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Il presente materiale è stato creato dall'esperto valorizzatore della nostra Storia Locale: "Mauro Fiora" mf@intercam.it
che ne ha concesso gentilmente la pubblicazione su questo sito.

 

"Dominio di Venezia"

 
Nel 1426 fu convocato un Congresso a Ferrara ma fu solo l'ultimo, estremo e fallimentare tentativo di trovare una soluzione diplomatica per comporre i numerosi, contrastanti e inconciliabili interessi territoriali tra il ducato di Milano e la Serenissima Repubblica Veneta. Sia in Lombardia che in Veneto apparve subito inevitabile lo scontro armato fra le similari politiche di espansione e di primariato tra le principali e più importanti Signorie del nord Italia, condotto per Milano da Filippo Maria Visconti e quello della Repubblica di San Marco,

anche lei desiderosa di allargare, almeno fino al confine naturale dell'Adda, i propri possedimenti sulla terraferma che inglobavano già tutta la pianura veneta fino alle sponde del lago di Garda. La guerra venne dichiarata ufficialmente il 3 Marzo 1426. Comandante generale delle forze venete fu eletto uno dei più famosi capitani di ventura di quel tempo: il conte di Carmagnola. Questi solo un anno prima aveva abbandonato, dopo aspri dissidi e violente rimostranze, il servizio del Duca di Milano, che non voleva nominarlo capitano generale di tutte le truppe viscontee malgrado i grandi servizi resi negli ultimi dieci anni. Un voltafaccia abbastanza consueto per quei tempi (ne vedremo altri in questo capitolo di storia) e che non fu visto e vissuto con particolare scalpore alla corte milanese anche se lo stesso Carmagnola era legato da stretti vincoli di parentela con lo stesso duca Filippo Maria Visconti avendo da poco sposato Antonia figlia di Pietro Visconti. L'inizio delle operazioni militari in territorio Lombardo fu subito favorevole ai veneziani che numericamente e per armamenti erano superiori alle truppe milanesi. Le truppe del Carmagnola entrarono con molta facilità in Brescia, non incontrarono alcuna difesa organizzata e si acquartierarono nella cittadella fortificata e nel munito e possente castello che aveva respinto, in anni precedenti, numerosi assalti di forze ben maggiori e più agguerrite.
La città fu praticamente consegnata alle truppe venete, senza colpo ferire, dagli stessi notabili bresciani che appoggiarono i nuovi padroni precipitandosi a servire la Serenissima Repubblica stimolati da ambizioni personali ma specialmente da violenti e non sopiti risentimenti verso chi era stato favorito, in Brescia e provincia, dalla signoria Milanese, nella scalata sociale ed economica a posti di potere di primo piano. Gli odi tra le principali famiglie nobiliari bresciane furono dunque il perno principale per la conquista della città e il passaggio alla dominazione Veneziana. Il Carmagnola seppe intelligentemente approfittare delle divisioni interne della nobiltà e trasse vantaggio da un certo favore che Venezia già godeva, più per sentito dire che per esperienza diretta, fra le popolazioni. Fece circolare con insistenza la voce che Venezia, in caso di vittoria sui milanesi, avrebbe donato un'ampia libertà al popolo, avrebbe concesso privilegi al commercio, esenzioni da tasse e un più mite e buon governo, un perdono per i reati politici commessi e riconferma dei privilegi dei nobili e dei notabili.
Queste promesse, che furono, per verità storica, anche in buona parte mantenute in seguito, portarono all'ingrossamento del partito favorevole a Venezia e al suo governo. Indubbiamente la Repubblica Veneta, per quei tempi, era un esempio di illuminato e liberale governo e, a paragone di quello milanese, che rappresentava la tipica e ormai odiata mentalità medievale, era molto popolare specialmente tra le masse più povere e nelle classi medie. La città non era stata comunque completamente conquistata e truppe milanesi, al comando personale del capitano generale Francesco Sforza, che era giunto subito in zona, riuscirono a mantenere alcune posizioni, pur chiuse da fossati e da terrapieni battuti continuamente dalle bombarde, bombarole e colubrine venete. Il Visconti, nel frattempo, aveva richiamato d'urgenza dalla Toscana e dalla Romagna le truppe di Angelo della Pergola, di Niccolò Piccinino e di Guido Torello e, nell'attesa che i suoi soldati si riunissero a Parma, stipulò frettolosamente un trattato di pace con Alfonso di Aragona. Contemporaneamente intensificò gli appelli di soccorso all'imperatore Sigismondo e tentò accordi segreti con Amedeo VIII di Savoia.

Il duca Sabaudo, che manteneva, già dall'inizio delle ostilità, con il Carmagnola contatti segreti, stava già concludendo, allo stesso tempo, negoziati e larghe intese con la stessa Venezia e con Firenze per una rinnovata lega ai danni di Milano e di Filippo Maria Visconti. L'alleanza tra Venezia ed il Savoia fu siglata ufficialmente l'11 luglio 1426. Amedeo aveva aderito alla lega convinto dalle allettanti, anche se pur fallaci, promesse dei rappresentanti Veneti. Le parti in campo, spinte dalla necessità di assicurarsi gli alleati più forti, sottoscrissero nei trattati delle ampie concessioni territoriali e Amedeo VIII, futuro (anti)papa Felice V, ottenne, tra i patti dell'alleanza, tutto il territorio milanese fino all'Adda. Sarebbe stata una grande espansione del territorio Sabaudo, ma Venezia, che tendeva anch'essa a raggiungere quel confine naturale e ben difendibile, non poteva certo accettare siffatto ingrandimento e, non ottenendo quel confine, non avrebbe mai permesso la totale scomparsa dello stato milanese che fungeva da cuscinetto tra il ducato di Savoia e la stessa Repubblica.
Come accadeva spesso in quei tempi, in cui i trattati erano poco più di carta straccia e sui cui patti, articoli e promesse solenni, tutti sapevano di non poter contare, la Serenissima Repubblica di San Marco finse di accogliere, anche se con una certa e ben mascherata difficoltà, le richieste del nuovo confederato, pur di ottenerne l'aiuto militare, ma col fermo e chiaro proposito di non mantenere l'accordo una volta terminato con esito, per lei favorevole, la guerra in corso. Filippo Maria Visconti, visti vani i tentativi diplomatici per dividere i suoi nemici confederati e spinto anche dalle inconsistenti, costosissime e sterili iniziative militari del suo esercito, si vide costretto ad aprire delle trattative di pace. A prendere l'iniziativa per una tregua e a far da mediatore fu l'allora pontefice Martino V che non vedeva di buon occhio che una sola signoria potesse avere la prevalenza sulle altre in Italia. La diplomazia vaticana si mise all'opera per far sì che si mantenesse quel rapporto di forze che erano il principale fattore di stabilità (tra la grande instabilità di quei tempi) nella penisola. A quest'azione pacificatoria fu subito consenziente anche l'imperatore Sigismondo che aveva col Visconti, in precedenza, stretto un patto di alleanza politico militare ed aveva assicurato e giurato di intervenire direttamente nelle faccende italiane e di appoggiare le mire espansionistiche di Milano purchè questo restasse vassallo dell'impero e fornisse truppe e salmerie all'esercito imperiale.

L'imperatore fu però costretto, di mese in mese, malgrado le continue e incessanti suppliche e ambascerie del Visconti, a rimandare la sua calata in Lombardia a causa della grande minaccia turca ai confini sud orientali del suo Impero in Valacchia e della sanguinosissima rivolta degli Ussiti in Baviera. Secondo i piani studiati dagli stati maggiori del Visconti e di Sigismondo, le truppe imperiali sarebbero dovute giungere a Brescia e poi dilagare nella pianura Veneto Romagnola, proprio passando per la Valle Camonica dopo essere transitate dalla Val Tellina. Era questa una delle vie più battute dagli eserciti imperiali quando facevano le loro calate in Italia.
La tregua, malgrado alcune clausole già sottoscritte e stipulate, non pose però fine ai combattimenti, anzi a prestare man forte alle truppe milanesi, che erano ancora attorno a Brescia, divenuta "il punto cruciale della guerra", sopraggiunsero numerose truppe fiorentine al comando di Niccolò da Tolentino e di altri capitani. Intanto Gianfrancesco Gonzaga ed il commissario veneto Andrea Marcello dalla Riviera, con ampie manovre delle proprie schiere, avevano esteso l'occupazione territoriale lungo il corso del basso Oglio fino a Quinzano. In breve tempo passarono dalla parte di Venezia, senza opporre alcuna resistenza, la Valle Trompia e la Val Sabbia. In queste valli le simpatie per la dominazione Viscontea si erano definitivamente perse, alienate soprattutto dal mal tollerato aumento del già pesante dazio sulle "ferrarezze". La lavorazione del ferro e delle sue leghe era l'occupazione principale dell'industria valligiana e fu logico che la speranza di tasse minori o addirittura sgravi o esenzioni fiscali portò dalla parte di Venezia le principali famiglie che avevano grandi interessi nell'industria metallurgica. Le due valli bresciane divennero favorevoli a Venezia anche perché questa aveva promesso (e poi mantenne in parte) un'ampia autonomia.

