazer, i ragazzi Boemi, armati di fucili, si disponevano in circolo e sparavano tre volte in aria, per spaventare e fare fuggire le streghe. Nel Labruguière, un cantone della Francia meridionale, alla vigilia dell’Epifania, che equivale simbolicamente al Capo d’anno, la gente corre per le strade suonando campanacci e sonagli, e facendo ogni sorta di rumore. Poi al lume delle torce si scatena un fragore assordante con il quale si spera di scacciare dalla città tutti i demoni vaganti (A. Cattabiani 1991, p. 118).
 

 

In Val di Saviore la notte di fine anno era chiamata notte encrusera poiché “un gruppo di giovanotti (faceva) la visita delle vie, dei cortili, delle stalle aperte e (costruiva) coi tronchi d’albero, le fascine di legna, gli abiti, i mobili, le masserizie le più disparate, delle vere e proprie barricate nei crocicchi e specialmente davanti alla chiesa” (D.A. Morandini, 1927, pp. 58-59).

 
La notte dell’ultimo dell’anno è la notte in cui i giovinotti giocano dei tiri barboni alla buona gente che, senza sospetto, se ne sta al calduccio delle stalle a chiacchierare e a lavorare. E’ la notte dei malefíse o dei garabòcc, come si dice, e i più svariati oggetti vengono involati qua e là e portati lontano e accatastati per le vie o sulla piazza; lasciando poi ai proprietari di andarseli a cercare, la mattina (A. Canossi 1930, p. 32; L. Ertani 1979, p. 68).
 
In questa ricorrenza, tempo fa, alcuni giovinotti, con una stadera, andavano di stalla in stalla a pesare le giovani, e buttavan loro una manata di sale in testa, perché si conservassero buone per l’anno nuovo (A. Canossi 1930, p. 25).
 

 

 

EPIFANIA

 

La festa cristiana dell’Epifania, che cade nella data paleoegizia in cui si festeggiava il nuovo sole, si diffuse intorno al IV secolo in Occidente, e fu adottata a Roma nel V d.C.

La notte dell’Epifania è considerata magica: gli animali parlano nelle stalle e nei boschi. Prima della consuetudine natalizia era la Befana a dispensare i regali ai bimbi.

Il suo nome deriva dall’aferesi del latino Epiphânia (Pifania>Bifania>Befania>Befana), tentativo evidente di cristianizzare il misterioso ed inquietante personaggio trasformandolo nella personificazione femminile della festa. La cerimonia è collegata al “passaggio” tra un anno e l’altro, al rinnovamento cosmico. La vecchia viene infatti bruciata o segata; gli zampilli di fuoco che fuoriescono da essa propiziano e garantiscono il rinnovarsi della vita e della fertilità nei campi. Dolciumi e regalini potrebbero essere visti come i “semi” dai quali risorgerà la primavera.

In varie nazioni europee fino a qualche decennio fa si eleggeva, il giorno dell’Epifania, un Re della Fava, così chiamato perché aveva trovato una fava nascosta nella focaccia tipica di questa festa. A sua volte il re nominava una Regina (secondo una tradizione che risale ai Pitagorici, la fava sarebbe il simbolo dell’incessante ciclo di vita e di morte, poiché essa nasce, come l’uomo, nella putrefazione) (A. Cattabiani 1991, pp. 110-115).

 

A Prestine, Ceto, Cemmo e altrove, ai parenti e agli amici, si offre vino, nocciole, noci e castagne. Questa usanza si chiama gabinòt o gabinàt (A. Canossi 1930, p. 25).

 

E’ ancora molto in voga, invece, il “Gabinat” o “Gabinot” (pare termine derivato dal tedesco “Goben-Nacht” notte dei doni. Qualcuno lo vorrebbe derivato da un antico vocabolo dialettale che significa “Gabbato”). A Vezza si aspettano i Magi, alla Vigilia dell’Epifania, accendendo molti fuochi lungo le stradelle dei pendii; di fronte alla frazione Davena, sulla neve, viene costruita una enorme stella a cinque punte con i gusci delle chiocciole riempiti d’olio e accesi come tanti lumini…

La mattina dell’Epifania alla prima persona che si incontra bisogna rivolgere il saluto “Gabinat!” di sorpresa. In cambio si riceve una focaccia. Così a Prestine e altrove c’è usanza di offrire, specie ai parenti, un po’ di tutto quello che si ha in casa (L. Ertani 1979, p. 65).

