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"Dominio di
Venezia"
Nel 1426
fu convocato un
Congresso a Ferrara ma fu solo l'ultimo, estremo e fallimentare
tentativo di trovare una soluzione diplomatica per comporre i
numerosi, contrastanti e inconciliabili interessi territoriali tra
il ducato di Milano e la Serenissima Repubblica Veneta. Sia in
Lombardia che in Veneto apparve subito inevitabile lo scontro
armato fra le similari politiche di espansione e di primariato tra
le principali e più importanti Signorie del nord Italia, condotto
per Milano da Filippo Maria Visconti e quello della
Repubblica di San Marco,
anche lei desiderosa di allargare, almeno fino al confine
naturale dell'Adda, i propri possedimenti sulla terraferma che
inglobavano già tutta la pianura veneta fino alle sponde del lago
di Garda. La guerra venne dichiarata ufficialmente il 3 Marzo
1426. Comandante generale delle forze venete fu eletto uno dei più
famosi capitani di ventura di quel tempo: il conte di Carmagnola.
Questi solo un anno prima aveva abbandonato, dopo aspri dissidi e
violente rimostranze, il servizio del Duca di Milano, che non
voleva nominarlo capitano generale di tutte le truppe viscontee
malgrado i grandi servizi resi negli ultimi dieci anni. Un
voltafaccia abbastanza consueto per quei tempi (ne vedremo altri
in questo capitolo di storia) e che non fu visto e vissuto con
particolare scalpore alla corte milanese anche se lo stesso
Carmagnola era legato da stretti vincoli di parentela con lo
stesso duca Filippo Maria Visconti avendo da poco sposato Antonia
figlia di Pietro Visconti. L'inizio delle operazioni militari in
territorio Lombardo fu subito favorevole ai veneziani che
numericamente e per armamenti erano superiori alle truppe
milanesi. Le truppe del Carmagnola entrarono con molta facilità in
Brescia, non incontrarono alcuna difesa organizzata e si
acquartierarono nella cittadella fortificata e nel munito e
possente castello che aveva respinto, in anni precedenti, numerosi
assalti di forze ben maggiori e più agguerrite.
La città fu praticamente consegnata alle
truppe venete, senza colpo ferire, dagli stessi notabili bresciani
che appoggiarono i nuovi padroni precipitandosi a servire la
Serenissima Repubblica stimolati da ambizioni personali ma
specialmente da violenti e non sopiti risentimenti verso chi era
stato favorito, in Brescia e provincia, dalla signoria Milanese,
nella scalata sociale ed economica a posti di potere di primo
piano. Gli odi tra le principali famiglie nobiliari bresciane
furono dunque il perno principale per la conquista della città e
il passaggio alla dominazione Veneziana. Il Carmagnola seppe
intelligentemente approfittare delle divisioni interne della
nobiltà e trasse vantaggio da un certo favore che Venezia già
godeva, più per sentito dire che per esperienza diretta, fra le
popolazioni. Fece circolare con insistenza la voce che Venezia, in
caso di vittoria sui milanesi, avrebbe donato un'ampia libertà al
popolo, avrebbe concesso privilegi al commercio, esenzioni da
tasse e un più mite e buon governo, un perdono per i reati
politici commessi e riconferma dei privilegi dei nobili e dei
notabili.
Queste promesse, che furono, per verità
storica, anche in buona parte mantenute in seguito, portarono
all'ingrossamento del partito favorevole a Venezia e al suo
governo. Indubbiamente la Repubblica Veneta, per quei tempi, era
un esempio di illuminato e liberale governo e, a paragone di
quello milanese, che rappresentava la tipica e ormai odiata
mentalità medievale, era molto popolare specialmente tra le masse
più povere e nelle classi medie. La città non era stata comunque
completamente conquistata e truppe milanesi, al comando personale
del capitano generale Francesco Sforza, che era giunto subito in
zona, riuscirono a mantenere alcune posizioni, pur chiuse da
fossati e da terrapieni battuti continuamente dalle bombarde,
bombarole e colubrine venete. Il Visconti, nel frattempo, aveva
richiamato d'urgenza dalla Toscana e dalla Romagna le truppe di
Angelo della Pergola, di Niccolò Piccinino e di Guido Torello e,
nell'attesa che i suoi soldati si riunissero a Parma, stipulò
frettolosamente un trattato di pace con Alfonso di Aragona.
Contemporaneamente intensificò gli appelli di soccorso
all'imperatore Sigismondo e tentò accordi segreti con Amedeo
VIII di Savoia.
I l duca Sabaudo, che manteneva, già
dall'inizio delle ostilità, con il Carmagnola contatti segreti,
stava già concludendo, allo stesso tempo, negoziati e larghe
intese con la stessa Venezia e con Firenze per una rinnovata lega
ai danni di Milano e di Filippo Maria Visconti. L'alleanza tra
Venezia ed il Savoia fu siglata ufficialmente l'11 luglio 1426.
Amedeo aveva aderito alla lega convinto dalle allettanti, anche se
pur fallaci, promesse dei rappresentanti Veneti. Le parti in
campo, spinte dalla necessità di assicurarsi gli alleati più
forti, sottoscrissero nei trattati delle ampie concessioni
territoriali e Amedeo VIII, futuro (anti)papa Felice V, ottenne,
tra i patti dell'alleanza, tutto il territorio milanese fino
all'Adda. Sarebbe stata una grande espansione del territorio
Sabaudo, ma Venezia, che tendeva anch'essa a raggiungere quel
confine naturale e ben difendibile, non poteva certo accettare
siffatto ingrandimento e, non ottenendo quel confine, non avrebbe
mai permesso la totale scomparsa dello stato milanese che fungeva
da cuscinetto tra il ducato di Savoia e la stessa Repubblica.
Come accadeva spesso in quei tempi, in cui i
trattati erano poco più di carta straccia e sui cui patti,
articoli e promesse solenni, tutti sapevano di non poter contare,
la Serenissima Repubblica di San Marco finse di accogliere, anche
se con una certa e ben mascherata difficoltà, le richieste del
nuovo confederato, pur di ottenerne l'aiuto militare, ma col fermo
e chiaro proposito di non mantenere l'accordo una volta terminato
con esito, per lei favorevole, la guerra in corso. Filippo Maria
Visconti, visti vani i tentativi diplomatici per dividere i suoi
nemici confederati e spinto anche dalle inconsistenti,
costosissime e sterili iniziative militari del suo esercito, si
vide costretto ad aprire delle trattative di pace. A prendere
l'iniziativa per una tregua e a far da mediatore fu l'allora
pontefice Martino V che non vedeva di buon occhio che una sola
signoria potesse avere la prevalenza sulle altre in Italia. La
diplomazia vaticana si mise all'opera per far sì che si mantenesse
quel rapporto di forze che erano il principale fattore di
stabilità (tra la grande instabilità di quei tempi) nella
penisola. A quest'azione pacificatoria fu subito consenziente
anche l'imperatore Sigismondo che aveva col Visconti, in
precedenza, stretto un patto di alleanza politico militare ed
aveva assicurato e giurato di intervenire direttamente nelle
faccende italiane e di appoggiare le mire espansionistiche di
Milano purchè questo restasse vassallo dell'impero e fornisse
truppe e salmerie all'esercito imperiale.
L'imperatore fu però costretto, di mese in mese, malgrado le
continue e incessanti suppliche e ambascerie del Visconti, a
rimandare la sua calata in Lombardia a causa della grande minaccia
turca ai confini sud orientali del suo Impero in Valacchia e della
sanguinosissima rivolta degli Ussiti in Baviera. Secondo i piani
studiati dagli stati maggiori del Visconti e di Sigismondo, le
truppe imperiali sarebbero dovute giungere a Brescia e poi
dilagare nella pianura Veneto Romagnola, proprio passando per la
Valle Camonica dopo essere transitate dalla Val Tellina. Era
questa una delle vie più battute dagli eserciti imperiali quando
facevano le loro calate in Italia.
La tregua, malgrado alcune clausole già
sottoscritte e stipulate, non pose però fine ai combattimenti,
anzi a prestare man forte alle truppe milanesi, che erano ancora
attorno a Brescia, divenuta "il punto cruciale della guerra",
sopraggiunsero numerose truppe fiorentine al comando di Niccolò da
Tolentino e di altri capitani. Intanto Gianfrancesco Gonzaga ed il
commissario veneto Andrea Marcello dalla Riviera, con ampie
manovre delle proprie schiere, avevano esteso l'occupazione
territoriale lungo il corso del basso Oglio fino a Quinzano. In
breve tempo passarono dalla parte di Venezia, senza opporre alcuna
resistenza, la Valle Trompia e la Val Sabbia. In queste valli le
simpatie per la dominazione Viscontea si erano definitivamente
perse, alienate soprattutto dal mal tollerato aumento del già
pesante dazio sulle "ferrarezze". La lavorazione del ferro e delle
sue leghe era l'occupazione principale dell'industria valligiana e
fu logico che la speranza di tasse minori o addirittura sgravi o
esenzioni fiscali portò dalla parte di Venezia le principali
famiglie che avevano grandi interessi nell'industria metallurgica.
Le due valli bresciane divennero favorevoli a Venezia anche perché
questa aveva promesso (e poi mantenne in parte) un'ampia
autonomia.