La Valle Camonica, anche per la sua collocazione geopolitica di territorio di confine, rimase invece legata all'area di influenza viscontea e l'11 Giugno 1426 i rappresentanti del duca di Milano si incontrarono a Bovegno con quelli della Valle Camonica. Questi si dissero preoccupati della minaccia incombente di un'occupazione veneta e delle eventuali ritorsioni che le truppe del Carmagnola avrebbero messo in atto durante e dopo un'eventuale occupazione territoriale. Fu così pattuito e sottoscritto un accordo in cui si dichiaravano reciproche garanzie di "avviso" in caso di pericolo, in aggiunta ad altri patti di mutua assistenza. I principi di libertà e di pace in Italia, pomposamente proclamati e sbandierati dalle due leghe tosco-veneziana del 4 Dicembre 1425 e tosco-sabaudo-veneziana dell'11 Luglio 1426, in effetti, malamente nascondevano un complesso gioco di grandi interessi divergenti che in poco tempo inasprirono i labili rapporti tra i confederati. Di questo stato generale di incomprensioni, invidie, timori e sotterfugi ne seppe ben approfittare il Visconti per guadagnare tempo, per rinsaldare insicure alleanze, rinforzare le sue truppe e inviare ancora ambasciatori al solito Sigismondo con pressanti appelli di intervenire al più presto. Iniziò una vasta e ipocrita campagna di azioni diplomatiche, ben sapendo che i fiorentini ed Amedeo VIII preferivano, all'ampliamento territoriale di Venezia, mantenere in vita il ducato milanese. La presenza di questo stato era da baluardo e cuscinetto all'espansione veneta verso ovest e sud-ovest (Lombardia e centro nord Italia). Lo stesso papa Martino V auspicava (e la sua potente diplomazia svolse un ruolo essenziale) quell'equilibrio politico che poteva essere assicurato solo dalla pari debolezza o equità di forze di tutti i contendenti.

Il Visconti, pur vedendo minacciate sempre più direttamente, dalle truppe venete, le sue città di Bergamo e di Crema e le provincie meridionali ed occidentali del suo ducato, desiderava che le trattative di pace andassero per le lunghe, sempre nella speranza che l'imperatore Sigismondo si decidesse a scendere in Italia. I negoziati vennero più volte interrotti con le scuse diplomatiche più banali e alla fine Venezia, che nel frattempo aveva continuato ad ammassare truppe al confine con Milano, per non venire abbandonata dai suoi timorosi alleati, fu costretta a limitare (e di molto) le sue richieste iniziali. Nelle clausole del nuovo trattato era fissato che il Visconti cedeva Brescia e la bassa bresciana fino al Garda. Il Duca di Milano non si voleva però assolutamente piegare a cedere la Valle Camonica (sua principale fornitrice di armature e armi bianche e via di raccordo con il centro Europa e l'Impero). Intorno al possesso della vallata dell'Oglio e del Sebino si concentrò a lungo la discussione generale.
Fu solo il 30 dicembre (1426) che nel monastero di San Giorgio in Venezia, fu concluso e firmato un trattato che vedeva al tavolo delle trattative da una parte i plenipotenziari della Serenissima, di Firenze, dei Savoia e dall'altra i rappresentanti del duca di Milano. Dal testo di questo ennesimo accordo risultava tra l'altro, in modo enfatico e prosaico, che era "stabilita una perpetua pace" tra le parti. Il Visconti rinunciava, a favore di Venezia, a Brescia ed a tutto il suo territorio, esclusa però la Valle Camonica. La sponda nord del lago di Garda con Riva e l'importante castello di Tenno rientravano in possesso del vescovo di Trento. Iseo, Palazzolo, Pontoglio, Chiari ed Orzinuovi, luoghi fortificati che erano ancora in possesso dei milanesi, si dovevano consegnare ai veneti entro 25 giorni dalla firma del trattato, il resto del territorio che doveva passare sotto Venezia avrebbe accolto le truppe della Repubblica entro trenta giorni. Nei casi controversi veniva accettato l'arbitrato del cardinale di Santa Croce, delegato direttamente dal papa Martino V.