 

 

Il Badalisc di Andrista

 

Foto da Guiotti 1999.

 

Ad Andrista (Val di Saviore), la notte tra il 5 e il 6 gennaio, i giovani del paese si recano nei boschi per catturare lo strano essere che possiede tratti che ricordano il serpente e la capra, ha occhi lucenti, una grande bocca e lunghe corna; il suo ingresso in paese è accompagnato da alcune maschere, tra cui figurano il giovane, il vecchio, la vecchia e la signorina (che è l’esca per gli appetiti sessuali dell’animale), oltre alle “vecchie befane” che percuotono bidoni del latte e di “pastori barbuti che muovono passi incerti appoggiandosi al bastone ricurvo”…

Il Badalisc viene condotto in giro per il paese tenuto ad una corda, poiché durante il tragitto si scaglia contro le persone. Giunti in piazza (ma una volta avveniva nella stalla) inizia il discorso (la ’ntifunada), che avviene attraverso un interprete che oggi legge il testo consegnato dallo stesso Badalisc, ma che una volta era invece improvvisava direttamente, a braccio.

 

Durante il discorso un “torvo gobbetto” che all’entrata del paese aveva ingaggiato un “rustico duello” con l’animale, percuote ritmicamente, con forza, il suo bastone.

Il discorso, in cui vengono rivelati tutti i “peccati” e gli intrallazzi della comunità, finisce con balli, festa e scorpacciate. La sera si mangia poi la cosiddetta polenta del Badalisc.

Fino a poco tempo fa, i bambini di Andrista facevano una questua nelle case per tutto il tempo di permanenza del Badalisc mentre, in passato, per le donne era tabù vedere o sentire il discorso del Badalisc; se una donna era sorpresa a partecipare, il giorno dopo le si negava la Comunione.

 

Il rito del Badalisc presenta forti analogie con le Bosinade o Businade, e cioè l’uso di comporre (in prosa o poesia, scritti o improvvisati a braccio) brani satirici in cui vengono denunciate, da un cantastorie (il Bosìn), la malefatte della comunità. Queste usanze, attestate nel XVI sec., erano diffuse in tutta l’Italia settentrionale e deriverebbero dalle celebrazioni “purificatorie” di Capodanno (G. Barozzi e M. Varini, 2001).

 

Il presunto legame del rito di Andrista con le credenze sull’esistenza del basilisco, fantastico serpente (mezzo lucertola e mezzo serpente; con la testa di gatto, ma “quadrata”; oppure simile ad un rospo) che incenerisce ogni cosa su cui si posa il suo sguardo, diffusamente nell’italia settentrionale, oltre che a Cevo, presenta invece aspetti problematici ancora tutti da chiarire.

 

 

 

I sette dormienti nella spelonca, maestro emiliano, sec. XVI, tempera su tela Museo camuno (foto Arrighetti e Tomasoni)

 

S. ANTONIO (17 gennaio)

 

Il lungo periodo che preludeva alla primavera, ovvero all’antico capodanno romano, era contrassegnato da cerimonie per purificare gli uomini, gli animali e i campi, favorendo così il rinnovamento cosmico. Alla fine di gennaio (gli ultimi 15 giorni) si indicevano le ferie sementine durante le quali si procedeva alla lustrazione dei campi e dei villaggi, e si offriva a Cerere e a Terra una pozione di latte e mosto cotto, sacrificando loro una scrofa gravida accompagnata da un’offerta di farro, mentre le giovenche venivano inghirlandate e lasciate a riposo.

S. Antonio ha poco a poco assunto le funzioni delle divinità pagane che l’hanno preceduto: ancora oggi si benedicono gli animali sul sagrato delle chiese dedicate al santo, mentre le sue immagini sono utilizzate come amuleti nelle stalle; fino a pochi decenni fa era diffusa anche l’usanza di fare offerte in natura ai preti.

Sant’Antonio è considerato anche guaritore dell’herpes zoster, credenza che gli agiografi collegano all’usanza di accendere grossi falò nella notte che precede la festa. Il fuoco in questo contesto ha una funzione purificatrice, brucia ciò che resta del vecchio anno. Ma secondo la spiegazione popolare S. Antonio sarebbe il padrone del fuoco e il custode dell’Inferno (A. Cattabiani 1991, pp. 125-133).