La Valle Camonica, anche per la sua collocazione geopolitica di
territorio di confine, rimase invece legata all'area di influenza
viscontea e l'11 Giugno 1426 i rappresentanti del duca di Milano
si incontrarono a Bovegno con quelli della Valle Camonica. Questi
si dissero preoccupati della minaccia incombente di un'occupazione
veneta e delle eventuali ritorsioni che le truppe del Carmagnola
avrebbero messo in atto durante e dopo un'eventuale occupazione
territoriale. Fu così pattuito e sottoscritto un accordo in cui si
dichiaravano reciproche garanzie di "avviso" in caso di pericolo,
in aggiunta ad altri patti di mutua assistenza. I principi di
libertà e di pace in Italia, pomposamente proclamati e sbandierati
dalle due leghe tosco-veneziana del 4 Dicembre 1425 e
tosco-sabaudo-veneziana dell'11 Luglio 1426, in effetti, malamente
nascondevano un complesso gioco di grandi interessi divergenti che
in poco tempo inasprirono i labili rapporti tra i confederati. Di
questo stato generale di incomprensioni, invidie, timori e
sotterfugi ne seppe ben approfittare il Visconti per guadagnare
tempo, per rinsaldare insicure alleanze, rinforzare le sue truppe
e inviare ancora ambasciatori al solito Sigismondo con pressanti
appelli di intervenire al più presto. Iniziò una vasta e ipocrita
campagna di azioni diplomatiche, ben sapendo che i fiorentini ed
Amedeo VIII preferivano, all'ampliamento territoriale di Venezia,
mantenere in vita il ducato milanese. La presenza di questo stato
era da baluardo e cuscinetto all'espansione veneta verso ovest e
sud-ovest (Lombardia e centro nord Italia). Lo stesso papa
Martino V
auspicava (e la sua potente diplomazia
svolse un ruolo essenziale) quell'equilibrio politico che poteva
essere assicurato solo dalla pari debolezza o equità di forze di
tutti i contendenti.
Il Visconti, pur vedendo minacciate sempre più direttamente,
dalle truppe venete, le sue città di Bergamo e di Crema e le
provincie meridionali ed occidentali del suo ducato, desiderava
che le trattative di pace andassero per le lunghe, sempre nella
speranza che l'imperatore Sigismondo si decidesse a scendere in
Italia. I negoziati vennero più volte interrotti con le scuse
diplomatiche più banali e alla fine Venezia, che nel frattempo
aveva continuato ad ammassare truppe al confine con Milano, per
non venire abbandonata dai suoi timorosi alleati, fu costretta a
limitare (e di molto) le sue richieste iniziali. Nelle clausole
del nuovo trattato era fissato che il Visconti cedeva Brescia e la
bassa bresciana fino al Garda. Il Duca di Milano non si voleva
però assolutamente piegare a cedere la Valle Camonica (sua
principale fornitrice di armature e armi bianche e via di raccordo
con il centro Europa e l'Impero). Intorno al possesso della
vallata dell'Oglio e del Sebino si concentrò a lungo la
discussione generale.
Fu solo il 30 dicembre (1426) che nel
monastero di San Giorgio in Venezia, fu concluso e firmato un
trattato che vedeva al tavolo delle trattative da una parte i
plenipotenziari della Serenissima, di Firenze, dei Savoia e
dall'altra i rappresentanti del duca di Milano. Dal testo di
questo ennesimo accordo risultava tra l'altro, in modo enfatico e
prosaico, che era "stabilita una perpetua pace" tra le parti. Il
Visconti rinunciava, a favore di Venezia, a Brescia ed a tutto il
suo territorio, esclusa però la Valle Camonica. La sponda nord del
lago di Garda con Riva e l'importante castello di Tenno
rientravano in possesso del vescovo di Trento. Iseo, Palazzolo,
Pontoglio, Chiari ed Orzinuovi, luoghi fortificati che erano
ancora in possesso dei milanesi, si dovevano consegnare ai veneti
entro 25 giorni dalla firma del trattato, il resto del territorio
che doveva passare sotto Venezia avrebbe accolto le truppe della
Repubblica entro trenta giorni. Nei casi controversi veniva
accettato l'arbitrato del cardinale di Santa Croce, delegato
direttamente dal papa Martino V.
Il Gonzaga, signore di Mantova, che era stato uno dei
principali protagonisti delle azioni militari nella bassa
Lombardia e il più forte alleato della Serenissima, avrebbe
conservato le terre conquistate nel corso della guerra, a
nord-ovest del suo marchesato, ma non quelle che, a confine con i
suoi possedimenti a nord del Po, venivano cedute direttamente da
Milano a Venezia. Tutto ciò ruotava attorno al formale impegno che
la Repubblica Veneta garantiva la conservazione della pace, cioè
non sarebbe scesa in campo con le sue armate, nell'attesa della
consegna, ai suoi delegati, del territorio bresciano a lei
assegnato. Nel gennaio del 1427 e nel mese successivo il
Carmagnola pose il suo comando generale in città, a Brescia. Le
truppe venete tuttavia non rimasero ferme: si stanziarono nelle
Valli Trompia e Sabbia ed si insediarono a Iseo. Questa importante
piazza era già stata precedentemente occupata da forti truppe
dell'armata veneziana ma ancora, sia in paese che nella campagne
circostanti, erano presenti delle forti fazioni dei potenti
ghibellini Aldofredi. Di questa stirpe e in questo periodo il più
famoso era certamente Giacomino degli Isei.
La nobile famiglia Aldofredi, che aveva vasti
possedimenti nel basso Sebino e in Franciacorta, era legata, anche
direttamente, attraverso diverse parentele, ai ricchissimi Suardi
di Bergamo ed agli stessi Visconti. Giacomino, che nel 1407 aveva
sposato Franceschina, figlia di Baldino Suardi, contrariamente ad
altre famiglie bresciane (Gambara, Palazzo, Emili, ecc) che si
erano facilmente piegate al nuovo governo Veneto, rimase sempre
fedele al duca milanese dal quale, in cambio, ottenne onori,
investiture e privilegi. Giacomino che, con Estore Visconti, si
era opposto, con successo, alle truppe condotte da Pandolfo
Malatesta ebbe vari e importanti incarichi militari, diplomatici e
politici. Era stato per merito suo se il fratello Giovanni aveva
ricevuto nel 1415, dall'imperatore Sigismondo, l'investitura di
Iseo. Giacomino era stato presente nel 1421, in Brescia, al
giuramento di rinnovata sudditanza bresciana a Filippo Maria
Visconti, nel cui nome combatté poi contro i feudi di Riva e di
Tenno. Per la sua fedeltà e i suoi numerosi servigi ebbe la
possibilità di entrare a far parte della corte ducale milanese e,
segno di grande prestigio e fiducia, fu invitato più volte alla
corte imperiale, in Liguria, in Toscana ed in altre parti d'Italia
come ambasciatore personale del Visconti. Questo fidato cortigiano
fu anche legato a molte delle vicende politiche e diplomatiche più
importanti dell'epoca tanto che nel 1426 fu comandato nuovamente
presso l'imperatore Sigismondo per sollecitarne gli aiuti
(promessi e non mantenuti) a favore del Visconti. Le truppe del
Carmagnola, dopo aver occupato Iseo e il basso Sebino bresciano
fino al confine naturale dell'Oglio, si spinsero più avanti, verso
nord, lungo la riviera Sebina orientale e entrarono in Valle
Camonica passando per Pisogne, Artogne e Gianico. Risalendo lungo
l'antica romana via Veleriana conquistarono l'importante castello
di Montecchio, posto alla sommità della collina del Monticolo, che
presiedeva il ponte sull'Oglio e che era piazza molto importante
nella difesa di tutta la bassa Valle Camonica e per i collegamenti
con la Valle di Scalve. La marcia delle truppe venete proseguì fin
sotto le mura del munito castello di Breno. Qui si fermarono in
attesa di ulteriori ordini del capitano generale. A questo punto
in Valle Camonica e lungo le sponde del Sebino coesistevano, a
stretto contatto, le due signorie rivali: quella Veneta (di tipo
essenzialmente militare) e quella Viscontea con un capitano del
lago ed un vicario a Lovere. Questo alquanto strano stato di
vicinato era sottoscritto negli accordi presi durante l'ultima
tregua e doveva rimanere tale fino allo scoppio delle prossime
ostilità.
A Brescia, giunta notizia dell'accordo e
cessato, per ora, il timore di un ritorno offensivo visconteo, si
diffuse una certa euforia e vi furono i soliti roboanti discorsi
dei notabili locali e molte messe solenni per la pace firmata. Ma
la tregua, come tutte le tregue dell'epoca, basate solo sulla
momentanea debolezza di un contendente e sulla volontà di non
rispettare i patti sottoscritti ma solo di guadagnare tempo e
vantaggi strategigi o politici, ebbe breve durata. Il trattato di
Ferrara, ancora una volta, pur condito da solenni promesse e
giuramenti di rispettare i patti, trovò esecuzione soltanto nelle
sue parti secondarie perché Filippo Maria, il cui prestigio a
livello internazionale e interno, era rimasto profondamente
scosso, già si preparava a recuperare le terre che aveva perso sul
campo di battaglia e aveva dovuto cedere ai suoi pericolosi vicini
e rivali.
