1. Calendario
La prima sezione riguarda il calendario, o meglio la
rassegna di alcune tra le principali fonti che ci informano sugli usi e i
costumi durante le tradizionali feste che ritmavano il susseguirsi delle
stagioni e le attività di sussistenza in Valcamonica.
Le usanze documentate nelle Alpi centrali sono ampiamente
attestate (ed erano condivise) nel vasto ambito territoriale europeo, per
allargarsi ad orizzonti ancora più ampi. Intensamente indagati già a partire
dal secolo passato, i gesti rituali e le credenze tradizionali, sono stati
progressivamente osservati da diverse prospettive. In effetti su questo terreno
si sono confrontate le maggiori scuole etno-folkloriche.
Per non appesantire la già vasta rassegna si è quindi
voluto riportare le fonti originali senza commento e senza trattazione,
rinviando l’approfondimento alla bibliografia di riferimento.

Nodo di
Salomone, segno di tabellionato del notaio G.G. Celeri, 1560, Museo camuno di
Breno
Il
Calendario negli statuti di Valcamonica del 1624
Da: “Statuti di Valcamonica
(1624)”, Libro I, trad. a cura di M. Ricardi, Edizioni S. Marco, Cividate
Camuno, Bs, 1977, pp. 79-83.
Festività
(giorni nei quali non si amministra la giustizia)
1 Circoncisione di N.S. Gesù Cristo
fino all’ottava esclusa
17 S. Antonio con il giorno precedente e
il seguente per le faccende degli uomini
20
SS. Fabiano e Sebastiano
25 Conversione di S. Paolo
Febbraio
2 Purificazione della beatissima
Maria Vergine
14 S. Valentino
15 SS. Faustino e
Giovita
24/5 S. Mattia
apostolo e vigilia
Marzo
19 Giuseppe
21 Benedetto
25 Annunciazione della Maria Vergine
Tutti i venerdì
del mese per rispetto della Passione
Aprile
23 S. Giorgio
24 S. Marco
Maggio
1 S. Giacomo e Giovanni apostoli
3 Invenzione della Santa Croce
17 S. Sito protettore e avvocato della
Valle
20 S. Bernardino
Giugno
11 S. Barnaba apostolo
13 S. Antonio da Padova
24 Nascita di S. Giovanni Battista e vigilia
29 SS. Pietro e
Paolo apostoli e vigilia
Luglio
2 Visitazione di S. Maria ad
Elisabetta
10 S. Maria Maddalena
25 S. Giacomo apostolo e vigilia
Tutti gli altri
giorni per la raccolta delle messi
Agosto
1 S. Pietro in vincoli
5 S. Maria della Neve
6 Trasfigurazione di Gesù Cristo
10 S. Lorenzo e vigilia
15 Assunzione della Beata Vergine e vigilia
16 S. Rocco
25 S. Bartolomeo apostolo e vigilia
28 S. Agostino
29 Decollazione di S. Giovanni Battista
Settembre
8 Natività di Maria
14 Esaltazione della S. Croce
21 S. Matteo apostolo e vigilia
22 S. Maurizio protettore della Valle
29 Dedicazione di S. Michele
30 S. Girolamo dottore
Tutti gli altri
giorni dal 20 compreso e sino alla fine del mese per le vendemmie
Ottobre
4 S. Francesco protettore, eletto
nella riforma di questi statuti
7 S. Giustina vergine, per la vittoria
navale conseguita in questo giorno dal nostro dal nostro Serenissimo Ducale Dominio
contro i Turchi
18 S. Luca evangelista
28
S. Simone e Giuda apostoli e vigilia
31
Vigilia di Ognissanti
Tutti gli altri
giorni e fino a tutto il mese per le vendemmie
Novembre
1
Ognissanti
2
Commemorazione dei defunti
4
S. Carlo
11
S. Martino
21
Presentazione della Beatissima Maria Vergine
25
S. Caterina vergine e martire
30
S. Andrea apostolo e martire
Dicembre
6
S. Nicola
7
S. Ambrogio
8
Concezione della Beatissima Maria Vergine
13
S. Lucia, su proposta del Consiglio Generale del 29 marzo 1469
21 S. Tomaso
apostolo e vigilia
25
Natività di Nostro Signore Gesù Cristo e vigilia e per tutto il resto del mese
Cap.
116 Quali festività si intendono in onore di Dio e
quali no (pp. 82-83)
Non si
intendono consacrati a Dio i sei giorni precedenti le Ceneri (la settimana
di Carnevale), i giorni festivi per la raccolta delle messi e delle vendemmie,
i sabati, le vigilie, il giorno precedente e quello seguente a S. Antonio, i
giorni delle rogazioni, i giorni delle Quattro Tempora, i giorni di
Venerdì del mese di marzo.