 

 

A Corteno le donne, a piedi nudi, vanno al santuario del Santo Abbate, e offrono un po’ di lana per la èsta de Sant’Antone. La lana viene venduta subito all’incanto, e il ricavo va alla chiesa (A. Canossi 1930, p. 27).

 

A Rino si accendevano grandi falò e si sparavano colpi di mina (L. Ertani 1979, p 66).

 

 

S. PAOLO (25 gennaio)

 

Si tagliavano a metà i bulbi di cipolla (scudilì), si metteva del sale e, a seconda di quanto sale si era “sciolto”, si pronosticava la piovosità dei dodici mesi.

 

 

MADONNA DELLA CANDELORA (2 febbraio)

 

Si legge nel Lunario Toscano del 1805, che la benedizione delle candele fu istituita per togliere un antico costume dei fedeli che in questo giorno percorrevano la città con torce accese in onore della falsa dea Februa (ovvero Iunio Februata, patrona delle nascite, che veniva celebrata sul Palatino alle Calende di febbraio). La purificazione della Vergine venne così a coincidere con la festa pagana dedicata a Giunone e ai Lupercali. L’usanza di benedire le candele pare sia di origine francese, e successiva alla processione (è documentata a Roma tra IX e X sec.) (A. Cattabiani 1991, p. 137).

 

 

Durante la Purificazione di Maria Vergine vengono benedette le candele che saranno distribuite ai fedeli, che se ne servono per vari usi (accendendole fuori quando minacciano tempeste, calamità o la grandine o quando le donne sono in preda al parto, o durante le agonie dei moribondi, e ne usano la cera per curare geloni e screpolature della pelle).

 

 

CARNEVALE

 

Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo si svolgevano a Roma alcune feste dalle connotazioni carnascialesche. La prima, Equiria, che cadeva il 27 febbraio e si ripeteva il 14 marzo, era dedicata a Marte (a Marte era dedicato il primo mese del calendario arcaico) ed era caratterizzata dalle corse di cavalli che, secondo Dumézil, simboleggiavano la chiusura dell’autunno e l’apertura della primavera. Il 1° marzo i Salii, danzatori di Marte e Quirino, percorrevano le vie saltellando propiziando il dio della guerra affinché proteggesse Roma dai nemici e il dio Tranquillus perché tutelasse la prosperità e la pace interna. Le danze sancivano l’apertura dell’anno e culminavano con un lauto banchetto al tempio di Marte. Il 14 o il 15 di marzo la folla portava in processione un uomo coperto da pelli di capra e lo colpiva con lunghe bacchette bianche, chiamandolo Mamurio. L’essere sembra personificare il vecchio anno.
In Grecia il mese di anthesteriòn (febbraio-marzo), che segnava il passaggio tra inverno e primavera, era consacrato a Dioniso, il dio nato due volte che, come scriveva Eraclito, è Ade quando regna sui morti, Dioniso quando li resuscita. Le feste delle Antesterie duravano tre giorni che, soprattutto il secondo, erano segnati dal ritorno dei morti, considerati portatori di fertilità. I tre giorni erano consacrati all’ubriachezza e all’euforia sfrenata, ed erano contrassegnati dal passaggio del carro dionisiaco, portatore della rigenerazione cosmica. In Babilonia l’equinozio primaverile segnava il rinnovamento dell’anno, riettualizzazione dell’originaria creazione del cosmo per opera di Marduk, dopo la vittoria nella lotta con Tiamat o il Drago. Il periodo di passaggio, di lotta e di caos veniva trascorso in libertà sfrenata, in una sorta di capovolgimento delle regole sociali (A. Cattabiani 1991, pp. 149-153).

 

Il mondo alla rovescia

I caratteri costituenti del Carnevale sono il mascheramento, il rovesciamento, la presenza ostentata di eccessi, la messa in scena della lotta tra entità opposte, infine la morte del Carnevale. Glauco Sanga ha osservato che il Carnevale non è riducibile ad una valvola di sfogo per l’istintività repressa nel resto dell’anno: “i comportamenti carnevaleschi non sono liberi ma costretti: si deve ridere, si devono scatenare gli appetiti non solo e non tanto in forma rituale, quanto in forma eccessiva (G. Sanga, Personata libido in AA.VV., Interpretazioni del Carnevale, “La ricerca folklorica” 6, 1982, p. 2).