Valendosi dell'appoggio imperiale e della
neutralità di Amedeo VIII di Savoia, col quale nel frattempo aveva
portato avanti approcci di buon vicinato, offrendosi di stringere
con lui anche vincoli diretti di parentela, il Visconti confutò il
trattato e le sue clausole territoriali. Allorché si trattò di
consegnare i castelli bresciani, secondo gli accordi sottoscritti,
il duca di Milano fece comunicare agli ambasciatori di Venezia e
del Gonzaga, che l'imperatore Sigismondo gliene aveva impartito il
divieto e come suo vassallo non poteva che eseguire le direttive
dell'Imperatore, unico a cui doveva obbedienza. Nel frattempo le
diplomazie si erano rimesse in moto e il bolognese Niccolò
Albergati, rappresentante del papa Martino V, incominciò comunque
a percorrere il territorio bresciano allo scopo di ricevere in
consegna i luoghi e le fortezze da passare poi alla signoria
Veneta. I castellani Viscontei, obbedendo ai segreti ordini
ricevuti dal loro duca, si rifiutarono di aderire all'invito del
legato pontificio e serrarono i portoni dei castelli e delle
piazzeforti che avevano in custodia. A nulla valsero le proteste
di Venezia e le rimostranze dello stesso rappresentante pontificio
che, invano e a più riprese si richiamò agli accordi sottoscritti
il 30 dicembre. Ancora una volta Filippo Maria Visconti rispose
affermando di essere stato spinto a negare i castelli bresciani,
oltre che dall'ordine dell'Imperatore, anche per consiglio dei
suoi savi e per volontà dei cittadini... era pronto tuttavia a
consegnarli, in attesa di ulteriori accordi, nelle mani del
Pontefice, del re di Aragona e di altri, ma non in quelle dei
veneziani. Ripresero allora le ostilità e, dopo alcuni scontri
minori, le truppe venete agli ordini del Carmagnola e quelle
milanesi comandate da Carlo Malatesta si affrontarono a Maclodio
il 12 Ottobre 1427. La battaglia si risolse in poche ore. Fu un
disastro per l'esercito del Visconti: il numero dei morti non fu
elevatissimo, ma migliaia di prigionieri rimasero nelle mani dei
veneti. Dopo la vittoria di Maclodio la maggior parte dei paesi e
delle fortezze del territorio bresciano che non avevano accettato
prima la signoria veneta, resero immediatamente atto di
sottomissione alla Serenissima e alle sue truppe. Anche la Valle
Camonica, sguarnita di presidi viscontei ed affidata alla sola
difesa dei Federici, e già occupata fino a Breno, si vide
ripercorsa da truppe che, come al solito, angariavano e
depredavano la popolazione. Una forte colonna veneta, condotta dal
Cornaro e dallo Scaramuzza si spinse su per la Valle fino a Mù, la
cui antichissima rocca cadde il 10 gennaio 1428 nonostante
l'accanita difesa di Bertinzolo Federici. Primo Provveditore
veneto in Valle Camonica fu nominato Pietro Coppi, che però non
giunse mai nel solco dell'Oglio. Chi in realtà assunse i pieni
poteri nella terra Camuna fu Giacomo Barbarigo che, nominato
Capitano di Valle, aveva ricevuto l'incarico, direttamente dal
Maggior Consiglio di Venezia, di condurre ulteriormente avanti le
operazioni militari proseguendo ad incalzare le truppe milanesi
che si erano spostate oltre il confine naturale dei passi Aprica e
Mortirolo ed erano stanziate in Val Tellina. Le truppe del
Visconti, ancora una volta, erano in grande difficoltà su tutti i
fronti e, ancora una volta, si attivarono nuove iniziative di
tregua, promosse dal Savoia (spinto forse dallo stesso Filippo
Maria) ed auspice il solito papa Martino che fece intervenire
ancora il cardinale Albergati. Solo i Veneziani, dei quali tutti
gli altri signori italici ormai temevano troppo l'ingrandimento
territoriale, erano restii a intavolare trattative di pace, a
fermare le milizie e ad abbandonare una situazione estremamente
favorevole a loro, creata sul campo con le armi.
Alla fine di lunghi interventi e trattative, i
delegati della Serenissima Repubblica, dovettero tuttavia
piegarsi, anche per paura di restare soli e isolati e di accendere
ulteriori invidie e forse anche rappresaglie diplomatiche (o
repentini cambiamenti di alleanze) da parte di tutti gli altri
potentati d'Italia. Durante il congresso, convocato ancora a
Ferrara il 27 Ottobre, le discussioni andarono, come al solito,
molto per le lunghe perché i rappresentanti veneti Paolo Correr e
Sante Venier insistevano per avere la Valle Camonica e le
podesterie di Iseo, tenacemente invece difese da Filippo Maria che
le voleva libere per permettere il transito della tanto agognata
discesa in Italia dell'imperatore Sigismondo. Il Visconti, dopo
molti indugi, dovette però piegarsi alle condizioni di pace, i cui
capitali (capitoli) vennero conclusi (sempre a Ferrara) nella
notte tra il 17 e il 18 aprile 1428 e ratificati il 3 maggio
successivo. Venezia ebbe confermato il possesso di Brescia e del
suo territorio, anche se erano sorti dubbi circa i confini della
Valle Camonica, la consegna immediata delle munizioni, delle
artiglierie e delle barche armate che il Visconti teneva nel lago
d'Iseo. Tra le clausole, per una pace duratura, vi era anche la
precisa e specifica richiesta a cui Filippo Maria si oppose con
forza fino ad insistere personalmente a favore di Giacomino da
Iseo, che invece Venezia voleva a tutti i costi dichiarare suddito
bresciano e non milanese. Questa, che sembra una sottile
distinzione, era invece un passo importante poiché se il Giacomino
fosse stato riconosciuto cittadino bresciano e dunque sotto la
podestà Veneta, sarebbe stato subito colpito da un mandato di
cattura quale "ribelle" (e condannato a morte) e non come (se
restava cittadino milanese) "nemico di guerra" a cui erano
riconosciuti precisi diritti e favori e a cui non si doveva
applicare la pena capitale. A poco a poco, sgombrato dai presidi e
truppe milanesi il territorio perduto, ebbe inizio un, pur breve,
periodo di tranquillità che permise di porre mano alla
riorganizzazione dei paesi e delle istituzioni tanto a lungo
sovvertite da una guerra dannosa specialmente per gli affari e le
popolazioni che avevano dovuto subire molte angherie e soprusi da
ambo le parti belligeranti che troppe volte poco distinguevano tra
alleati, amici e nemici. In Valle Camonica, la terra più contesa,
Antonio e Bertolasio Federici di Giovanni, con i loro fratelli ed
eredi, piegatisi con estrema flessibilità al nuovo padrone veneto
e ai suoi delegati, furono accettati con benevolenza ed ebbero
riconosciuti i privilegi e le immunità che in passato avevano
ricevuto dai Visconti. Malgrado le insistenze, le raccomandazioni,
le manovre e le pressioni politiche sui delegati veneti, i
Federici non ottennero però il tanto desiderato feudo di Lozio, ma
si videro restituita la rocca di Mù, sottoscrivendo la promessa di
mantenerla in efficienza e al completo servizio della Repubblica.
Comincino e gli altri Federici di Angolo, Gorzone ed Erbanno,
benemeriti per aver aiutato le truppe della Repubblica nelle
precedenti azioni militari in terra camuna, furono ricompensati
con donazioni, riconoscimenti e molto denaro (vedasi la storia di
Angolo Terme dello stesso autore). Un accenno a parte merita
Bartolomeo da Cemmo, a cui venne conferito il titolo di conte di
Cemmo e Cimbergo. Egli rimase fedele a lungo a Venezia, anche
nelle vicende successive, quando invece altri nobili della Valle
se ne staccarono cambiando con frequenza e facilità padrone e
signore a seconda delle varie fasi, favorevoli o contrarie, della
guerra. Alla fine delle ostilità e alla firma di "questa" pace,
ogni paese, tramite suoi delegati, si preoccupò di chiedere e di
ottenere la conferma dei propri statuti ed ordinamenti che da
secoli erano patrimonio culturale camuno. Venezia fu molto
generosa nelle concessioni sia per calcolo di governo che per
convenienza politica. Gli abitanti della Valle Camonica, alla
quale si aggregarono pure quelli dei paesi di Lozio (spesso
staccati, forse per collocazione geografica, dalle vicende camune)
e Pisogne (che era considerata più in territorio Sebino che non in
Valle), ottennero molte libertà di commercio ed anche l'importante
riconoscimento per l'importazione del sale dai paesi nordici e non
da Venezia. Questo era il più ambito tra i privilegi ottenuti
dalla Valle poiché il ferreo monopolio su questo essenziale bene
di consumo (e vigeva invece per tutti gli altri paesi della
terraferma) era il perno della forte economia veneta. Va ricordato
che il sale era essenziale (molto più di oggigiorno) per molti
aspetti non solo legati alla dieta: veniva usato per la concia
delle pelli, per la conservazione dei cibi e degli insaccati, come
merce di scambio e in alcuni casi, non infrequenti, per la paga di
lavori (da cui la parola "salario", inteso come compenso del
lavoro manuale) e molte volte anche come misura di ricchezza
personale e familiare. Il fattore "politico ed economico"
principale della "tasse del sale" era però l'obbligatorietà di
"comprarne" una quantità minima per ogni famiglia e questo si
trasformava di fatto in una pesante tassazione che era considerata
la maggior fonte di entrate tributarie in molti stati europei. Il
tributo annuo che la Valle Camonica era tenuta a versare alle
casse della Serenissima fu stabilito in 5.070 lire imperiali da
raccogliere in tre rate quadrimestrali. Lovere (che allora era
ancora considerato in Valle Camonica) e il suo porto, fu aperto al
transito di ogni merce, senza alcun obbligo di pedaggio. Questo
importante riconoscimento era stato voluto fortemente dai
potentissimi commercianti veneziani poiché serviva ad attirare
direttamente le correnti del traffico bergamasco al quale era
stato chiuso ogni valido sbocco verso i nuovi confini, la pianura
lombarda e le più importanti città che erano entrate a far parte
della sfera di influenza della Repubblica.