Poiché, come si
vede, la forma ciclica del tempo tradizionale non ostacolava il diverso
posizionamento (da regione e regione) del capodanno tra il solstizio invernale
e l’avvento della stagione primaverile, iniziamo la nostra rassegna dai giorni
immediatamente precedenti il Natale cristiano. Essi non possono però essere
disgiunti dalle precedenti festività autunnali (S.Martino, giorni dei morti) che già nell’antico calendario celtico
inauguravano il capodanno, aprendo il Samain, la metà scura dell’anno (che
precedeva la metà chiara, Beltane, il primo maggio).
Il profondo
simbolismo solstiziale legato alla Santa, “messaggera di luce”, è totalmente assente
nella sua agiografia ed è ben comprensibile alla luce del fatto che nel XIV
secolo, a causa dello sfasamento tra anno solare e calendario giuliano, il 13
dicembre coincideva con il solstizio di Inverno (A. Cattabiani 1991, pp. 68-69).
Per un’antichissima tradizione,
probabilmente venutaci da Venezia, i bambini, alla vigilia della festa di S.
Lucia (13 dicembre) esponevano alla finestra o sul cassettone della camera da
letto un piccolo cestello con un po’ di fieno per l’asinello della santa. I più
premurosi aggiungevano anche qualche grano di sale e una scodella di acqua (L.
Ertani 1979, p. 68).
Già citato in un
Cronografo del 354 d.C., il Natale trae sicura origine in una celebre festa della
Roma imperiale: la celebrazione del solstizio invernale e di Sol Invictus, divinità solare di Emesa introdotta dall’imperatore Aureliano
(270-275 d.C.) e celebrata il 25 dicembre con cerimonie e giochi, fra cui
trenta corse di carri. La sovrapposizione tra la festa “pagana” e il Natale
cristiano fu facilitata dalla naturale identificazione tra Cristo e il Sole, il
Natale (A. Cattabiani 1991, pp. 69-80).
L’antivigilia di
Natale, in alcuni paesi, ricorre la così detta séra gnochéra [le atre due sono capodanno e l’Epifania], nella quale si fanno
mangiate pantagrueliche di gnocchi (…) Chi che disúna miga de Nedál, i conós
né ’l bé né ‘l mal. E che digiuno alla vigilia di
Natale, una volta! (A. Canossi, 1930, p. 31).
In Val di
Saviore la notte di fine anno era chiamata notte encrusera poiché “un
gruppo di giovanotti (faceva) la visita delle vie, dei cortili, delle stalle aperte
e (costruiva) coi tronchi d’albero, le fascine di legna, gli abiti, i mobili,
le masserizie le più disparate, delle vere e proprie barricate nei crocicchi e
specialmente davanti alla chiesa” (D.A. Morandini, 1927, pp. 58-59).
EPIFANIA
La festa cristiana dell’Epifania,
che cade nella data paleoegizia in cui si festeggiava il nuovo sole, si diffuse
intorno al IV secolo in Occidente, e fu adottata a Roma nel V d.C.
La notte dell’Epifania è considerata
magica: gli animali parlano nelle stalle e nei boschi. Prima della consuetudine
natalizia era la Befana a dispensare i regali ai bimbi.
Il suo nome deriva dall’aferesi del
latino Epiphânia (Pifania>Bifania>Befania>Befana), tentativo evidente
di cristianizzare il misterioso ed inquietante personaggio trasformandolo nella
personificazione femminile della festa. La cerimonia è collegata al
“passaggio” tra un anno e l’altro, al rinnovamento cosmico. La vecchia
viene infatti bruciata o segata; gli zampilli di fuoco che fuoriescono da essa
propiziano e garantiscono il rinnovarsi della vita e della fertilità nei campi.
Dolciumi e regalini potrebbero essere visti come i “semi” dai quali risorgerà
la primavera.
In varie nazioni europee fino a
qualche decennio fa si eleggeva, il giorno dell’Epifania, un Re della Fava,
così chiamato perché aveva trovato una fava nascosta nella focaccia tipica di
questa festa. A sua volte il re nominava una Regina (secondo una tradizione che
risale ai Pitagorici, la fava sarebbe il simbolo dell’incessante ciclo di vita
e di morte, poiché essa nasce, come l’uomo, nella putrefazione) (A. Cattabiani
1991, pp. 110-115).
A Prestine, Ceto, Cemmo e altrove, ai
parenti e agli amici, si offre vino, nocciole, noci e castagne. Questa usanza
si chiama gabinòt o gabinàt (A. Canossi
1930, p. 25).