 

Una congrega vicariale di Milano del 1674 (Can. XXIV) si preoccupa della combustione agreste e notturna dell’effigie del Carnevale. Ma, quel che più conta, ricorda certi falò di paglia, di fascine o comunque di vili combustibili, molto noti nel folklore dell’Europa orientale. La connessione di dette materie, specie della paglia e della pula, con il ritorno prima e il successivo esodo (più o meno volontario) dei trapassati è abbastanza nota nella letteratura; la distruzione dello strame dei morti, già apparso negli ambienti domestici, insieme alla eliminazione dell’effigie del Carnevale e di quanto esso richiama (i cortei mascherati dei morti), vuol simboleggiare purificazione e liberazione dei campi, prima del risveglio della primavera. Anche più interessante, per l’accenno alla combustione di larvatorum hominum efficta simulacra, alle affannose corse notturne, alle ostentate battaglia e tumulti, appare un decreto di S. Carlo Borromeo (Sinodo provinciale del 1579, pars. I) (C. Corrain, P. Zampini 1966, p. 185).

 

 

Diavoli di S.Nicolò, Tarvisio (foto Pellis, in Ciceri 1980)

 

A Carnevale, per ricordare e per soccorrere i morti “si largheggia in elemosina; sono tutti i bambini dei poveri che colle loro ciotole chiedono un po’ di latte che viene dato abbondantemente” (D.A. Morandini, 1927, p. 59).

 

A Niardo le maschere erano dette ballerine, perché facevano il giro di valzer (manfrina) nel ballatoio e si rendevano irriconoscibili anche grazie al travestimento della voce: emettevano voci gutturali o ricorrevano ai “segni dei muti”, cioè alla gesticolazione. Una delibera della Vicinìa di Niardo del 22 gennaio 1730 delibera “di far parte di bandir le maschere et li bali dogni tempo per tre anni continuati”, “per causa di mali repentini che nelle terre circonvicine si sentono frequenti”. Le maschere furono proibite in tutta la Valcamonica nel 1794, dopo gravi disordini accaduti a Breno (G. Guiotto 1999, pp. 99-100).

 

Nel 1878 il parroco di Paisco scrive a proposito del comportamento dei suoi parrocchiani durante il Triduo dei Morti (introdotto a partire dal Seicento per moderare il rituale carnevalesco): “…la maggior parte del popolo, e massime la gioventù, va il primo giorno ai Sacramenti, indi sono tre dì di ubbriachezza, di balli, di amori ecc. E la chiesa resta deserta con l’avvilimento del predicatore, e quei pochi che intervengono alla funzione ebbri del vino vomitano e ciarlano in chiesa e prepotentemnte irrompono sulla macchina del Triduo, ove è esposto il SS. (Sacramento) senza che né con le buone né con le cattive siasi mai giunti a togliere tanti scandali e profanazioni” (G. Guiotto1999, p. 102).

 

Dopo l’Epifania, tùcc ioter d’alegria – dice un proverbio, ma non è più il chiassoso carnevale di una volta. Si suona, si balla, si canta e si beve ancora, di sera, nelle osterie o nelle stalle, e la fisarmonica, detta armonica, raggruppa e anima le giovani comitive, e ne accompagna i canti. Si fanno le giostre, rudimentali drammi, tolti da libri, rimaneggiati e adattati, o addirittura composti dai filodrammatici stessi, su soggetti perlopiù sacri, santi e sante, o tragici. Le rappresentazioni si fanno sui ballatoi delle stalle, le più ampie, dove si raccoglie tutto il vicinato; gli attori sono mascherati da un fazzoletto che, fermato sotto il cappello, scende a coprire la faccia (…) Dopo la mezzanotte si fanno le serenate(A. Canossi 1930, p. 25).

 

 

QUARESIMA

 

La cerimonia di Sega-la-Vecchia di mezzaquaresima, analoga a quella della Befana, celebra il “passaggio” tra inverno e primavera (A. Cattabiani 1991, p. 113).

 

 

Il giovedì di mezza quaresima si brucia la vègia, un pupazzo di carta e paglia sospeso nella via o piazza principale. E’ nota in tutto il bresciano, ed altrove (A. Canossi 1930, p. 25).