Fu concesso alla Valle Camonica l'esonero dai
famosi e tanto odiati "dazi di trasporto", specie sulle "ferrarezze",
principale prodotto delle miniere, dei forni fusori e delle
officine locali. Un esempio dell'enorme importanza, non solo
economica, che ruotava intorno al lavoro sui metalli ferrosi,
viene da un censimento, condotto in quegli anni, che indica come,
sui circa 40.000 abitanti della Valle, ben 10.000 erano occupati,
direttamente o indirettamente, in questo settore. Tutti questi
vantaggi economici vennero accolti con molto favore dai Camuni...
ma fu per poco, presto si ritornò alle pesanti tassazioni
dell'epoca ducale con la scusa, accampata da tutti i vincitori di
ogni epoca, del mantenimento dell'esercito in armi. Libera invece
rimase la transumanza del bestiame, a condizione che nella
pianura, dopo il passaggio delle mandrie, si lasciassero ai
proprietari dei fondi e ai confinanti delle strade percorse, in
cambio della pulizia dei bordi, tutti gli escrementi (per il cui
possesso e uso vigevano precise e severissime leggi) e in generale
il fieno e lo strame sufficiente e necessario per il sostentamento
dell'esercito. Furono accolte, anche in questo caso
temporaneamente, le aspirazioni autonomistiche della Valle
Camonica, alla quale fu assicurato l'invito di rettori veneti e
non bresciani. Venezia, fidandosi poco del Visconti e dei suoi
alleati, aveva, nel frattempo, provveduto a raccogliere altre
truppe (Cernide) formate da giovani provenienti dalle sue
provincie della Terraferma ed inquadrati da ufficiali e
sottufficiali di carriera e "svezzati" alla vita militare da
soldati di mestiere.
Filippo Maria, approfittando della tregua e
della sospensione delle ostilità, aveva portato a termine alcuni
passi diplomatici importanti per tenere buoni gli avversari sul
campo e nelle stanze dei congressi di pace e aveva stretto legami
di parentela con Amedeo VIII di Savoia, sposandone la figlia.
Queste manovre, note a tutti e da tutti viste con estremo
sospetto, erano chiaramente individuabili come azioni preparatorie
a una nuova guerra alla ricerca di rivincita dalle sconfitte
subite sia sul campo che al tavolo delle trattative a Ferrara. La
miccia e l'occasione per un improvviso ritorno alle armi fu una
congiura che numerosi ghibellini bresciani, favorevoli da sempre a
Milano, avevano ordito accordandosi col comandante della
importante roccaforte di Orzinuovi con l'intento di riconsegnarla
al Visconti. Le ostilità ripresero più sulle carte militari e nei
discorsi dei comandanti che nella realtà poiché le truppe dei
contendenti si mossero nella pianura e nelle valli ma senza
giungere a scontri diretti. La calata tanto attesa, in Italia del
nord e in particolare a Milano, dell'imperatore Sigismondo,
accompagnato dal vassallo visconteo Giacomino da Iseo, determinò
un breve periodo di sospensione delle operazioni belliche per dar
luogo ad altre intense (e sterili) trattative diplomatiche. Fu in
questo lasso di tempo di "non belligeranza" che il Visconti tentò,
attraverso la figlia e con suoi fiduciari, di attrarre di nuovo a
sè il Carmagnola con approcci che il condottiero, onestamente e
puntualmente riferì a Venezia senza però riuscire ad attenuare i
sospetti di tradimento che lo stesso Visconti aveva ad arte
diffuso tra i notabili veneziani.
La Serenissima Repubblica, diffidente dopo
l'ultima sterile campagna militare condotta dal suo comandante
supremo, ordinò al Carmagnola di interrompere ogni eventuale
collegamento con il Visconti e da Brescia, ove si trovava con la
moglie Antonia Visconti e le figlie, il condottiero fu richiamato
d'urgenza a Venezia col pretesto di un parere intorno alle
trattative in corso. Il Carmagnola, forse ignaro di quello che lo
aspettava, giunse in laguna con una scorta d'onore ma, poco dopo,
il 27 marzo, fu arrestato su ordine del Maggior Consiglio.
Malgrado il vastissimo scalpore suscitato da questa improvvisa ma
premeditata azione, fu processato il 9 aprile, condannato a morte
per alto tradimento e decapitato il 5 maggio: era l'anno 1432. Al
suo posto, al comando supremo dell'esercito veneto, la Repubblica
elesse il fidato alleato Gianfrancesco Gonzaga , che inviò in alta
Valle Camonica molti soldati agli ordini del provveditore Giorgio
Cornaro. Alle truppe della Repubblica furono affiancate anche
mille Cernide bresciane che erano state arruolate nelle nuove
terre assoggettate alla Serenissima e poste sotto il comando di
Giacomo Trivella e di Antonio Ducco Questa importante spedizione
era stata elaborata dal comandate in capo per la necessità di
mettere in opera un'azione militare che, salendo dalla vallata
dell'Oglio, minacciasse direttamente il cuore della Lombardia
facendo affluire truppe attraverso la Val Sassina e la Val
Tellina. Il passaggio dell'armata in Valle Camonica non fu casuale
poiché si era ridestata, nel comando veneto, la forte
preoccupazione del risorgere di simpatie viscontee in alcuni paesi
e rocche della Valle dove, tuttora restavano grandi l'influenza e
la fedeltà di alcune famiglie ghibelline, partigiane del duca
milanese. Il Cornaro, che si era incautamente spinto fino alla
importante e ben difesa piazzaforte di Tirano, passando per il
passo del Mortirolo, venne colto di sorpresa dalle truppe
milanesi, guidate abilmente dal Piccinino, fu sconfitto e fatto
prigioniero lui stesso con molti dei suoi. Grande fu l'emozione
che questa pesante sconfitta suscitò a Brescia tanto che
spontaneamente la città provvide direttamente a rafforzare le sue
difese verso l'Oglio e la Valle Camonica, trasferendo molte barche
armate dal lago di Garda al Sebino ed arruolando numerosi uomini
armati. Brescia spedì anche una delegazione di notabili a Venezia
per ottenere con estrema urgenza l'invio di aiuti. Questa
pressante richiesta fu a più riprese caldeggiata anche da Pietro
Avogadro che per ben due volte si era recato in armi (e a proprie
spese) in Valle Camonica per fronteggiare i ribelli e per avere un
più preciso quadro generale di una situazione particolarmente
confusa. Con quella fermezza che solo la stupidità politica di chi
non si rende conto direttamente della situazione sul campo (e con
poco acume strategico), tramite una "ducale" datata 30 novembre
1432 e diretta al provveditore Federico Contarini, la Repubblica
negò l'urgenza di un proprio massiccio intervento armato, non
ritenendo grave la situazione militare determinata dalle vicende
camune e valtellinesi. Questa mancanza di aiuti diretti e di
ordini precisi fu un grave errore poiché i ritardi e le incertezze
del comando Veneto diedero modo alle truppe milanesi di superare
il passo dell'Aprica, di scendere in Valle Camonica e di compiere
scorrerie per tutta la Valle e occuparla militarmente fino alle
terre di Lovere e Volpino.
Contemporaneamente al passaggio delle truppe
viscontee, i ghibellini camuni, rinfrancati dalla presenza sul
territorio delle schiere milanesi, guidati da Antonio Federici di
Edolo, affiancatosi nuovamente a Milano, assalirono gli avversari
guelfi nelle rocche di Prestine e di Angolo e portarono armi e
armati anche a minacciare Cemmo dove risiedeva il conte Bortolomeo
che era rimasto fedele a Venezia.
La sollevazione si diffuse a macchia d'olio ed
il Gonzaga, finalmente autorizzato dal Maggior Consiglio, per
porre argine alle scorrerie, alle vendette e alle distruzioni fu
costretto a raccogliere altre Cernide che spedì in Valle. Le nuove
schiere erano da complemento alle truppe agli ordini del Contorini
e del capitano Luigi da Sanseverino e, validamente aiutati da
Bartolomeo da Cemmo, non senza fatica, riuscirono a debellare e
sconfiggere i rivoltosi e le truppe milanesi che si ritirarono
nuovamente in Val Tellina. Riaffermato il predominio sull'intera
Valle Camonica, la Serenissima Repubblica di San Marco ricompensò
il fedele Bartolomeo assegnandogli molti beni, proprietà e
privilegi degli altri Federici ribelli. Il giorno 8 Aprile 1433,
dopo i soliti lunghi negoziati dovuti soprattutto all'ostinazione
del Visconti, che voleva restituita alla sua signoria la Valle
Camonica e conservati i confini all'Oglio, fu conclusa un'ennesima
tregua (di compromesso), sempre presso la corte di Ferrara. I
bresciani inviarono a Venezia una delegazione che dal governo
"ottenesse non solo sollievo dai danni e dalle spese di guerra, ma
pure la definitiva autorizzazione a riformare i propri statuti ed
anche la soggezione giurisdizionale a Brescia della ValCamonica
testè ridotta all'obbedienza, non senza sospetto di prossime
ribellioni". La richiesta della delegazione bresciana fu a lungo
discussa a Venezia, ma ancora una volta la Valle Camonica, troppo
importante strategicamente ed economicamente per ferro, ferrarezze,
legno e lana), mantenne la separazione politica e amministrativa
dal capoluogo e fu affidata al governo di un provveditore veneto.