Il Gonzaga, signore di Mantova, che era stato uno dei principali protagonisti delle azioni militari nella bassa Lombardia e il più forte alleato della Serenissima, avrebbe conservato le terre conquistate nel corso della guerra, a nord-ovest del suo marchesato, ma non quelle che, a confine con i suoi possedimenti a nord del Po, venivano cedute direttamente da Milano a Venezia. Tutto ciò ruotava attorno al formale impegno che la Repubblica Veneta garantiva la conservazione della pace, cioè non sarebbe scesa in campo con le sue armate, nell'attesa della consegna, ai suoi delegati, del territorio bresciano a lei assegnato. Nel gennaio del 1427 e nel mese successivo il Carmagnola pose il suo comando generale in città, a Brescia. Le truppe venete tuttavia non rimasero ferme: si stanziarono nelle Valli Trompia e Sabbia ed si insediarono a Iseo. Questa importante piazza era già stata precedentemente occupata da forti truppe dell'armata veneziana ma ancora, sia in paese che nella campagne circostanti, erano presenti delle forti fazioni dei potenti ghibellini Aldofredi. Di questa stirpe e in questo periodo il più famoso era certamente Giacomino degli Isei.
La nobile famiglia Aldofredi, che aveva vasti possedimenti nel basso Sebino e in Franciacorta, era legata, anche direttamente, attraverso diverse parentele, ai ricchissimi Suardi di Bergamo ed agli stessi Visconti. Giacomino, che nel 1407 aveva sposato Franceschina, figlia di Baldino Suardi, contrariamente ad altre famiglie bresciane (Gambara, Palazzo, Emili, ecc) che si erano facilmente piegate al nuovo governo Veneto, rimase sempre fedele al duca milanese dal quale, in cambio, ottenne onori, investiture e privilegi. Giacomino che, con Estore Visconti, si era opposto, con successo, alle truppe condotte da Pandolfo Malatesta ebbe vari e importanti incarichi militari, diplomatici e politici. Era stato per merito suo se il fratello Giovanni aveva ricevuto nel 1415, dall'imperatore Sigismondo, l'investitura di Iseo. Giacomino era stato presente nel 1421, in Brescia, al giuramento di rinnovata sudditanza bresciana a Filippo Maria Visconti, nel cui nome combatté poi contro i feudi di Riva e di Tenno. Per la sua fedeltà e i suoi numerosi servigi ebbe la possibilità di entrare a far parte della corte ducale milanese e, segno di grande prestigio e fiducia, fu invitato più volte alla corte imperiale, in Liguria, in Toscana ed in altre parti d'Italia come ambasciatore personale del Visconti. Questo fidato cortigiano fu anche legato a molte delle vicende politiche e diplomatiche più importanti dell'epoca tanto che nel 1426 fu comandato nuovamente presso l'imperatore Sigismondo per sollecitarne gli aiuti (promessi e non mantenuti) a favore del Visconti. Le truppe del Carmagnola, dopo aver occupato Iseo e il basso Sebino bresciano fino al confine naturale dell'Oglio, si spinsero più avanti, verso nord, lungo la riviera Sebina orientale e entrarono in Valle Camonica passando per Pisogne, Artogne e Gianico. Risalendo lungo l'antica romana via Veleriana conquistarono l'importante castello di Montecchio, posto alla sommità della collina del Monticolo, che presiedeva il ponte sull'Oglio e che era piazza molto importante nella difesa di tutta la bassa Valle Camonica e per i collegamenti con la Valle di Scalve. La marcia delle truppe venete proseguì fin sotto le mura del munito castello di Breno. Qui si fermarono in attesa di ulteriori ordini del capitano generale. A questo punto in Valle Camonica e lungo le sponde del Sebino coesistevano, a stretto contatto, le due signorie rivali: quella Veneta (di tipo essenzialmente militare) e quella Viscontea con un capitano del lago ed un vicario a Lovere. Questo alquanto strano stato di vicinato era sottoscritto negli accordi presi durante l'ultima tregua e doveva rimanere tale fino allo scoppio delle prossime ostilità.
A Brescia, giunta notizia dell'accordo e cessato, per ora, il timore di un ritorno offensivo visconteo, si diffuse una certa euforia e vi furono i soliti roboanti discorsi dei notabili locali e molte messe solenni per la pace firmata. Ma la tregua, come tutte le tregue dell'epoca, basate solo sulla momentanea debolezza di un contendente e sulla volontà di non rispettare i patti sottoscritti ma solo di guadagnare tempo e vantaggi strategigi o politici, ebbe breve durata. Il trattato di Ferrara, ancora una volta, pur condito da solenni promesse e giuramenti di rispettare i patti, trovò esecuzione soltanto nelle sue parti secondarie perché Filippo Maria, il cui prestigio a livello internazionale e interno, era rimasto profondamente scosso, già si preparava a recuperare le terre che aveva perso sul campo di battaglia e aveva dovuto cedere ai suoi pericolosi vicini e rivali.
Valendosi dell'appoggio imperiale e della neutralità di Amedeo VIII di Savoia, col quale nel frattempo aveva portato avanti approcci di buon vicinato, offrendosi di stringere con lui anche vincoli diretti di parentela, il Visconti confutò il trattato e le sue clausole territoriali. Allorché si trattò di consegnare i castelli bresciani, secondo gli accordi sottoscritti, il duca di Milano fece comunicare agli ambasciatori di Venezia e del Gonzaga, che l'imperatore Sigismondo gliene aveva impartito il divieto e come suo vassallo non poteva che eseguire le direttive dell'Imperatore, unico a cui doveva obbedienza. Nel frattempo le diplomazie si erano rimesse in moto e il bolognese Niccolò Albergati, rappresentante del papa Martino V, incominciò comunque a percorrere il territorio bresciano allo scopo di ricevere in consegna i luoghi e le fortezze da passare poi alla signoria Veneta. I castellani Viscontei, obbedendo ai segreti ordini ricevuti dal loro duca, si rifiutarono di aderire all'invito del legato pontificio e serrarono i portoni dei castelli e delle piazzeforti che avevano in custodia. A nulla valsero le proteste di Venezia e le rimostranze dello stesso rappresentante pontificio che, invano e a più riprese si richiamò agli accordi sottoscritti il 30 dicembre. Ancora una volta Filippo Maria Visconti rispose affermando di essere stato spinto a negare i castelli bresciani, oltre che dall'ordine dell'Imperatore, anche per consiglio dei suoi savi e per volontà dei cittadini... era pronto tuttavia a consegnarli, in attesa di ulteriori accordi, nelle mani del Pontefice, del re di Aragona e di altri, ma non in quelle dei veneziani. Ripresero allora le ostilità e, dopo alcuni scontri minori, le truppe venete agli ordini del Carmagnola e quelle milanesi comandate da Carlo Malatesta si affrontarono a Maclodio il 12 Ottobre 1427. La battaglia si risolse in poche ore. Fu un disastro per l'esercito del Visconti: il numero dei morti non fu elevatissimo, ma migliaia di prigionieri rimasero nelle mani dei veneti. Dopo la vittoria di Maclodio la maggior parte dei paesi e delle fortezze del territorio bresciano che non avevano accettato prima la signoria veneta, resero immediatamente atto di sottomissione alla Serenissima e alle sue truppe. Anche la Valle Camonica, sguarnita di presidi viscontei ed affidata alla sola difesa dei Federici, e già occupata fino a Breno, si vide ripercorsa da truppe che, come al solito, angariavano e depredavano la popolazione. Una forte colonna veneta, condotta dal Cornaro e dallo Scaramuzza si spinse su per la Valle fino a Mù, la cui antichissima rocca cadde il 10 gennaio 1428 nonostante l'accanita difesa di Bertinzolo Federici. Primo Provveditore veneto in Valle Camonica fu nominato Pietro Coppi, che però non giunse mai nel solco dell'Oglio. Chi in realtà assunse i pieni poteri nella terra Camuna fu Giacomo Barbarigo che, nominato Capitano di Valle, aveva ricevuto l'incarico, direttamente dal Maggior Consiglio di Venezia, di condurre ulteriormente avanti le operazioni militari proseguendo ad incalzare le truppe milanesi che si erano spostate oltre il confine naturale dei passi Aprica e Mortirolo ed erano stanziate in Val Tellina. Le truppe del Visconti, ancora una volta, erano in grande difficoltà su tutti i fronti e, ancora una volta, si attivarono nuove iniziative di tregua, promosse dal Savoia (spinto forse dallo stesso Filippo Maria) ed auspice il solito papa Martino che fece intervenire ancora il cardinale Albergati. Solo i Veneziani, dei quali tutti gli altri signori italici ormai temevano troppo l'ingrandimento territoriale, erano restii a intavolare trattative di pace, a fermare le milizie e ad abbandonare una situazione estremamente favorevole a loro, creata sul campo con le armi.
Alla fine di lunghi interventi e trattative, i delegati della Serenissima Repubblica, dovettero tuttavia piegarsi, anche per paura di restare soli e isolati e di accendere ulteriori invidie e forse anche rappresaglie diplomatiche (o repentini cambiamenti di alleanze) da parte di tutti gli altri potentati d'Italia. Durante il congresso, convocato ancora a Ferrara il 27 Ottobre, le discussioni andarono, come al solito, molto per le lunghe perché i rappresentanti veneti Paolo Correr e Sante Venier insistevano per avere la Valle Camonica e le podesterie di Iseo, tenacemente invece difese da Filippo Maria che le voleva libere per permettere il transito della tanto agognata discesa in Italia dell'imperatore Sigismondo. Il Visconti, dopo molti indugi, dovette però piegarsi alle condizioni di pace, i cui capitali (capitoli) vennero conclusi (sempre a Ferrara) nella notte tra il 17 e il 18 aprile 1428 e ratificati il 3 maggio successivo. Venezia ebbe confermato il possesso di Brescia e del suo territorio, anche se erano sorti dubbi circa i confini della Valle Camonica, la consegna immediata delle munizioni, delle artiglierie e delle barche armate che il Visconti teneva nel lago d'Iseo. Tra le clausole, per una pace duratura, vi era anche la precisa e specifica richiesta a cui Filippo Maria si oppose con forza fino ad insistere personalmente a favore di Giacomino da Iseo, che invece Venezia voleva a tutti i costi dichiarare suddito bresciano e non milanese. Questa, che sembra una sottile distinzione, era invece un passo importante poiché se il Giacomino fosse stato riconosciuto cittadino bresciano e dunque sotto la podestà Veneta, sarebbe stato subito colpito da un mandato di cattura quale "ribelle" (e condannato a morte) e non come (se restava cittadino milanese) "nemico di guerra" a cui erano riconosciuti precisi diritti e favori e a cui non si doveva applicare la pena capitale. A poco a poco, sgombrato dai presidi e truppe milanesi il territorio perduto, ebbe inizio un, pur breve, periodo di tranquillità che permise di porre mano alla riorganizzazione dei paesi e delle istituzioni tanto a lungo sovvertite da una guerra dannosa specialmente per gli affari e le popolazioni che avevano dovuto subire molte angherie e soprusi da ambo le parti belligeranti che troppe volte poco distinguevano tra alleati, amici e nemici. In Valle Camonica, la terra più contesa, Antonio e Bertolasio Federici di Giovanni, con i loro fratelli ed eredi, piegatisi con estrema flessibilità al nuovo padrone veneto e ai suoi delegati, furono accettati con benevolenza ed ebbero riconosciuti i privilegi e le immunità che in passato avevano ricevuto dai Visconti. Malgrado le insistenze, le raccomandazioni, le manovre e le pressioni politiche sui delegati veneti, i Federici non ottennero però il tanto desiderato feudo di Lozio, ma si videro restituita la rocca di Mù, sottoscrivendo la promessa di mantenerla in efficienza e al completo servizio della Repubblica.