 

 

 

 

 

LA PASQUA E LA SETTIMANA SANTA

 

La resurrezione pasquale di Cristo cela origine molto più antiche, nella mitologia antica, che la prefigurano. Un esempio è il mito di Cibele-Agdistis, androgino e Madre degli dei, che venne evirata da Dioniso. Il rito, che riattualizzava il mito, si svolgeva nella seconda quindicina di marzo, intorno all’equinozio di primavera, il giorno della luna piena (il 15). Il 15 segnava l’inizio della penitenza e della purificazione (astinenza dai cibi ctonii); il 22 cadevano i Tristia, durante i quali si commemoravano la passione e la morte di Attis (i sacerdoti portavano un pino, ornato di ghirlande, nel tempio di Cibele); il 24, detto Sanguem, i sacerdoti si laceravano spalle e braccia con dei coltelli e la schiena con fruste. Flauti e cembali, raganelle e tamburi accompagnavano la danza sciamanica in cui essi versavano sangue, mentre l’archigallo, il primo sacerdote, poteva evirarsi ad imitazione di Attis. Dopo i Tristia, il 25 marzo, seguivano gli Hilaria, durante i quali si celebrava all’apparire del sole, la resurrezione di Attis, il suo ritorno alla Grande Madre. Dicevano che la sua tomba si era aperta e che il dio si era levato fra i morti. Le processioni, le ferite e il sangue ricorda le processioni della Passione che ancora oggi si svolgono, soprattutto nell’Italia meridionale (A. Cattabiani 1991, pp. 160-2).

In tutto in Mediterraneo, soprattutto in ambiente fenicio e in Grecia, dopo l’equinozio si svolgevano le Adonie (dove la loro data variò negli anni tra primavera ed estate): narra la leggenda che Afrodite avesse nascosto un bimbo bellissimo in una cassa e che lo avesse affidato a Persefone, regina degli inferi, la quale, colpita dalla sua grazia nbon voleva più renderlo. La disputa fu risolta da Zeus il quale stabilì che Adone abitasse con Persefone la metà dell’anno, e l’altra metà con Afrodite. Il mito richiama con evidenza i tratti del dio babilonese e sirio Tammuz (e probabilmente Pan), ma anche i misteri di Eleusi (A. Cattabiani 1991, p. 166).

 

A Cerveno ogni tanto si fa una processione “nella quale le persone sono camuffate da personaggi della Via Crucis, come quelli delle loro Cappelle (…) Come l’uovo del Venerdì Santo ha, nella credenza superstiziosa, la virtù di preservare dal morso delle vipere chi lo beve (…) così il pane fatto in tal giorno ha la virtù di conservarsi fino alla Pasqua dell’anno dopo, e più in là ancora; e le famiglie, cambiando di casa, se lo portano come amuleto o talismano che preserva dai mali e mantiene l’unità della famiglia. (…) Il Sabato Santo, mentre suona il Gloria, si battono i letti per preservarli dalle cimici, si buttano gli zoccoli o altro per propiziarsi fortuna e l’avvenire; e i contadini legano le piante da frutta perché ne facciano in maggior copia, e fanno innesti che sicuramente attecchiscono (A. Canossi 1930, p. 28-29).

 

 

G. Romanino, sec. XVI, S. Antonio, Breno

La pulizia delle catene e degli oggetti di rame avveniva di solito al Venerdì Santo ed “aveva un certo riferimento all’arresto di Cristo, allo strepito dei Giudei che avevano messo le mani addosso a Gesù e, dopo averlo legato con le catene, l’avevano tradotto dinnanzi al tribunale di Pilato (…) In molti paesi di montagna per tutta la giornata del Giovedì e del Venerdì Santo i ragazzini percorrevano le vie suonando i campani delle mucche sempre per via di quel… fragore che era iniziato in chiesa la sera del Mercoledì Santo, dopo il canto del mattutino delle tenebre e delle Lamentazioni di Geremia profeta, per imitare il trambusto ed i dileggi che dominarono il processo e la condanna di Cristo. Altrove si suonavano strumenti di legno detti raganelle o “tàcole”, strumenti fragorosi che si usavano anche in Chiesa dal Gloria del Giovedì Santo al Gloria del Sabato Santo (…) era usanza – in Alta Valle – di non usare alcun carro. Erano ferme le ruote delle campane? Stiano ferme anche le ruote dei carri… In quasi tutti i paesi, poi, c’era l’usanza di fare la processione col simulacro del Cristo morto, il funerale di Gesù, cui partecipava in massa tutta la parrocchia: era l’occasione in cui si vedevano anche quelli (del resto molto pochi) che non andavano mai in Chiesa. In qualche paese dell’alta Valle Camonica rimase viva fino all’ultima guerra la tradizione di accompagnare la processione del Cristo morto con gli strumenti della passione (lancia, canna, corona di spine, ecc.) portati con devozione dei “disciplini” (…) Il Sabato Santo (…) si attendeva con ansia il suono del “Gloria” (…) e appena le campane a distesa annunciavano che il Cristo era Risorto, la gente si lavava gli occhi all’acqua corrente (certamente un’antica reminiscenza di riti purificatorii), buttava sassi alle ortiche o lungo i declivi erbosi (ciò preservava dai morsi delle vipere (L. Ertani 1979, pp. 71-73).