La Valle Camonica fu anche molto favorita dal suo "Capitano di
Valle" Pietro Coppi che riuscì ad ottenere dal Senato di Venezia
una forte diminuzione della tassazione, per "danni di guerra", che
era stata imposta inizialmente in ben 2.000 ducati.
I Camuni, approfittando anche delle tensioni
ancora esistenti tra Venezia e Milano, avanzarono la pretesa che
venissero riconosciute le loro prerogative statutarie che da
secoli erano il loro fondamento giuridico amministrativo in questa
antichissima vallata. Poiché la Valle era terra di confine e
quindi strategicamente importante, la Repubblica Veneta accettò
giocoforza il mantenimento di molte tradizioni e statuti locali ed
ebbe una politica di governo molto proclive all'indulgenza
permettendo, fra l'altro, l'esportazione fuori dai confini di
Stato (ora Veneto) del ferro, delle armi e armature prodotte.
Questa importantissima concessione fu resa operativa con un'altra
"ducale" del 27 giugno 1437. Ma anche questa tregua non era
destinata a durate a lungo e ben presto Brescia ritornò ad essere
centro e fulcro di una nuova guerra, ostinatamente voluta dal
solito Filippo Maria Visconti, che aspirava al recupero dei vasti
territori che aveva dovuto cedere e in special modo della Valle
Camonica dove ancora una volta i Federici, appoggiati dai
valtellinesi e dalle truppe milanesi mandate da Pietro Visconti,
"avevano fatto sollevare buona parte di quei borghi e li aveva
spinti a darsi al duca di Milano senza colpo alcuno di balestra".
Molti paesi camuni, approfittando nuovamente della situazione
militare che si era creata, subito provvidero a farsi riconoscere
particolari privilegi (politici ed economici) dal nuovo (e
vecchio) signore. Pisogne, ad esempio, il 15 aprile 1439, ottenne
dal duca di Milano, numerose esenzioni e facilitazioni commerciali
per il suo porto. La collocazione geografica (e politica) che
aveva assunto questo porto lo rendeva molto importante anche
militarmente oltre che commercialmente: era la porta principale
d'ingresso, da sud e est, in Valle Camonica ed era la via lacuale
diretta con Lovere e le terre bergamasche. Il governo veneto e i
massimi comandi militari di terraferma, compresa finalmente la
gravità della situazione che si era creata nelle valli bresciane e
in Val Tellina, e vista la necessità di colpire immediatamente le
schiere milanesi, spedirono in Valle Camonica numerose e ben
armate truppe al comando del famoso capitano generale Bartolomeo
Colleoni .
Questi, con azioni rapide e ben coordinate, riuscì in breve a
piegare la residenza nemica (e degli alleati camuni) e, in uno
scontro diretto, a far prigioniero lo stesso comandante visconteo
Antonio Baccaria. Si mosse allora personalmente Pietro Visconti
che, giunto a Lovere il 18 settembre 1438, sollecitò
l'arruolamento dei camuni fedeli al ducato, nelle sue schiere (e
molti risposero al suo appello). Riuscì, con un'abile marcia, ad
occupare di nuovo l'alta Valle e la rocca di Corteno. Da qui emanò
un solenne diploma composto da "29 capitali" tutti a favore dei
fedeli valligiani. Venne creata, in tutta l'alta Valle Camonica,
addirittura una zona franca e senza vassallaggi, una specie di
repubblica indipendente con ampi poteri politici e amministrativi
(peccato che tutto questo durò pochissimo !). Il Visconti, con le
sue truppe, iniziò poi una discesa per la Valle conquistando paese
per paese e dopo aver costretto al ripiegamento le truppe dei
veneziani, strinse d'assedio il potente castello di Breno. Questa
rocca, la più munita e importante dell'intera valle, per la sua
posizione strategica e il suo armamento era la chiave di volta di
quasi tutto il sistema difensivo della bassa e media Valle
Camonica. Al comando degli assediati camuni, rimasti fedeli a
Venezia, vi erano Giacomo Lorenzo e Marone Ronchi, Martino Leoni,
unitamente al capitano di Valle Pietro Contarini e al contestabile
Giovanni Negroboni. La guarnigione, chiusa entro il perimetro
fortificato delle mura e della più interna e possente rocca, fu
costretta a cedere dopo una lunga ed eroica resistenza. In suo
aiuto era salito il Valle soltanto Pietro Avogadro e le truppe da
lui direttamente pagate. L'Avogadro, la cui figlia era stata
moglie di Alberto Federici detto Bettinzone, tentò, inutilmente, a
più riprese, con i suoi uomini e le sue artiglierie, di liberare
gli assediati dalla morsa delle truppe milanesi. Dopo la caduta
del castello di Breno il Visconti era di nuovo padrone della Valle
Camonica.
Venezia, che aveva nel frattempo
riconquistato, con una certa facilità, le Valli Trompia e Sabbia,
trovò invece molte difficoltà a rientrare in possesso della terra
camuna, dove si susseguirono varie scaramucce e vere e proprie
battaglie. Ci vollero numerosi e sanguinosi scontri tra i due
eserciti ma alla fine, sulle schiere milanesi, condotte da
Melchiorre da Parma e dal marchese Ghisello Malaspina di Mulazzo,
prevalsero le truppe venete. Il castello di Breno ridivenne
protagonista di un'altra eroica resistenza: questa volta erano
asserragliate, tra le sue mura che erano state appena ricostruite
e rafforzate dopo i precedenti assalti, le truppe milanesi che
solo poco prima l'avevano assediato e conquistato. I difensori,
rimasti completamente isolati, abbandonati e senza speranza di
ricevere aiuti e rifornimenti, vennero ben presto ridotti
all'estremo della resistenza. Da Brescia erano salite in Valle
truppe fresche e ben 2.000 uomini al comando di Pasquale Malipiero
che cinsero d'assedio e riconquistarono la rocca. Riportato
l'ordine in bassa Valle e lasciato un forte presidio a Breno e
negli altri castelli e rocche (Montecchio, Plemo, Cimbergo, Cemmo,
Lozio ecc) dopo una breve campagna militare, tutta la Valle
Camonica ritornò sotto la giurisdizione militare veneta. La
Repubblica, malgrado il tradimento consumato poco prima,
riconfermò a Lovere, Pisogne ed Iseo tutti i privilegi che aveva
già precedentemente concesso, però, questa volta, a ricordo di
quanto successo solo l'anno prima, con alcune "ordinanze" annullò
tutte le infeudazioni concesse da Milano ai vari Federici che
erano passati dalla parte del nemico e avevano servito il Visconti
in questa sua ultima avventura. In Valle, dove negli ultimi anni
avevano governato magistrati e capitani di valle di diretta nomina
veneta, fu inviato un podestà con il titolo di Capitanio
(Capitano) di Valle, cittadino di Brescia (e non più Veneto).
Questa nomina fu concessa con una "Ducale" del 9 Aprile 1440 in
virtù dei privilegi elargiti a riconoscimento della fedeltà
dimostrata a Venezia dalla città e dai suoi abitanti. Quest'ultimo
atto, ritenuto oltremodo ingiurioso dai Camuni che avevano sempre
avuto contrasti furibondi e avevano dimostrato per secoli un odio
profondo per la città di Brescia e i suoi delegati, fin dai tempi
del pessimo governo curiale e vescovile, fu definito (senza ombra
di ironia) dallo storico Capoferri una "macchia nera del governo
veneziano verso la fedelissima ValCamonica" !
Molti notabili, ma anche semplici cittadini
camuni, che avevano sostenuto la dominazione di Milano furono
riconosciuti colpevoli di "viltà e di tradimento", poiché avevano
precedentemente servito e giurato fedeltà a Venezia e poi si erano
di nuovo "asserviti" al duca di Milano. Furono portati davanti a
dei giudici nominati da Brescia e da Venezia, molti furono puniti
con pene detentive lunghissime, sanzioni pesantissime e alcuni
furono anche condannati alla pena di morte. Giacomino degli Isei,
al quale Filippo Maria Visconti aveva concesso l'investitura delle
terre di Iseo e di Pisogne, con facoltà di nominarvi un proprio
vicario e che tanto si era adoperato per far intervenire
l'imperatore Sigismondo in aiuto del suo padrone, fu dichiarato
ribelle, condannato alla massima pena (la morte per impiccagione).