E’ ancora molto in voga, invece, il “Gabinat” o “Gabinot” (pare termine
derivato dal tedesco “Goben-Nacht” notte dei doni. Qualcuno lo vorrebbe
derivato da un antico vocabolo dialettale che significa “Gabbato”). A Vezza si
aspettano i Magi, alla Vigilia dell’Epifania, accendendo molti fuochi lungo le
stradelle dei pendii; di fronte alla frazione Davena, sulla neve, viene
costruita una enorme stella a cinque punte con i gusci delle chiocciole
riempiti d’olio e accesi come tanti lumini…
La mattina dell’Epifania alla prima
persona che si incontra bisogna rivolgere il saluto “Gabinat!” di sorpresa.
In cambio si riceve una focaccia. Così a Prestine e altrove c’è usanza di
offrire, specie ai parenti, un po’ di tutto quello che si ha in casa (L. Ertani
1979, p. 65).
Il Badalisc di Andrista
Foto da
Guiotti 1999.
Ad Andrista (Val di
Saviore), la notte tra il 5 e il 6 gennaio, i giovani del paese si recano nei
boschi per catturare lo strano essere che possiede tratti che ricordano il serpente
e la capra, ha occhi lucenti, una grande bocca e lunghe corna; il suo ingresso
in paese è accompagnato da alcune maschere, tra cui figurano il giovane, il
vecchio, la vecchia e la signorina (che è l’esca per gli appetiti sessuali
dell’animale), oltre alle “vecchie befane” che percuotono bidoni del latte e di
“pastori barbuti che muovono passi incerti appoggiandosi al bastone ricurvo”…
Il Badalisc viene
condotto in giro per il paese tenuto ad una corda, poiché durante il tragitto
si scaglia contro le persone. Giunti in piazza (ma una volta avveniva nella
stalla) inizia il discorso (la ’ntifunada), che
avviene attraverso un interprete che oggi legge il testo consegnato dallo
stesso Badalisc, ma che una volta era invece improvvisava direttamente, a braccio.
Durante il discorso un “torvo
gobbetto” che all’entrata del paese aveva ingaggiato un “rustico duello” con
l’animale, percuote ritmicamente, con forza, il suo bastone.
Il discorso, in cui vengono rivelati
tutti i “peccati” e gli intrallazzi della comunità, finisce con balli, festa e
scorpacciate. La sera si mangia poi la cosiddetta polenta del Badalisc.
Fino a poco tempo fa, i bambini di
Andrista facevano una questua nelle case per tutto il tempo di permanenza del
Badalisc mentre, in passato, per le donne era tabù vedere o sentire il discorso
del Badalisc; se una donna era sorpresa a partecipare, il giorno dopo le si
negava la Comunione.
Il rito del Badalisc presenta forti
analogie con le Bosinade o Businade, e cioè l’uso di
comporre (in prosa o poesia, scritti o improvvisati a braccio) brani satirici
in cui vengono denunciate, da un cantastorie (il Bosìn), la malefatte della
comunità. Queste usanze, attestate nel XVI sec., erano diffuse in tutta
l’Italia settentrionale e deriverebbero dalle celebrazioni “purificatorie” di
Capodanno (G. Barozzi e M. Varini, 2001).
Il presunto legame del rito di
Andrista con le credenze sull’esistenza del basilisco, fantastico serpente
(mezzo lucertola e mezzo serpente; con la testa di gatto, ma “quadrata”; oppure
simile ad un rospo) che incenerisce ogni cosa su cui si posa il suo sguardo,
diffusamente nell’italia settentrionale, oltre che a Cevo, presenta invece
aspetti problematici ancora tutti da chiarire.

I sette
dormienti nella spelonca, maestro emiliano, sec. XVI, tempera su tela Museo
camuno (foto Arrighetti e Tomasoni)
S. ANTONIO
(17 gennaio)
Il lungo periodo che preludeva alla
primavera, ovvero all’antico capodanno romano, era contrassegnato da cerimonie
per purificare gli uomini, gli animali e i campi, favorendo così il
rinnovamento cosmico. Alla fine di gennaio (gli ultimi 15 giorni) si indicevano
le ferie sementine durante le quali si procedeva alla lustrazione dei campi e
dei villaggi, e si offriva a Cerere e a Terra una pozione di latte e mosto
cotto, sacrificando loro una scrofa gravida accompagnata da un’offerta di
farro, mentre le giovenche venivano inghirlandate e lasciate a riposo.
S. Antonio ha poco a poco assunto le
funzioni delle divinità pagane che l’hanno preceduto: ancora oggi si
benedicono gli animali sul sagrato delle chiese dedicate al santo, mentre le
sue immagini sono utilizzate come amuleti nelle stalle; fino a pochi decenni fa
era diffusa anche l’usanza di fare offerte in natura ai preti.
Sant’Antonio è considerato anche
guaritore dell’herpes zoster, credenza che gli agiografi collegano all’usanza
di accendere grossi falò nella notte che precede la festa. Il fuoco in questo
contesto ha una funzione purificatrice, brucia ciò che resta del vecchio anno.