Comincino e gli altri Federici di Angolo, Gorzone ed Erbanno, benemeriti per aver aiutato le truppe della Repubblica nelle precedenti azioni militari in terra camuna, furono ricompensati con donazioni, riconoscimenti e molto denaro (vedasi la storia di Angolo Terme dello stesso autore). Un accenno a parte merita Bartolomeo da Cemmo, a cui venne conferito il titolo di conte di Cemmo e Cimbergo. Egli rimase fedele a lungo a Venezia, anche nelle vicende successive, quando invece altri nobili della Valle se ne staccarono cambiando con frequenza e facilità padrone e signore a seconda delle varie fasi, favorevoli o contrarie, della guerra. Alla fine delle ostilità e alla firma di "questa" pace, ogni paese, tramite suoi delegati, si preoccupò di chiedere e di ottenere la conferma dei propri statuti ed ordinamenti che da secoli erano patrimonio culturale camuno. Venezia fu molto generosa nelle concessioni sia per calcolo di governo che per convenienza politica. Gli abitanti della Valle Camonica, alla quale si aggregarono pure quelli dei paesi di Lozio (spesso staccati, forse per collocazione geografica, dalle vicende camune) e Pisogne (che era considerata più in territorio Sebino che non in Valle), ottennero molte libertà di commercio ed anche l'importante riconoscimento per l'importazione del sale dai paesi nordici e non da Venezia. Questo era il più ambito tra i privilegi ottenuti dalla Valle poiché il ferreo monopolio su questo essenziale bene di consumo (e vigeva invece per tutti gli altri paesi della terraferma) era il perno della forte economia veneta. Va ricordato che il sale era essenziale (molto più di oggigiorno) per molti aspetti non solo legati alla dieta: veniva usato per la concia delle pelli, per la conservazione dei cibi e degli insaccati, come merce di scambio e in alcuni casi, non infrequenti, per la paga di lavori (da cui la parola "salario", inteso come compenso del lavoro manuale) e molte volte anche come misura di ricchezza personale e familiare. Il fattore "politico ed economico" principale della "tasse del sale" era però l'obbligatorietà di "comprarne" una quantità minima per ogni famiglia e questo si trasformava di fatto in una pesante tassazione che era considerata la maggior fonte di entrate tributarie in molti stati europei. Il tributo annuo che la Valle Camonica era tenuta a versare alle casse della Serenissima fu stabilito in 5.070 lire imperiali da raccogliere in tre rate quadrimestrali. Lovere (che allora era ancora considerato in Valle Camonica) e il suo porto, fu aperto al transito di ogni merce, senza alcun obbligo di pedaggio. Questo importante riconoscimento era stato voluto fortemente dai potentissimi commercianti veneziani poiché serviva ad attirare direttamente le correnti del traffico bergamasco al quale era stato chiuso ogni valido sbocco verso i nuovi confini, la pianura lombarda e le più importanti città che erano entrate a far parte della sfera di influenza della Repubblica.
Fu concesso alla Valle Camonica l'esonero dai famosi e tanto odiati "dazi di trasporto", specie sulle "ferrarezze", principale prodotto delle miniere, dei forni fusori e delle officine locali. Un esempio dell'enorme importanza, non solo economica, che ruotava intorno al lavoro sui metalli ferrosi, viene da un censimento, condotto in quegli anni, che indica come, sui circa 40.000 abitanti della Valle, ben 10.000 erano occupati, direttamente o indirettamente, in questo settore. Tutti questi vantaggi economici vennero accolti con molto favore dai Camuni... ma fu per poco, presto si ritornò alle pesanti tassazioni dell'epoca ducale con la scusa, accampata da tutti i vincitori di ogni epoca, del mantenimento dell'esercito in armi. Libera invece rimase la transumanza del bestiame, a condizione che nella pianura, dopo il passaggio delle mandrie, si lasciassero ai proprietari dei fondi e ai confinanti delle strade percorse, in cambio della pulizia dei bordi, tutti gli escrementi (per il cui possesso e uso vigevano precise e severissime leggi) e in generale il fieno e lo strame sufficiente e necessario per il sostentamento dell'esercito. Furono accolte, anche in questo caso temporaneamente, le aspirazioni autonomistiche della Valle Camonica, alla quale fu assicurato l'invito di rettori veneti e non bresciani. Venezia, fidandosi poco del Visconti e dei suoi alleati, aveva, nel frattempo, provveduto a raccogliere altre truppe (Cernide) formate da giovani provenienti dalle sue provincie della Terraferma ed inquadrati da ufficiali e sottufficiali di carriera e "svezzati" alla vita militare da soldati di mestiere.
Filippo Maria, approfittando della tregua e della sospensione delle ostilità, aveva portato a termine alcuni passi diplomatici importanti per tenere buoni gli avversari sul campo e nelle stanze dei congressi di pace e aveva stretto legami di parentela con Amedeo VIII di Savoia, sposandone la figlia. Queste manovre, note a tutti e da tutti viste con estremo sospetto, erano chiaramente individuabili come azioni preparatorie a una nuova guerra alla ricerca di rivincita dalle sconfitte subite sia sul campo che al tavolo delle trattative a Ferrara. La miccia e l'occasione per un improvviso ritorno alle armi fu una congiura che numerosi ghibellini bresciani, favorevoli da sempre a Milano, avevano ordito accordandosi col comandante della importante roccaforte di Orzinuovi con l'intento di riconsegnarla al Visconti. Le ostilità ripresero più sulle carte militari e nei discorsi dei comandanti che nella realtà poiché le truppe dei contendenti si mossero nella pianura e nelle valli ma senza giungere a scontri diretti. La calata tanto attesa, in Italia del nord e in particolare a Milano, dell'imperatore Sigismondo, accompagnato dal vassallo visconteo Giacomino da Iseo, determinò un breve periodo di sospensione delle operazioni belliche per dar luogo ad altre intense (e sterili) trattative diplomatiche. Fu in questo lasso di tempo di "non belligeranza" che il Visconti tentò, attraverso la figlia e con suoi fiduciari, di attrarre di nuovo a sè il Carmagnola con approcci che il condottiero, onestamente e puntualmente riferì a Venezia senza però riuscire ad attenuare i sospetti di tradimento che lo stesso Visconti aveva ad arte diffuso tra i notabili veneziani.
La Serenissima Repubblica, diffidente dopo l'ultima sterile campagna militare condotta dal suo comandante supremo, ordinò al Carmagnola di interrompere ogni eventuale collegamento con il Visconti e da Brescia, ove si trovava con la moglie Antonia Visconti e le figlie, il condottiero fu richiamato d'urgenza a Venezia col pretesto di un parere intorno alle trattative in corso. Il Carmagnola, forse ignaro di quello che lo aspettava, giunse in laguna con una scorta d'onore ma, poco dopo, il 27 marzo, fu arrestato su ordine del Maggior Consiglio. Malgrado il vastissimo scalpore suscitato da questa improvvisa ma premeditata azione, fu processato il 9 aprile, condannato a morte per alto tradimento e decapitato il 5 maggio: era l'anno 1432. Al suo posto, al comando supremo dell'esercito veneto, la Repubblica elesse il fidato alleato Gianfrancesco Gonzaga , che inviò in alta Valle Camonica molti soldati agli ordini del provveditore Giorgio Cornaro. Alle truppe della Repubblica furono affiancate anche mille Cernide bresciane che erano state arruolate nelle nuove terre assoggettate alla Serenissima e poste sotto il comando di Giacomo Trivella e di Antonio Ducco Questa importante spedizione era stata elaborata dal comandate in capo per la necessità di mettere in opera un'azione militare che, salendo dalla vallata dell'Oglio, minacciasse direttamente il cuore della Lombardia facendo affluire truppe attraverso la Val Sassina e la Val Tellina. Il passaggio dell'armata in Valle Camonica non fu casuale poiché si era ridestata, nel comando veneto, la forte preoccupazione del risorgere di simpatie viscontee in alcuni paesi e rocche della Valle dove, tuttora restavano grandi l'influenza e la fedeltà di alcune famiglie ghibelline, partigiane del duca milanese. Il Cornaro, che si era incautamente spinto fino alla importante e ben difesa piazzaforte di Tirano, passando per il passo del Mortirolo, venne colto di sorpresa dalle truppe milanesi, guidate abilmente dal Piccinino, fu sconfitto e fatto prigioniero lui stesso con molti dei suoi. Grande fu l'emozione che questa pesante sconfitta suscitò a Brescia tanto che spontaneamente la città provvide direttamente a rafforzare le sue difese verso l'Oglio e la Valle Camonica, trasferendo molte barche armate dal lago di Garda al Sebino ed arruolando numerosi uomini armati. Brescia spedì anche una delegazione di notabili a Venezia per ottenere con estrema urgenza l'invio di aiuti. Questa pressante richiesta fu a più riprese caldeggiata anche da Pietro Avogadro che per ben due volte si era recato in armi (e a proprie spese) in Valle Camonica per fronteggiare i ribelli e per avere un più preciso quadro generale di una situazione particolarmente confusa. Con quella fermezza che solo la stupidità politica di chi non si rende conto direttamente della situazione sul campo (e con poco acume strategico), tramite una "ducale" datata 30 novembre 1432 e diretta al provveditore Federico Contarini, la Repubblica negò l'urgenza di un proprio massiccio intervento armato, non ritenendo grave la situazione militare determinata dalle vicende camune e valtellinesi. Questa mancanza di aiuti diretti e di ordini precisi fu un grave errore poiché i ritardi e le incertezze del comando Veneto diedero modo alle truppe milanesi di superare il passo dell'Aprica, di scendere in Valle Camonica e di compiere scorrerie per tutta la Valle e occuparla militarmente fino alle terre di Lovere e Volpino.
Contemporaneamente al passaggio delle truppe viscontee, i ghibellini camuni, rinfrancati dalla presenza sul territorio delle schiere milanesi, guidati da Antonio Federici di Edolo, affiancatosi nuovamente a Milano, assalirono gli avversari guelfi nelle rocche di Prestine e di Angolo e portarono armi e armati anche a minacciare Cemmo dove risiedeva il conte Bortolomeo che era rimasto fedele a Venezia.
La sollevazione si diffuse a macchia d'olio ed il Gonzaga, finalmente autorizzato dal Maggior Consiglio, per porre argine alle scorrerie, alle vendette e alle distruzioni fu costretto a raccogliere altre Cernide che spedì in Valle. Le nuove schiere erano da complemento alle truppe agli ordini del Contorini e del capitano Luigi da Sanseverino e, validamente aiutati da Bartolomeo da Cemmo, non senza fatica, riuscirono a debellare e sconfiggere i rivoltosi e le truppe milanesi che si ritirarono nuovamente in Val Tellina. Riaffermato il predominio sull'intera Valle Camonica, la Serenissima Repubblica di San Marco ricompensò il fedele Bartolomeo assegnandogli molti beni, proprietà e privilegi degli altri Federici ribelli. Il giorno 8 Aprile 1433, dopo i soliti lunghi negoziati dovuti soprattutto all'ostinazione del Visconti, che voleva restituita alla sua signoria la Valle Camonica e conservati i confini all'Oglio, fu conclusa un'ennesima tregua (di compromesso), sempre presso la corte di Ferrara. I bresciani inviarono a Venezia una delegazione che dal governo "ottenesse non solo sollievo dai danni e dalle spese di guerra, ma pure la definitiva autorizzazione a riformare i propri statuti ed anche la soggezione giurisdizionale a Brescia della ValCamonica testè ridotta all'obbedienza, non senza sospetto di prossime ribellioni". La richiesta della delegazione bresciana fu a lungo discussa a Venezia, ma ancora una volta la Valle Camonica, troppo importante strategicamente ed economicamente per ferro, ferrarezze, legno e lana), mantenne la separazione politica e amministrativa dal capoluogo e fu affidata al governo di un provveditore veneto. La Valle Camonica fu anche molto favorita dal suo "Capitano di Valle" Pietro Coppi che riuscì ad ottenere dal Senato di Venezia una forte diminuzione della tassazione, per "danni di guerra", che era stata imposta inizialmente in ben 2.000 ducati.
I Camuni, approfittando anche delle tensioni ancora esistenti tra Venezia e Milano, avanzarono la pretesa che venissero riconosciute le loro prerogative statutarie che da secoli erano il loro fondamento giuridico amministrativo in questa antichissima vallata. Poiché la Valle era terra di confine e quindi strategicamente importante, la Repubblica Veneta accettò giocoforza il mantenimento di molte tradizioni e statuti locali ed ebbe una politica di governo molto proclive all'indulgenza permettendo, fra l'altro, l'esportazione fuori dai confini di Stato (ora Veneto) del ferro, delle armi e armature prodotte. Questa importantissima concessione fu resa operativa con un'altra "ducale" del 27 giugno 1437. Ma anche questa tregua non era destinata a durate a lungo e ben presto Brescia ritornò ad essere centro e fulcro di una nuova guerra, ostinatamente voluta dal solito Filippo Maria Visconti, che aspirava al recupero dei vasti territori che aveva dovuto cedere e in special modo della Valle Camonica dove ancora una volta i Federici, appoggiati dai valtellinesi e dalle truppe milanesi mandate da Pietro Visconti, "avevano fatto sollevare buona parte di quei borghi e li aveva spinti a darsi al duca di Milano senza colpo alcuno di balestra". Molti paesi camuni, approfittando nuovamente della situazione militare che si era creata, subito provvidero a farsi riconoscere particolari privilegi (politici ed economici) dal nuovo (e vecchio) signore. Pisogne, ad esempio, il 15 aprile 1439, ottenne dal duca di Milano, numerose esenzioni e facilitazioni commerciali per il suo porto. La collocazione geografica (e politica) che aveva assunto questo porto lo rendeva molto importante anche militarmente oltre che commercialmente: era la porta principale d'ingresso, da sud e est, in Valle Camonica ed era la via lacuale diretta con Lovere e le terre bergamasche. Il governo veneto e i massimi comandi militari di terraferma, compresa finalmente la gravità della situazione che si era creata nelle valli bresciane e in Val Tellina, e vista la necessità di colpire immediatamente le schiere milanesi, spedirono in Valle Camonica numerose e ben armate truppe al comando del famoso capitano generale Bartolomeo Colleoni
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Questi, con azioni rapide e ben coordinate, riuscì in breve a piegare la residenza nemica (e degli alleati camuni) e, in uno scontro diretto, a far prigioniero lo stesso comandante visconteo Antonio Baccaria. Si mosse allora personalmente Pietro Visconti che, giunto a Lovere il 18 settembre 1438, sollecitò l'arruolamento dei camuni fedeli al ducato, nelle sue schiere (e molti risposero al suo appello). Riuscì, con un'abile marcia, ad occupare di nuovo l'alta Valle e la rocca di Corteno. Da qui emanò un solenne diploma composto da "29 capitali" tutti a favore dei fedeli valligiani. Venne creata, in tutta l'alta Valle Camonica, addirittura una zona franca e senza vassallaggi, una specie di repubblica indipendente con ampi poteri politici e amministrativi (peccato che tutto questo durò pochissimo !). Il Visconti, con le sue truppe, iniziò poi una discesa per la Valle conquistando paese per paese e dopo aver costretto al ripiegamento le truppe dei veneziani, strinse d'assedio il potente castello di Breno. Questa rocca, la più munita e importante dell'intera valle, per la sua posizione strategica e il suo armamento era la chiave di volta di quasi tutto il sistema difensivo della bassa e media Valle Camonica. Al comando degli assediati camuni, rimasti fedeli a Venezia, vi erano Giacomo Lorenzo e Marone Ronchi, Martino Leoni, unitamente al capitano di Valle Pietro Contarini e al contestabile Giovanni Negroboni. La guarnigione, chiusa entro il perimetro fortificato delle mura e della più interna e possente rocca, fu costretta a cedere dopo una lunga ed eroica resistenza. In suo aiuto era salito il Valle soltanto Pietro Avogadro e le truppe da lui direttamente pagate. L'Avogadro, la cui figlia era stata moglie di Alberto Federici detto Bettinzone, tentò, inutilmente, a più riprese, con i suoi uomini e le sue artiglierie, di liberare gli assediati dalla morsa delle truppe milanesi. Dopo la caduta del castello di Breno il Visconti era di nuovo padrone della Valle Camonica.
Venezia, che aveva nel frattempo riconquistato, con una certa facilità, le Valli Trompia e Sabbia, trovò invece molte difficoltà a rientrare in possesso della terra camuna, dove si susseguirono varie scaramucce e vere e proprie battaglie. Ci vollero numerosi e sanguinosi scontri tra i due eserciti ma alla fine, sulle schiere milanesi, condotte da Melchiorre da Parma e dal marchese Ghisello Malaspina di Mulazzo, prevalsero le truppe venete. Il castello di Breno ridivenne protagonista di un'altra eroica resistenza: questa volta erano asserragliate, tra le sue mura che erano state appena ricostruite e rafforzate dopo i precedenti assalti, le truppe milanesi che solo poco prima l'avevano assediato e conquistato. I difensori, rimasti completamente isolati, abbandonati e senza speranza di ricevere aiuti e rifornimenti, vennero ben presto ridotti all'estremo della resistenza. Da Brescia erano salite in Valle truppe fresche e ben 2.000 uomini al comando di Pasquale Malipiero che cinsero d'assedio e riconquistarono la rocca. Riportato l'ordine in bassa Valle e lasciato un forte presidio a Breno e negli altri castelli e rocche (Montecchio, Plemo, Cimbergo, Cemmo, Lozio ecc) dopo una breve campagna militare, tutta la Valle Camonica ritornò sotto la giurisdizione militare veneta. La Repubblica, malgrado il tradimento consumato poco prima, riconfermò a Lovere, Pisogne ed Iseo tutti i privilegi che aveva già precedentemente concesso, però, questa volta, a ricordo di quanto successo solo l'anno prima, con alcune "ordinanze" annullò tutte le infeudazioni concesse da Milano ai vari Federici che erano passati dalla parte del nemico e avevano servito il Visconti in questa sua ultima avventura. In Valle, dove negli ultimi anni avevano governato magistrati e capitani di valle di diretta nomina veneta, fu inviato un podestà con il titolo di Capitanio (Capitano) di Valle, cittadino di Brescia (e non più Veneto). Questa nomina fu concessa con una "Ducale" del 9 Aprile 1440 in virtù dei privilegi elargiti a riconoscimento della fedeltà dimostrata a Venezia dalla città e dai suoi abitanti. Quest'ultimo atto, ritenuto oltremodo ingiurioso dai Camuni che avevano sempre avuto contrasti furibondi e avevano dimostrato per secoli un odio profondo per la città di Brescia e i suoi delegati, fin dai tempi del pessimo governo curiale e vescovile, fu definito (senza ombra di ironia) dallo storico Capoferri una "macchia nera del governo veneziano verso la fedelissima ValCamonica" !
Molti notabili, ma anche semplici cittadini camuni, che avevano sostenuto la dominazione di Milano furono riconosciuti colpevoli di "viltà e di tradimento", poiché avevano precedentemente servito e giurato fedeltà a Venezia e poi si erano di nuovo "asserviti" al duca di Milano. Furono portati davanti a dei giudici nominati da Brescia e da Venezia, molti furono puniti con pene detentive lunghissime, sanzioni pesantissime e alcuni furono anche condannati alla pena di morte. Giacomino degli Isei, al quale Filippo Maria Visconti aveva concesso l'investitura delle terre di Iseo e di Pisogne, con facoltà di nominarvi un proprio vicario e che tanto si era adoperato per far intervenire l'imperatore Sigismondo in aiuto del suo padrone, fu dichiarato ribelle, condannato alla massima pena (la morte per impiccagione). La condanna avvenne in contumacia in quanto Giacomino ben se ne guardò di rientrare nelle sue terre di Iseo e del Sebino. Restò presso la corte milanese a svolgere le sue funzioni di consigliere e delegato ducale. In seguito, dopo la pace di Lodi e la salita al potere dello Sforza, venne riabilitato anche da Venezia e reintegrato in molti dei suoi privilegi feudali. I conti di Lodrone, a compenso dei danni da loro subiti nelle vicende belliche ed in premio del loro aiuto, ottennero da Venezia, per la quale avevano valorosamente combattuto, non soltanto il feudo e il castello di Cimbergo, ma pure Bagolino ed il possesso del piccolo feudo di Muslone. Sembrava ormai che tutto fosse tornato ad un certo equilibrio di forze e che una pace diffusa si fosse stabilizzata tra Milano e Venezia, tra Savoia e Firenze, tra il Papato e il Regno (di Sicilia) e che la situazione politico-territoriale che si era creata, dovesse durare per un certo periodo... e invece ... nel febbraio del 1441 il Piccinino, su diretto ordine del Visconti, si mise a capo di un forte esercito e diede inizio ad una nuova campagna militare che subito suscitò in tutto il territorio bresciano allarme e rinnovati timori. Nei borghi e castelli della provincia bresciana e della bassa bergamasca i partigiani del Visconti, che avevano subìto sequestri di beni e proprietà e declassamento sociale, rialzarono immediatamente il capo e tentarono di sottrarsi al dominio veneto. In Valle Camonica, a capo delle famiglie ghibelline, si pose quel Bartolomeo da Cemmo che era stato, anche con grandi rischi personali, uno dei più fedeli servitori della Repubblica durante le varie campagne che le truppe Milanesi avevano portato in zona. Ora, ribelle a Venezia, fu uno dei principali sobillatori e fautori di una forte e ben organizzata sollevazione che rapidamente si estese in quasi tutta la tutta la Valle e si concluse con un assalto alla rocca di Breno dove si trovava il castellano Giovanni Negroboni, il quale seppe difendersi con vigore unitamente ai contestabili Paolino da Lardaro e Bartolino del Bastaiole. Come già altre volte la Valle fu riconquistata da Pietro Avogadro, che, in poco tempo e con forti truppe, ridusse all'obbedienza i Federici di Erbanno, Gorzone ed Angolo. I vasti beni e possedimenti che il ribelle Bartolomeo da Cemmo aveva avuto in donazione da Venezia, vennero restituiti agli antichi proprietari tra cui Bertolasio Federici ed i suoi parenti (a cui erano stati, solo poco tempo prima, sequestrati per essere donati al Bartolomeo). Malgrado questa ennesima dimostrazione di poca affidabilità e fedeltà verso la Repubblica, alla Valle Camonica vennero tuttavia concessi nuovi privilegi e vaste esenzioni fiscali e tributarie. Alcuni comuni (pochi) rimasti fedeli a Venezia, che non erano, questa volta, passati dalla parte dei rivoltosi, favorevoli a Milano, vennero completamente esentati da pagare tasse e imposte per lunghi periodi. La Repubblica fu però inflessibile nel mantenere l'odiata imposizione giurisdizionale della soggezione della Valle a Brescia ed a un suo delegato nominato tra i notabili della città. A nulla valsero le vibrate proteste dei delegati Camuni, l'atto di nomina fu giustificato in modo molto chiaro e definitivo dai podestà Veneti di Brescia dalla considerazione che la fedeltà dei Camuni a Venezia, durante il periodo 1438-40, si era mostrata ben poco salda.
Nei "capitolati di sottomissione" che furono fatti sottoscrivere dai vari paesi che si erano ribellati, fu, da questi, espressamente chiesta (e quasi sempre ottenuta) la clausola del ritorno "libero e senza condizioni" in patria di coloro che se ne erano allontanati perché avevano dimostrato forti simpatie viscontee e non si erano assoggettati al governo Veneto Bresciano. Su delega del Maggior Consiglio, erano stati concessi, con larghezza, il perdono e la possibilità di rientro in Valle, ad alcuni ribelli. Dimostrando sagacità politica e voglia di pacificazione, in quasi tutti i casi venne anche posta in atto, nei loro confronti, la restituzione dei beni e la rifusione nelle proprietà che erano state sequestrate o confiscate. Vi furono comunque delle rigorose inchieste che furono condotte da magistrati bresciani e veneti e molte volte i Delegati dogali reintegrarono anche i Federici ribelli nei loro beni feudali purchè dimostrassero "ravvedimento" e si impegnassero in interventi e lavori di pubblica utilità. Un chiaro esempio di questa (illuminata e... interessata) politica di perdono e reinserimento in proprietà e beni, è quello che venne applicato a Giorgio detto Lordello da Bienno, persona "abilissima ed esperta nel commercio e nella lavorazione del ferro e nell'arte delle ferrarezze". A questo noto artigiano e imprenditore, anche se era stato uno dei più accesi e fedeli sostenitori del Visconti, fu concesso il ritorno in patria purchè e perché contribuisse al rilancio delle attività languenti in Valle Camonica a causa delle lunghe guerre. Nel 1446 la Riviera, Lonato e la Valle Camonica vanamente tentarono, ancora una volta, con suppliche e rimostranze, di sottrarre alla città di Brescia l'odiata nomina diretta dei loro podestà. Venne fatta, più volte, "lamentela e richiesta" che questa nomina fosse deferita ai Rettori Veneti di Brescia che avrebbero fatto la loro scelta in una quaterna di nomi proposti dagli abitanti dei luoghi interessati. Nulla si ottenne da Venezia anche perché la tensione politica tra la Serenissima e Milano era sempre molto alta e tutti ben sapevano che altre e cupe nubi di guerra si addensavano ai nuovi confini che Milano (e fors'anche Venezia) non riteneva validi e sicuri.
I Camuni comunque riuscirono nuovamente ad ottenere che restassero in vita le loro istituzioni amministrative e giurisdizionali che competevano e dipendevano direttamente dai massimi organismi ufficiali della Valle. Le contestazioni maggiori furono però in materia di tributi: più volte i rappresentanti della Valle Camonica fecero ambascerie a Brescia e anche direttamente a Venezia perché erano persuasi di essere sacrificati anche nei confronti di altre comunità della Terraferma veneta e di subire tassazioni maggiori e penalizzanti sui loro prodotti e sulle loro esportazioni. Da Venezia, ma specialmente da Brescia, non giunsero mai risposte e atti soddisfacenti e questo spiega in gran parte la prontezza con la quale la Valle Camonica passò, ancora una volta, negli anni successivi, dalla parte del Ducato che era retto, dal 1447, dal nuovo signore Francesco Sforza - Francesco I-, non appena comparvero di nuovo le truppe milanesi. Fu dunque il nuovo duca di Milano Francesco Sforza, che nel 1453 inviò nuovamente delle forti truppe in Valle Camonica.