La condanna avvenne in contumacia in quanto Giacomino ben se ne
guardò di rientrare nelle sue terre di Iseo e del Sebino. Restò
presso la corte milanese a svolgere le sue funzioni di consigliere
e delegato ducale. In seguito, dopo la pace di Lodi e la salita al
potere dello Sforza, venne riabilitato anche da Venezia e
reintegrato in molti dei suoi privilegi feudali. I conti di
Lodrone, a compenso dei danni da loro subiti nelle vicende
belliche ed in premio del loro aiuto, ottennero da Venezia, per la
quale avevano valorosamente combattuto, non soltanto il feudo e il
castello di Cimbergo, ma pure Bagolino ed il possesso del piccolo
feudo di Muslone. Sembrava ormai che tutto fosse tornato ad un
certo equilibrio di forze e che una pace diffusa si fosse
stabilizzata tra Milano e Venezia, tra Savoia e Firenze, tra il
Papato e il Regno (di Sicilia) e che la situazione
politico-territoriale che si era creata, dovesse durare per un
certo periodo... e invece ... nel febbraio del 1441 il Piccinino,
su diretto ordine del Visconti, si mise a capo di un forte
esercito e diede inizio ad una nuova campagna militare che subito
suscitò in tutto il territorio bresciano allarme e rinnovati
timori. Nei borghi e castelli della provincia bresciana e della
bassa bergamasca i partigiani del Visconti, che avevano subìto
sequestri di beni e proprietà e declassamento sociale, rialzarono
immediatamente il capo e tentarono di sottrarsi al dominio veneto.
In Valle Camonica, a capo delle famiglie ghibelline, si pose quel
Bartolomeo da Cemmo che era stato, anche con grandi rischi
personali, uno dei più fedeli servitori della Repubblica durante
le varie campagne che le truppe Milanesi avevano portato in zona.
Ora, ribelle a Venezia, fu uno dei principali sobillatori e
fautori di una forte e ben organizzata sollevazione che
rapidamente si estese in quasi tutta la tutta la Valle e si
concluse con un assalto alla rocca di Breno dove si trovava il
castellano Giovanni Negroboni, il quale seppe difendersi con
vigore unitamente ai contestabili Paolino da Lardaro e Bartolino
del Bastaiole. Come già altre volte la Valle fu riconquistata da
Pietro Avogadro, che, in poco tempo e con forti truppe, ridusse
all'obbedienza i Federici di Erbanno, Gorzone ed Angolo. I vasti
beni e possedimenti che il ribelle Bartolomeo da Cemmo aveva avuto
in donazione da Venezia, vennero restituiti agli antichi
proprietari tra cui Bertolasio Federici ed i suoi parenti (a cui
erano stati, solo poco tempo prima, sequestrati per essere donati
al Bartolomeo). Malgrado questa ennesima dimostrazione di poca
affidabilità e fedeltà verso la Repubblica, alla Valle Camonica
vennero tuttavia concessi nuovi privilegi e vaste esenzioni
fiscali e tributarie. Alcuni comuni (pochi) rimasti fedeli a
Venezia, che non erano, questa volta, passati dalla parte dei
rivoltosi, favorevoli a Milano, vennero completamente esentati da
pagare tasse e imposte per lunghi periodi. La Repubblica fu però
inflessibile nel mantenere l'odiata imposizione giurisdizionale
della soggezione della Valle a Brescia ed a un suo delegato
nominato tra i notabili della città. A nulla valsero le vibrate
proteste dei delegati Camuni, l'atto di nomina fu giustificato in
modo molto chiaro e definitivo dai podestà Veneti di Brescia dalla
considerazione che la fedeltà dei Camuni a Venezia, durante il
periodo 1438-40, si era mostrata ben poco salda.
Nei "capitolati di sottomissione" che furono
fatti sottoscrivere dai vari paesi che si erano ribellati, fu, da
questi, espressamente chiesta (e quasi sempre ottenuta) la
clausola del ritorno "libero e senza condizioni" in patria di
coloro che se ne erano allontanati perché avevano dimostrato forti
simpatie viscontee e non si erano assoggettati al governo Veneto
Bresciano. Su delega del Maggior Consiglio, erano stati concessi,
con larghezza, il perdono e la possibilità di rientro in Valle, ad
alcuni ribelli. Dimostrando sagacità politica e voglia di
pacificazione, in quasi tutti i casi venne anche posta in atto,
nei loro confronti, la restituzione dei beni e la rifusione nelle
proprietà che erano state sequestrate o confiscate. Vi furono
comunque delle rigorose inchieste che furono condotte da
magistrati bresciani e veneti e molte volte i Delegati dogali
reintegrarono anche i Federici ribelli nei loro beni feudali
purchè dimostrassero "ravvedimento" e si impegnassero in
interventi e lavori di pubblica utilità. Un chiaro esempio di
questa (illuminata e... interessata) politica di perdono e
reinserimento in proprietà e beni, è quello che venne applicato a
Giorgio detto Lordello da Bienno, persona "abilissima ed esperta
nel commercio e nella lavorazione del ferro e nell'arte delle
ferrarezze". A questo noto artigiano e imprenditore, anche se era
stato uno dei più accesi e fedeli sostenitori del Visconti, fu
concesso il ritorno in patria purchè e perché contribuisse al
rilancio delle attività languenti in Valle Camonica a causa delle
lunghe guerre. Nel 1446 la Riviera, Lonato e la Valle Camonica
vanamente tentarono, ancora una volta, con suppliche e
rimostranze, di sottrarre alla città di Brescia l'odiata nomina
diretta dei loro podestà. Venne fatta, più volte, "lamentela e
richiesta" che questa nomina fosse deferita ai Rettori Veneti di
Brescia che avrebbero fatto la loro scelta in una quaterna di nomi
proposti dagli abitanti dei luoghi interessati. Nulla si ottenne
da Venezia anche perché la tensione politica tra la Serenissima e
Milano era sempre molto alta e tutti ben sapevano che altre e cupe
nubi di guerra si addensavano ai nuovi confini che Milano (e fors'anche
Venezia) non riteneva validi e sicuri.
I Camuni comunque riuscirono nuovamente ad
ottenere che restassero in vita le loro istituzioni amministrative
e giurisdizionali che competevano e dipendevano direttamente dai
massimi organismi ufficiali della Valle. Le contestazioni maggiori
furono però in materia di tributi: più volte i rappresentanti
della Valle Camonica fecero ambascerie a Brescia e anche
direttamente a Venezia perché erano persuasi di essere sacrificati
anche nei confronti di altre comunità della Terraferma veneta e di
subire tassazioni maggiori e penalizzanti sui loro prodotti e
sulle loro esportazioni. Da Venezia, ma specialmente da Brescia,
non giunsero mai risposte e atti soddisfacenti e questo spiega in
gran parte la prontezza con la quale la Valle Camonica passò,
ancora una volta, negli anni successivi, dalla parte del Ducato
che era retto, dal 1447, dal nuovo signore Francesco Sforza -
Francesco I-, non appena comparvero di nuovo le truppe milanesi.
Fu dunque il nuovo duca di Milano Francesco Sforza, che nel 1453
inviò nuovamente delle forti truppe in Valle Camonica.
Incontrata una debole resistenza da parte delle scarse milizie
Veneziane, che nella zona avevano stanziato poche e male armate
truppe (solo nel castello di Breno vi era una efficiente
guarnigione), risalita la bassa valle vi instaurò un regime
militare di terrore e vendette, occupando la zona fino a Breno.
Qui, ancora una volta, alcuni fedelissimi a Venezia, fra cui il
coraggioso Pasino Leoni, asserragliati tra le nuove mura, malgrado
le notevoli difficoltà negli approvvigionamenti e speranzosi
nell'arrivo di aiuti di truppe della Repubblica, resistettero a
lungo alle predominanti schiere nemiche. La munita rocca brenese e
i suoi difensori erano una grossa spina nell'ala nord dello
schieramento delle forze Milanesi e lo Sforza, per impadronirsene
dovette mandare in valle il suo comandante in capo: il famoso
condottiero bergamasco Bartolomeo Colleoni. Questi giunto
all'assedio del castello con numerosi soldati scelti, per la prima
volta nella storia delle innumerevoli guerre combattute in questa
terra, usò delle armi da fuoco: cannoni, bombarde, bombarole e
colubrine.
Le vicende camune, ancora una volta, si
intersecarono con quelle, ben più ampie dell'intero scacchiere
bellico del nord Italia e, l'anno dopo, nel 1454, essendo mancato
ai Milanesi l'agognato e promesso appoggio dei Francesi, la valle
tornò sotto il dominio Veneto: ironia delle vicende di quei tempi:
la riconquista fu per opera dello stesso Colleoni che, dal comando
delle truppe di Milano, era passato, con lo stesso grado, sotto le
insegne delle Serenissima Repubblica Veneta. La pace imposta da
Venezia e Milano dopo una serie di pesanti sconfitte, fu
finalmente siglata nella sua forma definitiva il 9 aprile 1454 a
Lodi. Tra le clausole Francesco Sforza riconosceva a Venezia
Brescia, Crema e Bergamo e riceveva in cambio Ghiara d'Adda e il
ponte di Brivio. La Valle Camonica, facente parte delle terre
bresciane da quel momento divenne (e lo restò, salvo brevi
periodi, fino alla conquista Napoleonica) parte integrante della
Terraferma veneziana. Gli accordi di pace, ai quali aderirono
anche gran parte degli altri Stati italiani, divennero il perno di
un sistema di equilibri nella penisola che durò cinquant'anni. I
Delegati della Valle Camonica riuscirono a strappare al governo
della Serenissima patti molto vantaggiosi e venne riadottata
completamente la "ducale" del 1° luglio 1428 del Doge Foscari con
la quale i Camuni ottenevano:
1. usare i propri statuti civili e criminali
2. essere esentati dalle tasse d'imbottato e di macinato
3. continuare a introdurre sale dalla Germania, sia per uso
proprio che per uso degli abitanti della Val di Scalve
4. godere intera libertà di commercio dei "loro ferri" senza
tassa di "fondaco"
5. non dipendere nè da Brescia, nè da Bergamo (questo venne poco
dopo cancellato per favorire Brescia)
6. liberi di introdurre vini e granaglie senza pagare la tassa
per commercio a Lovere e la gabella del porto a Pisogne
7. poter imporre propri dazi
8. ottenere la restituzione alla valle del territorio di Lozio
che era stato separato dai Visconti
9. rivedere in proprio il catasto della Valle
10. pagare un contributo annuo (compresi Lozio e Pisogne) di
5.070 lire imperiali nuove da versarsi in tre rate.