Ma secondo la spiegazione popolare S. Antonio sarebbe il padrone del fuoco e il
custode dell’Inferno (A. Cattabiani 1991, pp. 125-133).
A Corteno le donne, a piedi nudi, vanno
al santuario del Santo Abbate, e offrono un po’ di lana per la èsta de
Sant’Antone. La lana viene venduta subito all’incanto, e il ricavo
va alla chiesa (A. Canossi 1930, p. 27).
A Rino si accendevano grandi falò e si
sparavano colpi di mina (L. Ertani 1979, p 66).
S. PAOLO (25
gennaio)
Si tagliavano a
metà i bulbi di cipolla (scudilì), si metteva del sale e, a seconda di quanto
sale si era “sciolto”, si pronosticava la piovosità dei dodici mesi.
MADONNA DELLA
CANDELORA (2 febbraio)
Si legge nel Lunario Toscano del
1805, che la benedizione delle candele fu istituita per togliere un antico
costume dei fedeli che in questo giorno percorrevano la città con torce accese
in onore della falsa dea Februa (ovvero Iunio Februata, patrona delle nascite,
che veniva celebrata sul Palatino alle Calende di febbraio). La purificazione
della Vergine venne così a coincidere con la festa pagana dedicata a Giunone e
ai Lupercali. L’usanza di benedire le candele pare sia di origine francese, e
successiva alla processione (è documentata a Roma tra IX e X sec.) (A.
Cattabiani 1991, p. 137).
Durante la Purificazione di Maria
Vergine vengono benedette le candele che saranno distribuite ai fedeli, che se
ne servono per vari usi (accendendole fuori quando minacciano tempeste,
calamità o la grandine o quando le donne sono in preda al parto, o durante le
agonie dei moribondi, e ne usano la cera per curare geloni e screpolature della
pelle).
I caratteri
costituenti del Carnevale sono il mascheramento, il rovesciamento, la presenza ostentata
di eccessi, la messa in scena della lotta tra entità opposte, infine
la morte del Carnevale. Glauco Sanga ha osservato che il Carnevale non è
riducibile ad una valvola di sfogo per l’istintività repressa nel resto
dell’anno: “i comportamenti carnevaleschi non sono liberi ma costretti: si deve
ridere, si devono scatenare gli appetiti non solo e non tanto in forma rituale,
quanto in forma eccessiva (G. Sanga, Personata libido in AA.VV.,
Interpretazioni del Carnevale, “La ricerca folklorica” 6, 1982, p. 2).
Una congrega
vicariale di Milano del 1674 (Can. XXIV) si preoccupa della combustione agreste
e notturna dell’effigie del Carnevale. Ma, quel che più conta, ricorda certi
falò di paglia, di fascine o comunque di vili combustibili, molto noti nel
folklore dell’Europa orientale. La connessione di dette materie, specie della
paglia e della pula, con il ritorno prima e il successivo esodo (più o meno
volontario) dei trapassati è abbastanza nota nella letteratura; la distruzione
dello strame dei morti, già apparso negli ambienti domestici, insieme alla
eliminazione dell’effigie del Carnevale e di quanto esso richiama (i cortei
mascherati dei morti), vuol simboleggiare purificazione e liberazione dei
campi, prima del risveglio della primavera. Anche più interessante, per
l’accenno alla combustione di larvatorum hominum efficta simulacra, alle
affannose corse notturne, alle ostentate battaglia e tumulti, appare un decreto
di S. Carlo Borromeo (Sinodo provinciale del 1579, pars. I) (C. Corrain, P.
Zampini 1966, p. 185).

Diavoli di
S.Nicolò, Tarvisio (foto Pellis, in Ciceri 1980)
A Carnevale,
per ricordare e per soccorrere i morti “si largheggia in elemosina; sono
tutti i bambini dei poveri che colle loro ciotole chiedono un po’ di latte che
viene dato abbondantemente” (D.A. Morandini, 1927, p. 59).
A Niardo le maschere erano dette ballerine, perché
facevano il giro di valzer (manfrina) nel ballatoio e si rendevano
irriconoscibili anche grazie al travestimento della voce: emettevano voci
gutturali o ricorrevano ai “segni dei muti”, cioè alla gesticolazione. Una
delibera della Vicinìa di Niardo del 22 gennaio 1730 delibera “di far parte di
bandir le maschere et li bali dogni tempo per tre anni continuati”, “per causa
di mali repentini che nelle terre circonvicine si sentono frequenti”. Le
maschere furono proibite in tutta la Valcamonica nel 1794, dopo gravi disordini
accaduti a Breno (G. Guiotto 1999, pp. 99-100).