Incontrata una debole resistenza da parte delle scarse milizie Veneziane, che nella zona avevano stanziato poche e male armate truppe (solo nel castello di Breno vi era una efficiente guarnigione), risalita la bassa valle vi instaurò un regime militare di terrore e vendette, occupando la zona fino a Breno. Qui, ancora una volta, alcuni fedelissimi a Venezia, fra cui il coraggioso Pasino Leoni, asserragliati tra le nuove mura, malgrado le notevoli difficoltà negli approvvigionamenti e speranzosi nell'arrivo di aiuti di truppe della Repubblica, resistettero a lungo alle predominanti schiere nemiche. La munita rocca brenese e i suoi difensori erano una grossa spina nell'ala nord dello schieramento delle forze Milanesi e lo Sforza, per impadronirsene dovette mandare in valle il suo comandante in capo: il famoso condottiero bergamasco Bartolomeo Colleoni. Questi giunto all'assedio del castello con numerosi soldati scelti, per la prima volta nella storia delle innumerevoli guerre combattute in questa terra, usò delle armi da fuoco: cannoni, bombarde, bombarole e colubrine.
Le vicende camune, ancora una volta, si intersecarono con quelle, ben più ampie dell'intero scacchiere bellico del nord Italia e, l'anno dopo, nel 1454, essendo mancato ai Milanesi l'agognato e promesso appoggio dei Francesi, la valle tornò sotto il dominio Veneto: ironia delle vicende di quei tempi: la riconquista fu per opera dello stesso Colleoni che, dal comando delle truppe di Milano, era passato, con lo stesso grado, sotto le insegne delle Serenissima Repubblica Veneta. La pace imposta da Venezia e Milano dopo una serie di pesanti sconfitte, fu finalmente siglata nella sua forma definitiva il 9 aprile 1454 a Lodi. Tra le clausole Francesco Sforza riconosceva a Venezia Brescia, Crema e Bergamo e riceveva in cambio Ghiara d'Adda e il ponte di Brivio. La Valle Camonica, facente parte delle terre bresciane da quel momento divenne (e lo restò, salvo brevi periodi, fino alla conquista Napoleonica) parte integrante della Terraferma veneziana. Gli accordi di pace, ai quali aderirono anche gran parte degli altri Stati italiani, divennero il perno di un sistema di equilibri nella penisola che durò cinquant'anni. I Delegati della Valle Camonica riuscirono a strappare al governo della Serenissima patti molto vantaggiosi e venne riadottata completamente la "ducale" del 1° luglio 1428 del Doge Foscari con la quale i Camuni ottenevano:
 