Nel 1433 il giurista Giacomo Armanno presentò al consiglio di
valle il "Corpo degli Statuti" che racchiudeva ogni "Legge,
statuto o convenzione" che era riconosciuta come appartenente alla
tradizione camuna. Lo stesso anno il "Corpo" fu ratificato dal
Senato Veneto e reso operativo. La Valle Camonica e il Sebino, da
quel momento, persero molto di quella importanza strategica che
avevano avuto fino ad allora e la popolazione locale si poté
dedicare, per alcuni anni, più che in passato, ai commerci, alla
lavorazione del metallo ferroso e allo sfruttamento intensivo dei
vasti e rigogliosi boschi che fornivano in abbondanza legname per
la cantieristica navale veneta e per i porti della Repubblica. Ma
la valle, nelle sue propaggini più a nord, era sempre comunque
terra di confine e così, all'inizio del XVI secolo, vennero
segnalate delle scaramucce e delle invasioni di soldati svizzeri e
tedeschi che giunsero fino ai passi dell'Aprica, del Mortirolo e
del Tonale minacciando i confini nord della Serenissima. Aria di
guerra spirava già negli anni precedenti: l'espansionismo di
Venezia sulla terraferma del nord Italia faceva paura, incuteva
invidie e timori agli altri Stati Italiani che si unirono in una
nuova Lega, facendo intervenire, come era consuetudine, anche
sovrani stranieri. Il Maggior Consiglio deliberò allora un
generale rafforzamento dei numerosi capisaldi difensivi camuni e
pose in atto una serie di coscrizioni obbligatorie in valle, per
gli abili alle armi, che dovevano servire sotto le insegne
dell'esercito di Venezia. Grande era la minaccia ai confini nord
della Valle Camonica, poiché, nel 1509, era in pieno svolgimento
la guerra voluta dagli stati membri della Lega che a Cambrais
l'anno prima (il 10 dicembre 1508) aveva raccolto sotto le stesse
bandiere il Papa Giulio II, l'Imperatore Massimiliano d'Asburgo,
Luigi XII re di Francia e Ferdinando re d'Aragona; il motivo:
contrastare direttamente la grande influenza in Italia e nei
Balcani che aveva assunto Venezia (all'apogeo della sua potenza
militare, economica e commerciale).
Sconfitta sul campo a Chiara d'Adda (1509),
Venezia si vide sottratta l'intera Valle Camonica che venne posta
sotto il dominio della Corona francese di Luigi XII. Ma i Camuni,
colpiti dalla durezza dell'occupazione francese e fedeli a
Venezia, incitati alla resistenza e guidati nella guerriglia da
Vincenzo Ronchi, cacciarono le truppe di Luigi dalle valle nel
1512. Nell'ottobre dello stesso anno il re francese, nell'ambito
di altri scambi territoriali in tutta Europa, cedette Brescia e le
sue terre al Vicerè spagnolo Raimondo Cardona, che, come prima
azione di occupazione diretta, mandò una forte schiera di armati a
presidiare il castello di Breno. In Valle veneziani e spagnoli si
combatterono apertamente e a più riprese fino al 1515, quando
Francesco I di Valois, succeduto a Luigi XII sul trono di Francia
e alleatosi con Venezia, sconfisse a Melegnano le truppe spagnole,
tedesche e pontificie (che solo tre anni prima erano sue alleate),
consentendo alla Serenissima di riprendersi Brescia e la Valle
Camonica.
Finalmente con la pace di Noyon (1516) anche
per la valle ebbe inizio un lungo periodo di pace e di un certo
benessere, garantiti dalla stabilità politica e favoriti dallo
sviluppo economico che era timidamente iniziato cinquant'anni
prima con la prima occupazione della Valle da parte di Venezia,
che pose in atto un'avveduta amministrazione. In questo periodo si
completò quel movimento di emancipazione locale teso ad assicurare
autonomia, efficienza e garanzia istituzionale al Comune rurale
camuno, inteso come effettiva "proprietà di tutti" e scaturito
dall'esperienza comunitaria delle Vicinie che avevano una profonda
radice popolare in tutta la valle. Sorta attorno al mille come
unico possibile mezzo popolare di contrapposizione ai numerosi e
soffocanti privilegi feudali, la Vicinia legò inizialmente alcuni
nuclei familiari o dello stesso paese a comuni proprietà (di
solito terreni o attrezzi o piccoli spazi per conservare prodotti
agricoli o caseari). Poi la trasformazione lentamente divenne più
radicale e socialmente più evoluta, infatti vi erano regolate
tutte le attività della collettività secondo criteri democratici
che favorivano l'omogeneità ma soprattutto infondevano una
profonda maturità politica fino a dare, anche al più semplice
cittadino, tutte le responsabilità civili e amministrative,
contribuendo alla formazione di una radicata coscienza della
propria entità politico-economica-sociale. Questa istituzione
popolare, che rimase viva e profondamente presente nella mentalità
camuna, fino al XVIII secolo, costituì, in embrione, il Comune
rurale, che incominciò a differenziarsi dalla Vicinia fin dal
secoloXV quando cominciò ad affermarsi in forma più complessa,
compiuta e generalizzata un concetto nuovo: quello di "comunità",
cioè di proprietà conquistata ma specialmente condivisa dal
popolo. Allora, anche se in modo lento e graduale, la Vicinia, che
rappresentava interessi di carattere strettamente locale e
contingente, venne dapprima affiancata e poi lentamente assorbita
dal Comune che, armonizzando interessi più vasti, riuscì a
regolare meglio diritti e doveri di una collettività più complessa
e ma anche più aperta. Dunque l'affermarsi, sia pure in forma
ancora incompleta, del principio della sovranità popolare
nell'ordinamento civile segnò il lento ma inesorabile tramonto del
vecchio regime feudale che venne accelerato dallo smembramento
delle grandi proprietà fondiarie delle grandi famiglie nobiliari.
Dai pochi latifondi presenti sul territorio vennero così ad essere
creati numerosi possedimenti di piccole dimensioni, spesso
acquistati direttamente non solo da privati ma anche dalla Vicinia
o dal Comune. Il crescente sviluppo dell'artigianato, che assunse
contorni di piccola industrializzazione e imprenditorialità
(carbone, ferro, legname e lana) portò ad una nuova "impostazione"
della vita nella, fino ad allora, semplice società montana. Questa
aveva fatto, dal tempo della dominazione romana, ben pochi passi
in avanti nello sviluppo socio-economico: ora non era più
prevalentemente imperniata sulla semplice agricoltura di
sopravvivenza e per la prima volta, nella storia camuna, i
lavoratori "autonomi" (artigiani e piccoli imprenditori) della
valle si riunirono in categorie al fine di difendere meglio i
propri diritti e migliorare le proprie condizioni di vita.
Queste associazioni furono chiamate coi nomi di Fraglia, Scola
o Confraternita. La Valle Camonica, sotto la dominazione veneta,
aveva l'aspetto di una repubblica federale, anche perché nè
vescovi, nè capitani o podestà riuscirono (pur tentandolo più
volte) a limitare o spegnere le fortissime tradizioni comunali
federative che da secoli erano presenti in Valle. I "Camuni"
iscritti nelle liste comunali erano tutti "originari" e
appartenevano a comuni indipendenti che avevano amministrazioni
largamente autonome e statuti propri. Tutti i comuni dipendevano
dai quattro Pievatici in cui era suddivisa la valle: Rogno, Cemmo,
Cividate ed Edolo e tutti insieme erano sottoposti alla Comunità
di Valle e formavano nel loro totale complesso l'Università
Valligiana. Comunque pur conservando i suoi Statuti, la Valle, era
di fatto governata da delegati di Brescia. La sede della Comunità
di Valle Camonica, prima a Cividate Camuno, fu posta in Breno a
partire dal 1400 e fu poi riconfermata ufficialmente con una
"Ducale" del Doge Francesco Foscari del 1428: la Valle, pur
mantenendo una sua fisionomia amministrativa propria, dipendeva
direttamente da Venezia tramite il Capitanio o Podestà che
risiedeva e veniva nominato in Brescia.