 

 

 

Molti sinodi si preoccupano di impedire i rumori eccessivi, fatti con strumenti vari, in occasione dei mattutini delle tenebre. La carica superstiziosa di cui è intrisa la strana consuetudine tollerata nelle chiese, purchè semel et graviter, come ammonisce un sinodo bresciano del 1594, o, al massimo, ricacciata sui sagrati, nei giorni della passione (a simboleggiare, come tutto credono, lo strepitio dei giudei, venuti a catturare Gesù) ha tutte le apparenze di una cacciata degli spiriti maligni (anime dei morti), di cui testimonia abbondantemente l’antica etnografia europea, e l’attuale dell’Asia centro-orientale (C. Corrain, P. Zampini 1966, p. 186).

 

 

LE QUATTRO TEMPORA

 

Fino al Concilio Vaticano II si celebravano le Quattro Tempora, una liturgia penitenziale e di rendimento di grazie che cadeva nella prima settimana di Quaresima, nella settimana dopo la Pentecoste (in occasione del primo raccolto), nella terza settimana di settembre e nella terza di Avvento.

Presenti già nel III secolo a Roma (e forse ispirate al digiuno vetero-testamentario di cui parla Zaccaria), le Tempora duravano sette giorni con il mercoledì, il venerdì e il sabato dedicati al digiuno, si svolgevano. Le Quattro Tempora sono probabilmente sorte per cristianizzare cerimonie pagane di lustrazione dei campi: in particolare quella della Pentecoste (in concomitanza con i primi raccolti) potrebbe risalire alla solenne lustrazione dei campi dei 12 Fratelli Arvali, che si svolgeva a Roma nel mese di maggio e che avevo il compito di proteggere contro tutti i pericoli i campi coltivatie di sacrificare e Dia. Le solennità duravano tre giorni durante i quali di benedicevano primizie e pani adornati di lauro che venivano offerti alla dea con incenso e vino; si compivano sacrifici espiatori e infine si passava al banchetto e ai giochi nel Tetrastylum. Anche le altre tempora cadevano in momenti contrassegnati, nell’antichità, dalla lustrazione dei campi, come le ferie sementine o l’epulum Iovis in settembre (offerta di frutti alle divinità), o le lustrazioni pre-solstiziali di dicembre (A. Cattabiani 1991, pp. 1229-230).

 

 

Pieghevole da Santuario (da Ciceri 1980)

 

 

ROGAZIONI

 

Le Rogazioni (o Litanie Maggiori) si celebravano il 25 aprile. Esse non avevano legami con la festa di s. Marco ed anzi le erano precedenti. S. Gregorio Magno, nel secolo VI, scriveva di questa usanza come di un’istituzione tradizionale. Era nata per cristianizzare i Robigalia, che si svolgevano, come riferisce Plinio il Vecchio, dal 31° giorno dopo l’equinozio fino al 28 aprile (4 giorni) con il sacrificio di un cane e di un montone a Robigus, personificazione della ruggine del grano e una delle rare potenze malvagie che ricevevano culto: il sacrificio, spiega Varrone, serviva a difendere le biade dalla ruggine.