  • 1. usare i propri statuti civili e criminali
  • 2. essere esentati dalle tasse d'imbottato e di macinato
  • 3. continuare a introdurre sale dalla Germania, sia per uso proprio che per uso degli abitanti della Val di Scalve
  • 4. godere intera libertà di commercio dei "loro ferri" senza tassa di "fondaco"
  • 5. non dipendere nè da Brescia, nè da Bergamo (questo venne poco dopo cancellato per favorire Brescia)
  • 6. liberi di introdurre vini e granaglie senza pagare la tassa per commercio a Lovere e la gabella del porto a Pisogne
  • 7. poter imporre propri dazi
  • 8. ottenere la restituzione alla valle del territorio di Lozio che era stato separato dai Visconti
  • 9. rivedere in proprio il catasto della Valle
  • 10. pagare un contributo annuo (compresi Lozio e Pisogne) di 5.070 lire imperiali nuove da versarsi in tre rate.
    Nel 1433 il giurista Giacomo Armanno presentò al consiglio di valle il "Corpo degli Statuti" che racchiudeva ogni "Legge, statuto o convenzione" che era riconosciuta come appartenente alla tradizione camuna. Lo stesso anno il "Corpo" fu ratificato dal Senato Veneto e reso operativo. La Valle Camonica e il Sebino, da quel momento, persero molto di quella importanza strategica che avevano avuto fino ad allora e la popolazione locale si poté dedicare, per alcuni anni, più che in passato, ai commerci, alla lavorazione del metallo ferroso e allo sfruttamento intensivo dei vasti e rigogliosi boschi che fornivano in abbondanza legname per la cantieristica navale veneta e per i porti della Repubblica. Ma la valle, nelle sue propaggini più a nord, era sempre comunque terra di confine e così, all'inizio del XVI secolo, vennero segnalate delle scaramucce e delle invasioni di soldati svizzeri e tedeschi che giunsero fino ai passi dell'Aprica, del Mortirolo e del Tonale minacciando i confini nord della Serenissima. Aria di guerra spirava già negli anni precedenti: l'espansionismo di Venezia sulla terraferma del nord Italia faceva paura, incuteva invidie e timori agli altri Stati Italiani che si unirono in una nuova Lega, facendo intervenire, come era consuetudine, anche sovrani stranieri. Il Maggior Consiglio deliberò allora un generale rafforzamento dei numerosi capisaldi difensivi camuni e pose in atto una serie di coscrizioni obbligatorie in valle, per gli abili alle armi, che dovevano servire sotto le insegne dell'esercito di Venezia. Grande era la minaccia ai confini nord della Valle Camonica, poiché, nel 1509, era in pieno svolgimento la guerra voluta dagli stati membri della Lega che a Cambrais l'anno prima (il 10 dicembre 1508) aveva raccolto sotto le stesse bandiere il Papa Giulio II, l'Imperatore Massimiliano d'Asburgo, Luigi XII re di Francia e Ferdinando re d'Aragona; il motivo: contrastare direttamente la grande influenza in Italia e nei Balcani che aveva assunto Venezia (all'apogeo della sua potenza militare, economica e commerciale).
    Sconfitta sul campo a Chiara d'Adda (1509), Venezia si vide sottratta l'intera Valle Camonica che venne posta sotto il dominio della Corona francese di Luigi XII. Ma i Camuni, colpiti dalla durezza dell'occupazione francese e fedeli a Venezia, incitati alla resistenza e guidati nella guerriglia da Vincenzo Ronchi, cacciarono le truppe di Luigi dalle valle nel 1512. Nell'ottobre dello stesso anno il re francese, nell'ambito di altri scambi territoriali in tutta Europa, cedette Brescia e le sue terre al Vicerè spagnolo Raimondo Cardona, che, come prima azione di occupazione diretta, mandò una forte schiera di armati a presidiare il castello di Breno. In Valle veneziani e spagnoli si combatterono apertamente e a più riprese fino al 1515, quando Francesco I di Valois, succeduto a Luigi XII sul trono di Francia e alleatosi con Venezia, sconfisse a Melegnano le truppe spagnole, tedesche e pontificie (che solo tre anni prima erano sue alleate), consentendo alla Serenissima di riprendersi Brescia e la Valle Camonica.
    Finalmente con la pace di Noyon (1516) anche per la valle ebbe inizio un lungo periodo di pace e di un certo benessere, garantiti dalla stabilità politica e favoriti dallo sviluppo economico che era timidamente iniziato cinquant'anni prima con la prima occupazione della Valle da parte di Venezia, che pose in atto un'avveduta amministrazione. In questo periodo si completò quel movimento di emancipazione locale teso ad assicurare autonomia, efficienza e garanzia istituzionale al Comune rurale camuno, inteso come effettiva "proprietà di tutti" e scaturito dall'esperienza comunitaria delle Vicinie che avevano una profonda radice popolare in tutta la valle. Sorta attorno al mille come unico possibile mezzo popolare di contrapposizione ai numerosi e soffocanti privilegi feudali, la Vicinia legò inizialmente alcuni nuclei familiari o dello stesso paese a comuni proprietà (di solito terreni o attrezzi o piccoli spazi per conservare prodotti agricoli o caseari). Poi la trasformazione lentamente divenne più radicale e socialmente più evoluta, infatti vi erano regolate tutte le attività della collettività secondo criteri democratici che favorivano l'omogeneità ma soprattutto infondevano una profonda maturità politica fino a dare, anche al più semplice cittadino, tutte le responsabilità civili e amministrative, contribuendo alla formazione di una radicata coscienza della propria entità politico-economica-sociale. Questa istituzione popolare, che rimase viva e profondamente presente nella mentalità camuna, fino al XVIII secolo, costituì, in embrione, il Comune rurale, che incominciò a differenziarsi dalla Vicinia fin dal secoloXV quando cominciò ad affermarsi in forma più complessa, compiuta e generalizzata un concetto nuovo: quello di "comunità", cioè di proprietà conquistata ma specialmente condivisa dal popolo. Allora, anche se in modo lento e graduale, la Vicinia, che rappresentava interessi di carattere strettamente locale e contingente, venne dapprima affiancata e poi lentamente assorbita dal Comune che, armonizzando interessi più vasti, riuscì a regolare meglio diritti e doveri di una collettività più complessa e ma anche più aperta. Dunque l'affermarsi, sia pure in forma ancora incompleta, del principio della sovranità popolare nell'ordinamento civile segnò il lento ma inesorabile tramonto del vecchio regime feudale che venne accelerato dallo smembramento delle grandi proprietà fondiarie delle grandi famiglie nobiliari. Dai pochi latifondi presenti sul territorio vennero così ad essere creati numerosi possedimenti di piccole dimensioni, spesso acquistati direttamente non solo da privati ma anche dalla Vicinia o dal Comune. Il crescente sviluppo dell'artigianato, che assunse contorni di piccola industrializzazione e imprenditorialità (carbone, ferro, legname e lana) portò ad una nuova "impostazione" della vita nella, fino ad allora, semplice società montana. Questa aveva fatto, dal tempo della dominazione romana, ben pochi passi in avanti nello sviluppo socio-economico: ora non era più prevalentemente imperniata sulla semplice agricoltura di sopravvivenza e per la prima volta, nella storia camuna, i lavoratori "autonomi" (artigiani e piccoli imprenditori) della valle si riunirono in categorie al fine di difendere meglio i propri diritti e migliorare le proprie condizioni di vita.