Nel 1878 il parroco di
Paisco scrive a proposito del comportamento dei suoi
parrocchiani durante il Triduo dei Morti (introdotto a partire dal Seicento per moderare il
rituale carnevalesco): “…la maggior parte del popolo, e massime la gioventù, va
il primo giorno ai Sacramenti, indi sono tre dì di ubbriachezza, di balli, di
amori ecc. E la chiesa resta deserta con l’avvilimento del predicatore, e quei
pochi che intervengono alla funzione ebbri del vino vomitano e ciarlano in
chiesa e prepotentemnte irrompono sulla macchina del Triduo, ove è esposto il
SS. (Sacramento) senza che né con le buone né con le cattive siasi mai giunti a
togliere tanti scandali e profanazioni” (G. Guiotto1999, p. 102).
Dopo l’Epifania, tùcc ioter
d’alegria – dice un proverbio, ma non è più il chiassoso carnevale di una volta. Si
suona, si balla, si canta e si beve ancora, di sera, nelle osterie o nelle
stalle, e la fisarmonica, detta armonica, raggruppa e anima le giovani
comitive, e ne accompagna i canti. Si fanno le giostre, rudimentali
drammi, tolti da libri, rimaneggiati e adattati, o addirittura composti dai
filodrammatici stessi, su soggetti perlopiù sacri, santi e sante, o tragici. Le
rappresentazioni si fanno sui ballatoi delle stalle, le più ampie, dove si
raccoglie tutto il vicinato; gli attori sono mascherati da un fazzoletto che,
fermato sotto il cappello, scende a coprire la faccia (…) Dopo la mezzanotte si
fanno le serenate(A. Canossi 1930, p. 25).
QUARESIMA
La cerimonia di Sega-la-Vecchia di
mezzaquaresima, analoga a quella della Befana, celebra il “passaggio” tra
inverno e primavera (A. Cattabiani 1991, p. 113).
Il giovedì di mezza quaresima si brucia
la vègia, un pupazzo di carta e paglia sospeso nella via o piazza
principale. E’ nota in tutto il bresciano, ed altrove (A. Canossi 1930, p. 25).

LA PASQUA E
LA SETTIMANA SANTA
La resurrezione pasquale di Cristo cela
origine molto più antiche, nella mitologia antica, che la prefigurano. Un
esempio è il mito di Cibele-Agdistis, androgino e Madre degli dei, che venne
evirata da Dioniso. Il rito, che riattualizzava il mito, si svolgeva nella
seconda quindicina di marzo, intorno all’equinozio di primavera, il giorno
della luna piena (il 15). Il 15 segnava l’inizio della penitenza e della
purificazione (astinenza dai cibi ctonii); il 22 cadevano i Tristia, durante i
quali si commemoravano la passione e la morte di Attis (i sacerdoti portavano
un pino, ornato di ghirlande, nel tempio di Cibele); il 24, detto Sanguem, i
sacerdoti si laceravano spalle e braccia con dei coltelli e la schiena con
fruste. Flauti e cembali, raganelle e tamburi accompagnavano la danza sciamanica
in cui essi versavano sangue, mentre l’archigallo, il primo sacerdote, poteva
evirarsi ad imitazione di Attis. Dopo i Tristia, il 25 marzo, seguivano gli
Hilaria, durante i quali si celebrava all’apparire del sole, la resurrezione di
Attis, il suo ritorno alla Grande Madre. Dicevano che la sua tomba si era
aperta e che il dio si era levato fra i morti. Le processioni, le ferite e il
sangue ricorda le processioni della Passione che ancora oggi si svolgono,
soprattutto nell’Italia meridionale (A. Cattabiani 1991, pp. 160-2).
In tutto in Mediterraneo,
soprattutto in ambiente fenicio e in Grecia, dopo
l’equinozio si svolgevano le Adonie (dove la loro data variò negli anni tra
primavera ed estate): narra la leggenda che Afrodite avesse nascosto un bimbo
bellissimo in una cassa e che lo avesse affidato a Persefone, regina degli
inferi, la quale, colpita dalla sua grazia nbon voleva più renderlo. La disputa
fu risolta da Zeus il quale stabilì che Adone abitasse con Persefone la metà
dell’anno, e l’altra metà con Afrodite. Il mito richiama con evidenza i tratti
del dio babilonese e sirio Tammuz (e probabilmente Pan), ma anche i misteri di
Eleusi (A. Cattabiani 1991, p. 166).