Si conservano invece le Litanie minori. Esse hanno un’origine gallicana: fu S. Mamerto, vescovo di vienne, a fondarle nel V secolo. Si svolgevano durante i tre giorni precedenti all’Ascensione. Pare avessero cristianizzato gli Ambarvalia, circumambulazioni con animali sacrificali lungo il perimetro degli arva, le terre coltivabili di una città, con la funzione di rendere il territorio compreso in esso invalicabile sia dai nemici umani sia dalle potenze malefiche che provocavano malattie. Erano celebrati in onore del dio Marte affinché difendesse il territorio permettendo ai lari del suolo, a Cerere e alle entità designate con la parola Semones (personificazioni della semina) di compiere il loro lavoro.

Documentata a Roma tra il VIII e il IX sec., la pratica delle Litanie minori si diffuse a poco a poco in tutta Europa (A. Cattabiani 1991, pp. 230-1).

 

 

A Corteno, a quelli che partecipano alle processioni, si dispensa un pane. Ai preti si porta in casa (A. Canossi 1930, p. 29).

 

 

PRIMO MAGGIO

 

Gli slavi della Carinzia festeggiavano S. Giorgio, il 23 aprile, guarnendo un albero tagliato e portandolo in processione per gettarlo poi nell’acqua affinché procurasse pioggia e favorisse la crescita dei frutti. Questa tradizione (che si solito si svolgeva il 1° maggio, come il beltane celtico, durante il quale si usava appendere una corona primaverile a un troco sfrondato) è presente anche in Transilvania, Romania, Russia e Slovenia ed è riconducibile ad un rito di rinnovamento. Nella notte di veglia si entrava in comunicazione con i morti, la cui forza generatrice (di seme nella terra; Ippocrate ci dice che gli spiriti dei defunti fanno crescere e germogliare i semi) veniva evocata, scatenata ed esasperata dai riti, dall’opulenza e dall’orgia. Per questo la notte del 30 aprile era caratterizzata da un’atmosfera orgiastica di banchetti e danze che terminava con l’espulsione rituale dei morti e l’avvento della nuova vita. Con la cristianizzazione la notte del 30 subì una metamorfosi, e venne descritta come la notte in cui si davano convegno streghe e stregoni, che si dovevano espellere grazie all’intervento di S. Valpurga. In Boemia i giovani si radunavano dopo il tramonto su un’altura o ad un crocicchio, e schioccavano le fruste con energia per far fuggire le streghe. Nel Tirolo si preparavano fasci di frasche resinose di cicuta, rosmarino e pruno; contemporaneamente si purificavano le case e le si fumigavano con bacche di ginepro e ruta. Al calar della notte, con un gran frastuono di fruste, sonagli, vasi e casseruole, iniziava il rito di espulsione delle streghe. Poi, al suono della campana, si accendevano le fascine urlando, in un chiasso assordante: “Fuggi, strega, fuggi, o male sarà per te”. Infine si correva a perdifiato intorno alle case, ai cortili e al villaggio (A. Cattabiani 1991, pp. 214-216).

Il giorno successivo, cacciate le streghe, si collocava un albero in mezzo al paese, intorno a cui si facevano processioni, o si appendevano dolci, salsicce e uova (Albero della Cuccagna) come augurio di prosperità e fecondità.

 

Ho trovato tra le prescrizioni della visita pastorale del Vescovo di Brescia Marino Giovanni Giorgi del 1675 ad una parrocchia Camuna (si tratta della parrocchia di Ceto) la assoluta proibizione di continuare la festa del “Magio”. Ma che cosa era?

Era la festa del Primo Maggio che consisteva nel tagliare un grande albero dal bosco (probabilmente un ciliegio in fiore) che, trasportato sul sagrato della Chiesa, veniva piantato al centro e ornato di molte cianfrusaglie. Era certamente un’usanza antichissima che si ricollegava alle celebrazioni pagane dell’inizio della primavera. Forse aveva carattere di rito propiziatorio per ottenere la fertilità del suolo e l’abbondanza dei frutti. Gli uomini trasportavano giù dal monte un grande albero con tutte le sue fronde che passando per anguste vie del paese recava offesa a chi non era svelto a nascondersi in qualche porta o andito. Sul sagrato poi, veniva piantato in fretta e scalato dai giovani più audaci che si divertivano a strabiliare le ragazze con esercizi di acrobazia (L. Ertani 1979, p. 70).