    Queste associazioni furono chiamate coi nomi di Fraglia, Scola o Confraternita. La Valle Camonica, sotto la dominazione veneta, aveva l'aspetto di una repubblica federale, anche perché nè vescovi, nè capitani o podestà riuscirono (pur tentandolo più volte) a limitare o spegnere le fortissime tradizioni comunali federative che da secoli erano presenti in Valle. I "Camuni" iscritti nelle liste comunali erano tutti "originari" e appartenevano a comuni indipendenti che avevano amministrazioni largamente autonome e statuti propri. Tutti i comuni dipendevano dai quattro Pievatici in cui era suddivisa la valle: Rogno, Cemmo, Cividate ed Edolo e tutti insieme erano sottoposti alla Comunità di Valle e formavano nel loro totale complesso l'Università Valligiana. Comunque pur conservando i suoi Statuti, la Valle, era di fatto governata da delegati di Brescia. La sede della Comunità di Valle Camonica, prima a Cividate Camuno, fu posta in Breno a partire dal 1400 e fu poi riconfermata ufficialmente con una "Ducale" del Doge Francesco Foscari del 1428: la Valle, pur mantenendo una sua fisionomia amministrativa propria, dipendeva direttamente da Venezia tramite il Capitanio o Podestà che risiedeva e veniva nominato in Brescia.