A Cerveno ogni tanto si fa una
processione “nella quale le persone sono camuffate da personaggi della Via
Crucis, come quelli delle loro Cappelle (…) Come l’uovo del Venerdì Santo ha,
nella credenza superstiziosa, la virtù di preservare dal morso delle vipere chi
lo beve (…) così il pane fatto in tal giorno ha la virtù di conservarsi fino
alla Pasqua dell’anno dopo, e più in là ancora; e le famiglie, cambiando di
casa, se lo portano come amuleto o talismano che preserva dai mali e mantiene
l’unità della famiglia. (…) Il Sabato Santo, mentre suona il Gloria, si battono i
letti per preservarli dalle cimici, si buttano gli zoccoli o altro per
propiziarsi fortuna e l’avvenire; e i contadini legano le piante da frutta
perché ne facciano in maggior copia, e fanno innesti che sicuramente
attecchiscono (A. Canossi 1930, p. 28-29).

G. Romanino,
sec. XVI, S. Antonio, Breno
La pulizia delle catene e degli oggetti
di rame avveniva di solito al Venerdì Santo ed “aveva un certo riferimento
all’arresto di Cristo, allo strepito dei Giudei che avevano messo le mani
addosso a Gesù e, dopo averlo legato con le catene, l’avevano tradotto dinnanzi
al tribunale di Pilato (…) In molti paesi di montagna per tutta la giornata del
Giovedì e del Venerdì Santo i ragazzini percorrevano le vie suonando i campani
delle mucche sempre per via di quel… fragore che era iniziato in chiesa la sera
del Mercoledì Santo, dopo il canto del mattutino delle tenebre e delle
Lamentazioni di Geremia profeta, per imitare il trambusto ed i dileggi che
dominarono il processo e la condanna di Cristo. Altrove si suonavano strumenti
di legno detti raganelle o “tàcole”, strumenti fragorosi che si usavano anche
in Chiesa dal Gloria del Giovedì Santo al Gloria del Sabato Santo (…) era
usanza – in Alta Valle – di non usare alcun carro. Erano ferme le ruote delle
campane? Stiano ferme anche le ruote dei carri… In quasi tutti i paesi, poi,
c’era l’usanza di fare la processione col simulacro del Cristo morto, il
funerale di Gesù, cui partecipava in massa tutta la parrocchia: era l’occasione
in cui si vedevano anche quelli (del resto molto pochi) che non andavano mai in
Chiesa. In qualche paese dell’alta Valle Camonica rimase viva fino all’ultima
guerra la tradizione di accompagnare la processione del Cristo morto con gli
strumenti della passione (lancia, canna, corona di spine, ecc.) portati con
devozione dei “disciplini” (…) Il Sabato Santo (…) si attendeva con ansia il
suono del “Gloria” (…) e appena le campane a distesa annunciavano che il Cristo
era Risorto, la gente si lavava gli occhi all’acqua corrente (certamente
un’antica reminiscenza di riti purificatorii), buttava sassi alle ortiche o
lungo i declivi erbosi (ciò preservava dai morsi delle vipere (L. Ertani 1979,
pp. 71-73).
Molti sinodi si preoccupano di
impedire i rumori eccessivi, fatti con strumenti vari, in occasione dei
mattutini delle tenebre. La carica superstiziosa di cui è intrisa la strana
consuetudine tollerata nelle chiese, purchè semel et graviter, come ammonisce
un sinodo bresciano del 1594, o, al massimo, ricacciata sui sagrati, nei giorni
della passione (a simboleggiare, come tutto credono, lo strepitio dei giudei,
venuti a catturare Gesù) ha tutte le apparenze di una cacciata degli spiriti
maligni (anime dei morti), di cui testimonia abbondantemente l’antica
etnografia europea, e l’attuale dell’Asia centro-orientale (C. Corrain, P.
Zampini 1966, p. 186).
LE QUATTRO
TEMPORA
Fino al Concilio Vaticano II si
celebravano le Quattro Tempora, una liturgia penitenziale e di rendimento di
grazie che cadeva nella prima settimana di Quaresima, nella settimana dopo la
Pentecoste (in occasione del primo raccolto), nella terza settimana di
settembre e nella terza di Avvento.
Presenti già nel III secolo a Roma
(e forse ispirate al digiuno vetero-testamentario di cui parla Zaccaria), le
Tempora duravano sette giorni con il mercoledì, il venerdì e il sabato dedicati
al digiuno, si svolgevano. Le Quattro Tempora sono probabilmente sorte per
cristianizzare cerimonie pagane di lustrazione dei campi: in particolare quella
della Pentecoste (in concomitanza con i primi raccolti) potrebbe risalire alla
solenne lustrazione dei campi dei 12 Fratelli Arvali, che si svolgeva a Roma
nel mese di maggio e che avevo il compito di proteggere contro tutti i pericoli
i campi coltivatie di sacrificare e Dia. Le solennità duravano tre giorni
durante i quali di benedicevano primizie e pani adornati di lauro che venivano
offerti alla dea con incenso e vino; si compivano sacrifici espiatori e infine
si passava al banchetto e ai giochi nel Tetrastylum. Anche le altre tempora
cadevano in momenti contrassegnati, nell’antichità, dalla lustrazione dei
campi, come le ferie sementine o l’epulum Iovis in settembre (offerta di frutti
alle divinità), o le lustrazioni pre-solstiziali di dicembre (A. Cattabiani
1991, pp. 1229-230).

