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Notizie storiche
Probabilmente nella zona avevano beni sia il monastero dei benedettini di San Faustino Maggiore di Brescia, sia il monastero di benedettine di Santa Giulia:
infatti per indicare un "campo molto esteso" era in uso a Lozio il detto
'' l'el cap de S. Giulia " e a Laveno vi è una contrada di S. Giulia.
Nel 1173 un rampollo della famiglia Griffi di Losine anche questa discendente dalla grande famiglia Gisalbertina
e cioè Giovanni Griffi divenne vescovo di Brescia e come tale investi i membri della sua famiglia di terre di Losine, di Lozio, di parte di Borno, di Breno, di Niardo, di Braone e di Cemmo.
I Griffi furono una delle famiglie più potenti della parte guelfa e tali furono anche i feudatari di Lozio che da quella famiglia derivano e che assunsero il nome di Nobili di Lozio, avendo come sede del loro dominio il castello di Lozio eretto alla fine del secolo XIII.
Di fede guelfa, ma fieri soprattutto della loro indipendenza condussero una politica costante e rettilinea.
Possedendo un forno fusorio nel quale veniva forgiato il ferro proveniente dalla Val di Scalve, si avvantaggiarono, per questo monopolio, nel prestigio fra gli altri guelfi.
Nel 1363 i Nobili di Lozio erano infatti i capi della fazione guelfa, come vassalli del vescovo, e alleati agli affini Griffi di Losine, Ronchi di Breno, Pellegrini di Cemmo, Grandesini e Lupo di Borno, agli Antonelli di Cimbergo, dominavano il centro della Valle ed erano in guerra con il partito ghibellino capeggiato dai Federici.
Finalmente Bernabò Visconti era riuscito con qualche concessione a rabbonire i Guelfi e a concedere qualche immunità agli Homines de Lozo. Il 21 novembre 1364 abbiamo infatti una lettera di Bernabò Visconti ai fratelli Baronzino, Tonino e Bonuxio de' Lozo nella quale parla delle offese che essi ebbero dai Federici, sulla cancellazione dei bandi e delle condanne contro Bartolomeo da Grevo, Armerico da Cimbergo, ecc.; cosi, nel 1370 il cardinale Grimaldi, legato pontificio, aveva dichiarato alcuni nomi delle due parti da includere nella tregua della guerra fra Stato della Chiesa e i Visconti e primo fra tutti appare Baronzinus fìlius quondam domini Petri de Lozio districtus Brixiae come fautore dei Visconti.
Ma nel 1371 Bernabò Visconti concede che la comunità di Lozio fosse sottomessa in civilihus alla giurisdizione della vicaria della Valle di Scalve e forse fu questa la causa della rottura dell'amicizia per i Visconti; nel 1372 i Rettori si dichiaravano incapaci a frenare le fazioni e nel 1373 i guelfi camuni con i bergamaschi si ribellarono ai Visconti, ottenendo vittoria sull'esercito milanese e uccidendo il figlio del duca Ambrogio.
Il 12 marzo 1378 a Cimbergo si firma una tregua di due mesi fra guelfi e ghibellini e Baroncino dei Nobili di Lozio rappresenta altri signori della Valle e fra questi, qualora fosse in ciò d'accordo, anche il cugino De-mazio signore del dosso bastia di Cemmo.
Scaduta la tregua i guelfi combattono a Lovere, a Castro, ad Albino, a Grumello, si incendia il castello di San Lorenzo in Val Brembana.
Con l'avvento di Gian Galeazze al ducato di Milano si inaugura un periodo di distensione, tanto è vero che nell'ottobre del 1385 il duca concede lettere in favorem et prò immunitate hominum de Lozio; ma quando Gian Galeazze riprese la politica ostile del padre - testimoniata ad esempio dalle esenzioni nell'estimo valligiano ampliate nel 1389 in favore dei Federici e dei ghibellini - ecco la ripresa delle ostilità. E di quello stesso anno tuttavia il rifiuto di Baroncino ad accettare i diritti del Vescovo (essendo questi legato ai Visconti) sul suo feudo, rifiutandone l'investitura e pertanto meritando di essere posto al bando dal podestà Crivelli;
ma contemporaneamente è ammonito il Comune de Lazio che pertanto era già costituito.
Nel 1391 si ha la distruzione di Dezzo, nel 1392 i guelfi capitanati da Pietro figlio di Baroncino dei Nobili di Lozio fecero razzie sui monti di Bienno trasportando intere mandrie da quei pascoli a Lozio, in Valle Seriana e in Valle Brembana. Di qui scaramucce, ritorsioni, stato permanente di guerriglia che costituiva una minaccia allo stesso ducato, tanto che Gian Ga-leazzo invita i suoi rappresentanti a fare ogni sforzo per pacificare le due parti.
ll 31 dicembre 1397 il podestà Giacomo Malaspina e il capitano della valle E. Suardi convocano al ponte della Minerva a Breno i rappresentanti delle due parti, dove firmano la pace. A capo dei guelfi era Baroncino (o Barinone) ed è notevole la particolarità che il Comune di Lozio e quello di Borno non sono compresi nel pievatico di Cividate. E a Baroncino e ai suoi consorti che viene concessa l'investitura feudale nel 1400 (27 gennaio).
Con la morte di Gian Galeazze e la successione al governo di Milano della duchessa Caterina, tutrice di Gianmaria, nel 1402 si riaccendono le lotte per la simpatia della vedova verso il partito ghibellino.
A capo dei guelfi troviamo sempre Baroncino con i figli che, con altri guelfi camuni e coi valtrumplini e valsabbini, assalirono Rovato e persino Brescia scacciandovi il vescovo Guglielmo Pusterla appartenente al partito visconteo e che nel 1405 lo aveva fatto processare dall'arciprete di Cemmo con gli altri nobili ribelli al duca milanese. È naturale che Baroncino divenisse un fedele seguace di Pandolfo Malatesta che spalleggiato da Venezia, avanzava in Val Camonica minacciando il dominio visconteo; ma anche Pandolfo, divenuto signore di Brescia, deve far i conti con questi suoi sudditi, alleati assai difficili e nel 1408 era costretto a intimare a Baroncino di Lozio e ad altri guelfi di Clusone di non molestare le terre già ghibelline di Angolo, di Anfurro e di Monti che si erano date a lui per essere protette.
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