 

 

S. GIOVANNI BATTISTA (24 giugno)

 

Il solstizio estivo (21 giugno) era il culmine della natura, non si cercava più di stimolare la fertilità della natura, ma si cercava di “prendere”: si raccoglievano le piante medicinali, si accendevano enormi falò sopra cui si saltava per purificarsi e conservare la salute.

La festa di S. Giovanni coincide con il solstizio d’estate, e costituisce una celebrazione antichissima attestata su di un territorio quanto mai vasto. Dall’Irlanda alla Russia, dalla Norvegia alla Spagna, alla Grecia, all’Italia, da tempi immemorabili, in coincidenza con il solstizio si accendevano falò e si facevano processioni per i campi. Il fumo allontanava demoni, fantasmi, streghe e catastrofi. Uomini e mandrie attraversavano il fuoco per aver protezione dalle malattie, l’altezza raggiunta dalla fiamma era propiziatoria per la crescita del grano. In molti casi la tradizione popolare ricorda che i fuochi servivano per allontanare le streghe, in altri (come in Prussia e in Lituania) i giovani del paese giravano per le case chiedendo un boccale di latte (Frazer, 1922, pp. 960-974). La presenza delle streghe e di questue suggerisce l’esistenza di un sfondo funerario della festa che trova puntuale conferma in Bretagna, dove si crede che i morti ritornino il giorno di S. Giovanni (P. Sebillot, 1990, p. 126).

 

Con il solstizio d’estate rivivono le tradizioni precristiane nella festa di S. Giovanni Battista. Interessano particolarmente la raccolta di rizomi di felce e di altre erbe per svariati usi terapeutici, il culto della prestigiosa rugiada di quella notte da cui dipende lo stesso potere guaritore delle essenze vegetali raccolte, e la prerogativa di allontanare per tutto l’anno, dai panni esposti, le tarme (C. Corrain, P. Zampini 1966, pp. 188-189).

 

Numerose testimonianze (raccolte a Cimbergo, Cevo, Zoano, Precasaglio, Pezzo, Pontedilegno, ecc.) ci testimoniano che i fuochi di S. Giovanni erano identificati con le anime vaganti che, secondo la credenza popolare, proprio quella notte, vagano liberamente per farsi ricordare dai vivi (A. Fappani, 1984, pp. 37-38).

 

 

Paliotto ligneo, sec. XVIII, Museo camuno di Breno

 

 

NATIVITA’ DI MARIA (8 settembre)

 

Era chiamata la Madona dei pèrsec, dal frutto che in tal giorno teneva il campo della fiera, che si svolgeva al Ponte Minerva presso Breno, con grande concorso di fedeli e bontemponi. Ora la sagra è ridotta quasi a nulla (A. Canossi 1930, p. 30).

 

 

IL GIORNO DEI MORTI

 

In Valcamonica si credeva che “i morti … vengano la notte dall’uno al due (novembre) e, per riceverli si lascia un lume acceso ed il ceppo sul fuoco, perché si scaldino. Qualche ingenua donnetta prepara loro anche il caffè. E si fan processioni fino al cimitero, prima per andare a prenderli, poi per riaccompagnarli alla loro dimora”. A Monno, si raccoglie nelle famiglie la paglia, che si vende e il ricavato va a suffragio dei morti. Pure a Monno, le donne portano al curato un secchiello di segale e ne hanno in cambio un bras di fettuccia, verde o rossa (A. Canossi, 1930, p. 31).

 

A Borno il giorno dei morti si usava apporre sui balconi delle zucche vuote intagliate a forma di teschio, illuminate internamente da candele, che, come nella ben più nota tradizione di Helloween, simboleggiavano la presenza dei defunti. La sera stessa la gente restava in casa, recitando il rosario, poiché si credeva che i morti uscissero dalle tombe (G. Goldaniga, 1983, p. 266).

 

A Cimbergo si dicevano tre rosari, perché si credeva che, dopo la messa, i morti si recassero nelle case con i vivi e che vi rimanessero fino al giorno successivo (Ognissanti), quando li si riaccompagnava in processione al cimitero (testimonianza orale).

 

 


 

BIBLIOGRAFIA

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1972    Le radici storiche dei racconti di fate, Universale scientifica Boringhieri, Torino.

1978    Feste agrarie russe, Dedalo Libri, Bari.

 

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1990    Riti precristiani nel folklore europeo, Xenia Edizioni, Milano.