Pieghevole da
Santuario (da Ciceri 1980)
ROGAZIONI
Le Rogazioni (o Litanie Maggiori) si
celebravano il 25 aprile. Esse non avevano legami con la festa di s. Marco ed
anzi le erano precedenti. S. Gregorio Magno, nel secolo VI, scriveva di questa usanza
come di un’istituzione tradizionale. Era nata per cristianizzare i Robigalia,
che si svolgevano, come riferisce Plinio il Vecchio, dal 31° giorno dopo
l’equinozio fino al 28 aprile (4 giorni) con il sacrificio di un cane e di un
montone a Robigus, personificazione della ruggine del grano e una delle rare
potenze malvagie che ricevevano culto: il sacrificio, spiega Varrone, serviva a
difendere le biade dalla ruggine.
Si conservano invece le Litanie
minori. Esse hanno un’origine gallicana: fu S. Mamerto, vescovo di vienne, a
fondarle nel V secolo. Si svolgevano durante i tre giorni precedenti
all’Ascensione. Pare avessero cristianizzato gli Ambarvalia, circumambulazioni
con animali sacrificali lungo il perimetro degli arva, le terre coltivabili di
una città, con la funzione di rendere il territorio compreso in esso
invalicabile sia dai nemici umani sia dalle potenze malefiche che provocavano
malattie. Erano celebrati in onore del dio Marte affinché
difendesse il territorio permettendo ai lari del suolo, a Cerere e
alle entità designate con la parola Semones (personificazioni
della semina) di compiere il loro lavoro.
Documentata a Roma tra il VIII e il
IX sec., la pratica delle Litanie minori si diffuse a poco a poco in tutta
Europa (A. Cattabiani 1991, pp. 230-1).
A Corteno, a quelli che partecipano
alle processioni, si dispensa un pane. Ai preti si porta in casa (A. Canossi
1930, p. 29).
PRIMO MAGGIO
Gli slavi
della Carinzia festeggiavano S. Giorgio, il 23 aprile, guarnendo un albero
tagliato e portandolo in processione per gettarlo poi nell’acqua affinché
procurasse pioggia e favorisse la crescita dei frutti. Questa tradizione (che
si solito si svolgeva il 1° maggio, come il beltane celtico, durante il quale
si usava appendere una corona primaverile a un troco sfrondato) è presente
anche in Transilvania, Romania, Russia e Slovenia ed è riconducibile ad un rito
di rinnovamento. Nella notte di veglia si entrava in comunicazione con i morti,
la cui forza generatrice (di seme nella terra; Ippocrate ci dice che gli
spiriti dei defunti fanno crescere e germogliare i semi) veniva evocata,
scatenata ed esasperata dai riti, dall’opulenza e dall’orgia. Per questo la
notte del 30 aprile era caratterizzata da un’atmosfera orgiastica di banchetti
e danze che terminava con l’espulsione rituale dei morti e l’avvento della
nuova vita. Con la cristianizzazione la notte del 30 subì una metamorfosi, e
venne descritta come la notte in cui si davano convegno streghe e stregoni, che
si dovevano espellere grazie all’intervento di S. Valpurga. In Boemia
i giovani si radunavano dopo il tramonto su un’altura o ad un crocicchio, e
schioccavano le fruste con energia per far fuggire le streghe. Nel Tirolo si
preparavano fasci di frasche resinose di cicuta, rosmarino e pruno; contemporaneamente
si purificavano le case e le si fumigavano con bacche di ginepro e ruta. Al
calar della notte, con un gran frastuono di fruste, sonagli, vasi e casseruole,
iniziava il rito di espulsione delle streghe. Poi, al suono della campana, si
accendevano le fascine urlando, in un chiasso assordante: “Fuggi, strega,
fuggi, o male sarà per te”. Infine si correva a perdifiato intorno alle case,
ai cortili e al villaggio (A. Cattabiani 1991, pp. 214-216).
Il giorno
successivo, cacciate le streghe, si collocava un albero in mezzo al paese,
intorno a cui si facevano processioni, o si appendevano dolci, salsicce e uova
(Albero della Cuccagna) come augurio di prosperità e fecondità.
Ho trovato tra le prescrizioni della
visita pastorale del Vescovo di Brescia Marino Giovanni Giorgi del 1675 ad una
parrocchia Camuna (si tratta della parrocchia di Ceto) la assoluta proibizione
di continuare la festa del “Magio”. Ma che cosa era?