    Dopo il 1440, dopo i vari "tradimenti e passaggi di campo" dei Camuni nelle varie guerre con Milano, il Capitanio (capitano) di Valle o suo Vicario fu sempre scelto tra nobili bresciani e fissò la sua residenza ufficiale a Breno. Il Capitanio di valle, con poteri giuridici e amministrativi dipendeva gerarchicamente dal Capitanio residente a Brescia che alle volte (anche se raramente) si identificava con il Podestà della Città. Il Capitanio (o Capitano) di valle, per il disbrigo degli atti inerenti il suo ufficio, aveva come collaboratori diretti: un luogotenente che lo sostituiva in caso di assenza o malattia, un Vicario e un Coadiuttore che mantenevano i rapporti con la città di Brescia, disbrigavano le pratiche e le corrispondenze di ufficio. L'ufficio del Capitanio poteva assumere, di volta in volta altri "ministri" ed "uffiziali" di giustizia. La nomina di notabili e di patrizi di Brescia alle più alte cariche politico-amministrative della Valle Camonica fu sempre ritenuto un affronto dai Camuni, ma Venezia, come già scritto, dopo i molti "cambiamenti di fronte" e tradimenti, da parte delle grandi e potenti famiglie della vallata dell'Oglio, durante le varie fasi delle numerose guerre, non riteneva di potersi fidare di questi insicuri "ora" sudditi. Molti furono (ma sempre vani), nei secoli successivi, i tentativi di "spostare" le nomine di Capitani e Vicari di Valle dal patriziato bresciano a nomine fatte direttamente a Venezia su rappresentanti non bresciani.
    Non vennero mai accolte queste richieste e questo stato di fatto divenne effettivo verso la fine del 1455 cioè dopo che Venezia ebbe completamente soggiogata e pacificata l'intera vallata dopo le lunghe, alterne, successive, frequenti e devastanti guerre contro il ducato di Milano. Dopo la conquista definitiva di tutto il territorio valligiano e completata la "occupazione" anche "politica" della Valle, come nel resto delle nuove terre acquisite da Venezia, furono istituiti uffici giudicanti (di applicazione delle leggi e statuti) e amministrativi e tutti gli organi primari e giusdicenti furono accentrati nella figura del Capitanio di Valle Camonica e del suo Vicario. Come già accennato, a queste due massime cariche venivano nominati dei patrizi e dei nobili bresciani il cui mandato durava un anno e avevano potere di giudicare in materia civile e criminale (penale). In Valle Camonica però facevano eccezione le condanne che, in materia criminale, comportavano spargimento di sangue come la tortura fino alla morte e la pena capitale. In questi casi (non infrequenti) erano comunque sempre il Capitanio o il Vicario a istituire e a condurre direttamente il processo mentre la sentenza era sempre emessa in nome del Podestà Veneto di Brescia da cui il Capitanio di Valle dipendeva direttamente. Questo stato di cose, che era una importante limitazione al potere del Capitanio di Valle rispetto ad altri Capitani della terraferma Veneta, era un privilegio concesso alla Valle Camonica poiché era specificato che i giudici erano tenuti a giudicare unicamente sulla base degli "Statuti di Valle Camonica". In altre terre e distretti, sotto la giurisdizione di Venezia, il Capitanio e il suo Vicario avevano ben più ampi poteri discrezionali, compresa la pena di morte. Questo privilegio era da ascrivere al fatto che Venezia, subito dopo la pace di Lodi, voleva tenersi buoni e fedeli i Camuni poiché la Valle era terra ancora di confine e proprio dalla Valle Camonica erano molte volte transitati grossi eserciti provenienti dal centro Europa che, passando dai valichi alpini dell'Aprica, del Mortirolo e del Tonale potevano poi dilagare nella pianura padana.
    Era dunque un semplice calcolo politico: meglio avere gli irrequieti Camuni come alleati che come possibili nemici: questi sudditi erano troppo avvezzi al tradimento e concedendo loro alcuni privilegi sia economici che politici con buone probabilità si poteva averli dalla propria parte. In effetti fu una politica lungimirante e che produsse buoni frutti. Esisteva un'unica eccezione alla limitazione del potere di condannare a morte direttamente ed era quando vi era in gioco la sicurezza dello Stato e delle istituzioni della Repubblica: in questo caso il Capitanio o il suo Vicario potevano comportarsi a loro discrezione fino alla massima pena. Il Capitanio di Valle, come tutti i funzionari veneti di alto grado, era soggetto a regole particolarmente rigide tra cui quella che se non avesse "bene giudicato" secondo gli Statuti, sarebbe stato poi tenuto a pagare una forte multa consistente in una ammenda di 25 fiorini e al totale risarcimento di danni "a chi avesse subito torto". Il Capitanio presiedeva anche tutti i Consigli facendone parte di diritto. Amministrativamente il potere spettava invece ad organismi locali della stessa Valle Camonica e ai suoi rappresentanti ed aveva come massimi uffici: - La Congregazione dei Deputati
    - Il Consiglio Segreto
    - Il Consiglio dei Ragionati
    - L'Assemblea o Consiglio Generale Queste assise e consigli erano composti unicamente da cittadini "originari" della Valle Camonica.
    In tutti questi Consigli erano presenti per diritto: il Capitanio (Capitano), il suo luogotenente o Vicario, il Sindaco, l'Avvocato il Cancelliere e il vice Cancelliere, l'Jusdicente, il Presidente dello Spedale e il Tesoriere, la casata dei Federici era sempre rappresentata di diritto ed era considerata e aveva tutti i privilegi alla stregua di un pievatico.
    Il Consiglio (o Congregazione) dei Deputati era composto da sette membri ai quali si dovevano aggiungere i membri di diritto. Era dotato di ampi poteri e poteva deliberare direttamente su tutte le questioni urgenti di carattere amministrativo. Era talmente ritenuto "onorato e onorevole" che, durante le messe solenni di celebrazione per l'insediamento, veniva "incensato" nella stessa misura in cui erano "incensati" il Capitano di Valle e il suo Vicario. Questo rito sottolineava, oltre allo stretto legame tra la Chiesa e il potere politico, anche la diretta investitura e riconoscimento, alle massime cariche civili, da parte del potere ecclesiastico e di tutti i suoi membri. Era un altissimo e ambito riconoscimento che Venezia aveva ottenuto dal Papato.
    Il Consiglio dei Ragionati o Elezionari (paragonabile alla attuale Corte dei Conti) era composto da undici membri eletti dai quattro pievatici in cui era divisa la Valle Camonica: Edolo, Cemmo, Cividate e Rogno, uno da casa Federici (più i soliti aventi diritto di cui il Capitano era il presidente) e cinque antecessori immediati. Si riuniva tre volte all'anno e aveva il compito di sorveglianza contabile sulle finanze valligiane. Ma i sui compiti più importanti erano quelli di eleggere e nominare gli undici Ragionati aggiunti che erano scelti: due per ognuno dei quattro Pievatici, uno del comune di Borno, uno di quello di Dalegno, uno della famiglia Federici; i diciannove membri del Consiglio Segreto scelti quattro per ogni Pievatico, due dei comuni di Borno e Dalegno e un Federici ed i novantasei membri del Consiglio Generale scelti due per comune e due Federici.
    Il Consiglio Segreto era formato da diciannove membri più gli undici Ragionati aggiunti (più i soliti aventi diritto) e aveva una amplissima autorità su questioni di carattere pubblico e attinenti al servizio della Serenissima Repubblica di San Marco e poteva essere convocato, in caso di urgenza, in qualsiasi momento in via straordinaria.
    L'Assemblea (o Consiglio Generale) era composta da centocinquantaquattro Consiglieri, veniva convocata (meglio: si autoconvocava) quattro volte all'anno. Noventasei erano i rappresentanti dei quarantotto comuni della Valle Camonica, 2 della famiglia Federici e tutti i componenti degli altri Consigli: 11 i Consiglieri dei Ragionati, 11 i Ragionati aggiunti, 19 i componenti del Consiglio Segreto, 7 i componenti del Consiglio dei Deputati (più i soliti aventi diritto). Il Consiglio Generale "ufficialmente" aveva tutti i poteri amministrativi poiché procedeva alla nomina delle varie cariche civili valligiane. Con voto segreto eleggeva il Sindaco e l'Avvocato di Valle e i delegati nei vari Consigli.
    Il Sindaco di Valle Camonica era scelto e nominato solo tra gli "originari" di Valle Camonica ed era normalmente uno dei "primi signori" che erano i membri più rappresentativi delle grandi famiglie nobiliari camune. Di solito veniva scelto ed eletto tra coloro che "avevano appartenenza ad alto Censo e Nobiltà" ma in più casi venne nominato anche un "giureconsulto" particolarmente "noto e abile". L'ambitissima carica di Sindaco di Valle Camonica, che, oltre a reale potere, dava anche molto lustro a chi ne era insignito, fu monopolio per quasi trecento anni di poche famiglie camune tra cui vanno ricordate oltre ai frequenti rappresentanti dei numerosi rami della solita famiglia Federici che per quarantanove volte ottennero la nomina, anche gli Alberzoni che furono nominati per undici volte, i Ronchi di Breno, i Francesconi di Bienno e i Rizzieri di Ossimo. Due secoli di pace, un buon progresso economico e una sempre crescente iniziativa per i problemi del lavoro e dell'organizzazione sociale, specie nei ceti più bassi, furono tra i fattori principali che caratterizzarono la storia camuna nel lungo periodo in cui la valle fece parte integrante della Serenissima Repubblica Veneta. Dopo la continua espansione territoriale ed economica del XVI secolo, Venezia, raggiunto il suo culmine di potenza, si vide boicottata e "bloccata" dalle altre potenze Europee. Lentamente ma inesorabilmente, anche per lo spostamento verso il nord Europa dei principali flussi di commercio internazionali, iniziò un lento ma continuo declino. La sua debolezza militare e marittima, ma specie l'inerzia e il disimpegno politico segnarono per la Serenissima Repubblica di San Marco l'ora della decadenza che inevitabilmente si concluse in disfatta (meglio disfacimento totale) alla fine del secolo XVIII, quando la Francia esportò anche in Italia la sua rivoluzione: il 15 maggio 1796 Napoleone entrò in Milano e la Lombardia entrò direttamente nell'orbita di influenza francese. Il 12 maggio di un anno dopo (1797) il Maggior Consiglio, nella sua ultima seduta in pompa magna, diede le dimissioni e si sciolse decretando così, dopo tanti secoli di grande storia, la morte ufficiale della Serenissima Repubblica di Venezia.

     

  •         Mauro Fiora

     

     

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