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Santella rupestre, Grevo, Valcamonica.

 

2. La bòta: un racconto di paese

 

Angelo Giorgi

 

“Sotto forme quasi infinite il racconto è presente in tutti i tempi, in tutti i luoghi, in tutte le società; il racconto comincia con la storia stessa dell’umanità.”

(R.Barthes, Saggi critici, Torino, 1966)

 

 

Nei ricordi della mia infanzia vi sono molte bòte[1] raccontate da mia nonna davanti al camino: una donna semplice, ma energica, ricca di mille sfumature e capace di rinnovare i consueti schemi in infinite mitologie. Credendola eterna, non l’ho mai interrogata su argomenti che adesso vorrei chiederle...

Nelle lunghe serate d’inverno, quando uomini e animali erano costretti all’immobilità dal torpore stagionale della montagna, nei fiati delle stalle attorno alla lucerna o davanti ai bagliori del camino si raccontavano favole e leggende.

Fate, streghe, diavoli e trapassati uscivano dai boschi, dalle spelonche e dall’aldilà con le loro crudeltà, con i loro capricci o inganni per suscitare problemi di convivenza con i mortali. In ogni convegno, in tutte le veglie venivano tramandate da rugose filatrici o da barbuti anziani le vicende di questi incontri-scontri, celebrando la continuità di un antico rito clanico. Negli occhi e negli orecchi, soprattutto dei bambini, si affrescavano i turbini delle fate trasvolanti, i lamenti dei neonati rapiti, le agghiaccianti risate del diavolo celato in fattezze umane e caprine, la rituale danza macabra della morte. Sfilavano torbide nell’immaginazione, ma nitide per la rievocazione, nella doppia valenza umana e transumana, celeste e demoniaca, le presenze di tutti i racconti: uomini che erano diavoli, fanciulle che erano fate, vecchie che erano spiriti della natura, preti che erano maghi.

Favole e leggende dovevano avere sempre gli stessi protagonisti perché le vicende da rappresentare erano sempre uguali, erano i ritmi stessi della vita dell’uomo nel suo divenire, erano le suggestioni dell’immaginario collettivo. Non aveva alcuna importanza, infatti, collocare il racconto nel tempo, essenziali erano il luogo e la natura dell’essere: gli abitatori di questo mondo raccontato vivevano nelle parole di chi narrava ed esistevano reali nel pensiero di chi ascoltava.

Certi luoghi erano più carichi d’altri di fatato, certe immagini del soprannaturale erano costanti, erano patrimonio che si involveva in un labirinto senza confini dove la storia era favola, la favola proiezione mitica stimolata dalla fantasia. Da secoli, nelle notti di luna piena, il diavolo veniva a suggellare patti firmati col sangue, ad ingannare fanciulle avvezze a balli poco innocenti, a rapire bambini.

 

Castello di Breno, foto panoramica

 

Il fine della bòta non era solamente quello di una fuga dalla realtà, di un leggiadro passatempo, di un riempitivo obbligato, ma era principalmente quello di suscitare negli ascoltatori il senso dell’eroico, del meraviglioso e dell’ironico, distrarre giovando moralmente, educare con l’esempio, mettere in guardia attraverso i casi vissuti, ammonire con l’apologo. In questo senso la bòta non era né la battuta mordace, né la satira; era piuttosto una narrazione che manteneva in sé le caratteristiche della leggenda, dell’apologo, della vicenda realmente vissuta e di quella puramente irreale.

Magia, religione e mito, nel mondo alpino ed in particolare in quello camuno, offrivano un punto d’incontro privilegiato di culture diverse: italica, celtica, germanico-danubiana e poi, su tutte, cristiana.

Le Alpi, anche secondo P. Jorio,[2] non hanno mai costituito un’unità politica, ma sono sempre state una regione d’incontro, di fusione di popolazioni diverse: la capacità di elaborare in modo originale i portati delle culture esterne è stata enorme. Incanto, culto della divinità e religione, favola e mito erano costituenti di un’unica matrice, quella che Bergson ha definito “esteriorizzazione di un desiderio di cui è ripieno il cuore.”

La bòta dunque, come fusione di umano e divino, di reale e magico, di profano e religioso era un ideale crogiolo dell’animo umano; come racconto, invece, nasceva dal radicale bisogno di affabulazione insito nell’inconscio dell’uomo, homo ludens e illudens allo stesso tempo: un racconto in cui ogni affabulatore si proietta come protagonista e dove ogni ascoltatore rivive il suo alter ego sublimato ed eroicizzato. È insomma, per dirla con A. Marchese,[3] “il luogo di una vasta e sottile sublimazione dell’Eros e del Thanatos freudiani”.

Le bòte erano portatrici di una componente che da sempre ha condizionato la forma del racconto: la libera creatività dell’individuo, la quale non intaccava la sostanza del racconto, ma la dislocava soltanto in spazi conosciuti, o la sviluppava attorno ai protagonisti noti, sfumandola di coloriture locali e costringendo la partecipazione degli astanti. La funzione ultima del narrato era insomma quella di obbligare la collettività a garantirne la conservazione mediante la continua reinvenzione espressiva. Tali racconti vivevano infatti del metafisico presente in ciascuno, si nutrivano di paradossi comuni, sfuggivano ad ogni tentativo di razionalizzazione fuori dal loro ambiente.

È evidente che queste storie mantenevano un valore solo se gli ascoltatori riuscivano ad innescare nella ritualità fissa del racconto ripetuto, una carica di trasfigurazione creativa attraverso il proprio fantastico: una ricchezza che la gente semplice di montagna non ha ancora perso.

 

 



[1] Per una originale etimologia del termine si veda L. Ertani, Bòte de Al Camonega, Esine, Ed. S.Marco, 1978, nel quale si sostiene derivare dal termine dialettale “dé bòt”, che significa: spontaneamente, senza preparazione, improvvisazione.

[2] P. Jorio, Il magico, il divino, il favoloso nella religiosità alpina, Torino, Priuli e Verlucca, 1983.

[3] A. Marchese, L’officina del racconto…, Milano, Mondadori, 1983.