Era la festa del Primo Maggio che
consisteva nel tagliare un grande albero dal bosco (probabilmente un ciliegio
in fiore) che, trasportato sul sagrato della Chiesa, veniva piantato al centro
e ornato di molte cianfrusaglie. Era certamente un’usanza antichissima che si
ricollegava alle celebrazioni pagane dell’inizio della primavera. Forse aveva
carattere di rito propiziatorio per ottenere la fertilità del suolo e
l’abbondanza dei frutti. Gli uomini trasportavano giù dal monte un grande
albero con tutte le sue fronde che passando per anguste vie del paese recava
offesa a chi non era svelto a nascondersi in qualche porta o andito. Sul
sagrato poi, veniva piantato in fretta e scalato dai giovani più audaci che si
divertivano a strabiliare le ragazze con esercizi di acrobazia (L. Ertani 1979,
p. 70).
S. GIOVANNI
BATTISTA (24 giugno)
Il solstizio
estivo (21 giugno) era il culmine della natura, non si cercava più di stimolare
la fertilità della natura, ma si cercava di “prendere”: si raccoglievano le
piante medicinali, si accendevano enormi falò sopra cui si saltava per
purificarsi e conservare la salute.
La festa di
S. Giovanni coincide con il solstizio d’estate, e costituisce una celebrazione
antichissima attestata su di un territorio quanto mai vasto. Dall’Irlanda alla
Russia, dalla Norvegia alla Spagna, alla Grecia, all’Italia, da tempi
immemorabili, in coincidenza con il solstizio si accendevano falò e si facevano
processioni per i campi. Il fumo allontanava demoni, fantasmi, streghe e
catastrofi. Uomini e mandrie attraversavano il fuoco per aver protezione dalle
malattie, l’altezza raggiunta dalla fiamma era propiziatoria per la crescita
del grano. In molti casi la tradizione popolare ricorda che i fuochi servivano
per allontanare le streghe, in altri (come in Prussia e in Lituania) i giovani
del paese giravano per le case chiedendo un boccale di latte (Frazer, 1922, pp.
960-974). La presenza delle streghe e di questue suggerisce l’esistenza di un
sfondo funerario della festa che trova puntuale conferma in Bretagna, dove si
crede che i morti ritornino il giorno di S. Giovanni (P. Sebillot, 1990, p.
126).
Con il
solstizio d’estate rivivono le tradizioni precristiane nella festa di S.
Giovanni Battista. Interessano particolarmente la raccolta di rizomi di felce e
di altre erbe per svariati usi terapeutici, il culto della prestigiosa rugiada
di quella notte da cui dipende lo stesso potere guaritore delle essenze
vegetali raccolte, e la prerogativa di allontanare per tutto l’anno, dai panni
esposti, le tarme (C. Corrain, P. Zampini 1966, pp. 188-189).
Numerose
testimonianze (raccolte a Cimbergo, Cevo, Zoano, Precasaglio, Pezzo,
Pontedilegno, ecc.) ci testimoniano che i fuochi di S. Giovanni erano
identificati con le anime vaganti che, secondo la credenza popolare, proprio
quella notte, vagano liberamente per farsi ricordare dai vivi (A. Fappani,
1984, pp. 37-38).

Paliotto ligneo,
sec. XVIII, Museo camuno di Breno
NATIVITA’ DI
MARIA (8 settembre)
Era chiamata la Madona dei pèrsec, dal frutto
che in tal giorno teneva il campo della fiera, che si svolgeva al Ponte Minerva
presso Breno, con grande concorso di fedeli e bontemponi. Ora la sagra è
ridotta quasi a nulla (A. Canossi 1930, p. 30).
IL GIORNO DEI MORTI
In Valcamonica
si credeva che “i morti … vengano la notte dall’uno al due (novembre) e, per
riceverli si lascia un lume acceso ed il ceppo sul fuoco, perché si scaldino.
Qualche ingenua donnetta prepara loro anche il caffè. E si fan processioni fino
al cimitero, prima per andare a prenderli, poi per riaccompagnarli alla loro
dimora”. A Monno, si raccoglie nelle famiglie la paglia, che si vende e il
ricavato va a suffragio dei morti. Pure a Monno, le donne portano al curato un
secchiello di segale e ne hanno in cambio un bras di fettuccia,
verde o rossa (A. Canossi, 1930, p. 31).
A Borno il
giorno dei morti si usava apporre sui balconi delle zucche vuote intagliate a
forma di teschio, illuminate internamente da candele, che, come nella ben più
nota tradizione di Helloween, simboleggiavano la presenza dei
defunti. La sera stessa la gente restava in casa, recitando il rosario, poiché
si credeva che i morti uscissero dalle tombe (G. Goldaniga, 1983, p. 266).

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