Dopo il 1440, dopo i vari "tradimenti e passaggi di campo" dei
Camuni nelle varie guerre con Milano, il Capitanio (capitano) di
Valle o suo Vicario fu sempre scelto tra nobili bresciani e fissò
la sua residenza ufficiale a Breno. Il Capitanio di valle, con
poteri giuridici e amministrativi dipendeva gerarchicamente dal
Capitanio residente a Brescia che alle volte (anche se raramente)
si identificava con il Podestà della Città. Il Capitanio (o
Capitano) di valle, per il disbrigo degli atti inerenti il suo
ufficio, aveva come collaboratori diretti: un luogotenente che lo
sostituiva in caso di assenza o malattia, un Vicario e un
Coadiuttore che mantenevano i rapporti con la città di Brescia,
disbrigavano le pratiche e le corrispondenze di ufficio. L'ufficio
del Capitanio poteva assumere, di volta in volta altri "ministri"
ed "uffiziali" di giustizia. La nomina di notabili e di patrizi di
Brescia alle più alte cariche politico-amministrative della Valle
Camonica fu sempre ritenuto un affronto dai Camuni, ma Venezia,
come già scritto, dopo i molti "cambiamenti di fronte" e
tradimenti, da parte delle grandi e potenti famiglie della vallata
dell'Oglio, durante le varie fasi delle numerose guerre, non
riteneva di potersi fidare di questi insicuri "ora" sudditi. Molti
furono (ma sempre vani), nei secoli successivi, i tentativi di
"spostare" le nomine di Capitani e Vicari di Valle dal patriziato
bresciano a nomine fatte direttamente a Venezia su rappresentanti
non bresciani.
Non vennero mai accolte queste richieste e
questo stato di fatto divenne effettivo verso la fine del 1455
cioè dopo che Venezia ebbe completamente soggiogata e pacificata
l'intera vallata dopo le lunghe, alterne, successive, frequenti e
devastanti guerre contro il ducato di Milano. Dopo la conquista
definitiva di tutto il territorio valligiano e completata la
"occupazione" anche "politica" della Valle, come nel resto delle
nuove terre acquisite da Venezia, furono istituiti uffici
giudicanti (di applicazione delle leggi e statuti) e
amministrativi e tutti gli organi primari e giusdicenti furono
accentrati nella figura del Capitanio di Valle Camonica e del suo
Vicario. Come già accennato, a queste due massime cariche venivano
nominati dei patrizi e dei nobili bresciani il cui mandato durava
un anno e avevano potere di giudicare in materia civile e
criminale (penale). In Valle Camonica però facevano eccezione le
condanne che, in materia criminale, comportavano spargimento di
sangue come la tortura fino alla morte e la pena capitale. In
questi casi (non infrequenti) erano comunque sempre il Capitanio o
il Vicario a istituire e a condurre direttamente il processo
mentre la sentenza era sempre emessa in nome del Podestà Veneto di
Brescia da cui il Capitanio di Valle dipendeva direttamente.
Questo stato di cose, che era una importante limitazione al potere
del Capitanio di Valle rispetto ad altri Capitani della terraferma
Veneta, era un privilegio concesso alla Valle Camonica poiché era
specificato che i giudici erano tenuti a giudicare unicamente
sulla base degli "Statuti di Valle Camonica". In altre terre e
distretti, sotto la giurisdizione di Venezia, il Capitanio e il
suo Vicario avevano ben più ampi poteri discrezionali, compresa la
pena di morte. Questo privilegio era da ascrivere al fatto che
Venezia, subito dopo la pace di Lodi, voleva tenersi buoni e
fedeli i Camuni poiché la Valle era terra ancora di confine e
proprio dalla Valle Camonica erano molte volte transitati grossi
eserciti provenienti dal centro Europa che, passando dai valichi
alpini dell'Aprica, del Mortirolo e del Tonale potevano poi
dilagare nella pianura padana.
Era dunque un semplice calcolo politico:
meglio avere gli irrequieti Camuni come alleati che come possibili
nemici: questi sudditi erano troppo avvezzi al tradimento e
concedendo loro alcuni privilegi sia economici che politici con
buone probabilità si poteva averli dalla propria parte. In effetti
fu una politica lungimirante e che produsse buoni frutti. Esisteva
un'unica eccezione alla limitazione del potere di condannare a
morte direttamente ed era quando vi era in gioco la sicurezza
dello Stato e delle istituzioni della Repubblica: in questo caso
il Capitanio o il suo Vicario potevano comportarsi a loro
discrezione fino alla massima pena. Il Capitanio di Valle, come
tutti i funzionari veneti di alto grado, era soggetto a regole
particolarmente rigide tra cui quella che se non avesse "bene
giudicato" secondo gli Statuti, sarebbe stato poi tenuto a pagare
una forte multa consistente in una ammenda di 25 fiorini e al
totale risarcimento di danni "a chi avesse subito torto". Il
Capitanio presiedeva anche tutti i Consigli facendone parte di
diritto. Amministrativamente il potere spettava invece ad
organismi locali della stessa Valle Camonica e ai suoi
rappresentanti ed aveva come massimi uffici: - La Congregazione
dei Deputati
- Il Consiglio Segreto
- Il Consiglio dei Ragionati
- L'Assemblea o Consiglio Generale Queste assise e consigli erano
composti unicamente da cittadini "originari" della Valle Camonica.
In tutti questi Consigli erano presenti per diritto: il Capitanio
(Capitano), il suo luogotenente o Vicario, il Sindaco, l'Avvocato
il Cancelliere e il vice Cancelliere, l'Jusdicente, il Presidente
dello Spedale e il Tesoriere, la casata dei Federici era sempre
rappresentata di diritto ed era considerata e aveva tutti i
privilegi alla stregua di un pievatico.
Il Consiglio (o Congregazione) dei Deputati era composto da
sette membri ai quali si dovevano aggiungere i membri di diritto.
Era dotato di ampi poteri e poteva deliberare direttamente su
tutte le questioni urgenti di carattere amministrativo. Era
talmente ritenuto "onorato e onorevole" che, durante le messe
solenni di celebrazione per l'insediamento, veniva "incensato"
nella stessa misura in cui erano "incensati" il Capitano di Valle
e il suo Vicario. Questo rito sottolineava, oltre allo stretto
legame tra la Chiesa e il potere politico, anche la diretta
investitura e riconoscimento, alle massime cariche civili, da
parte del potere ecclesiastico e di tutti i suoi membri. Era un
altissimo e ambito riconoscimento che Venezia aveva ottenuto dal
Papato.
Il Consiglio dei Ragionati o Elezionari (paragonabile alla
attuale Corte dei Conti) era composto da undici membri eletti dai
quattro pievatici in cui era divisa la Valle Camonica: Edolo,
Cemmo, Cividate e Rogno, uno da casa Federici (più i soliti aventi
diritto di cui il Capitano era il presidente) e cinque antecessori
immediati. Si riuniva tre volte all'anno e aveva il compito di
sorveglianza contabile sulle finanze valligiane. Ma i sui compiti
più importanti erano quelli di eleggere e nominare gli undici
Ragionati aggiunti che erano scelti: due per ognuno dei quattro
Pievatici, uno del comune di Borno, uno di quello di Dalegno, uno
della famiglia Federici; i diciannove membri del Consiglio Segreto
scelti quattro per ogni Pievatico, due dei comuni di Borno e
Dalegno e un Federici ed i novantasei membri del Consiglio
Generale scelti due per comune e due Federici.
Il Consiglio Segreto era formato da diciannove membri più
gli undici Ragionati aggiunti (più i soliti aventi diritto) e
aveva una amplissima autorità su questioni di carattere pubblico e
attinenti al servizio della Serenissima Repubblica di San Marco e
poteva essere convocato, in caso di urgenza, in qualsiasi momento
in via straordinaria.
L'Assemblea (o Consiglio Generale) era composta da
centocinquantaquattro Consiglieri, veniva convocata (meglio: si
autoconvocava) quattro volte all'anno. Noventasei erano i
rappresentanti dei quarantotto comuni della Valle Camonica, 2
della famiglia Federici e tutti i componenti degli altri Consigli:
11 i Consiglieri dei Ragionati, 11 i Ragionati aggiunti, 19 i
componenti del Consiglio Segreto, 7 i componenti del Consiglio dei
Deputati (più i soliti aventi diritto). Il Consiglio Generale
"ufficialmente" aveva tutti i poteri amministrativi poiché
procedeva alla nomina delle varie cariche civili valligiane. Con
voto segreto eleggeva il Sindaco e l'Avvocato di Valle e i
delegati nei vari Consigli.
Il Sindaco di Valle Camonica era scelto e nominato solo tra
gli "originari" di Valle Camonica ed era normalmente uno dei
"primi signori" che erano i membri più rappresentativi delle
grandi famiglie nobiliari camune. Di solito veniva scelto ed
eletto tra coloro che "avevano appartenenza ad alto Censo e
Nobiltà" ma in più casi venne nominato anche un "giureconsulto"
particolarmente "noto e abile". L'ambitissima carica di Sindaco di
Valle Camonica, che, oltre a reale potere, dava anche molto lustro
a chi ne era insignito, fu monopolio per quasi trecento anni di
poche famiglie camune tra cui vanno ricordate oltre ai frequenti
rappresentanti dei numerosi rami della solita famiglia Federici
che per quarantanove volte ottennero la nomina, anche gli
Alberzoni che furono nominati per undici volte, i Ronchi di Breno,
i Francesconi di Bienno e i Rizzieri di Ossimo. Due secoli di
pace, un buon progresso economico e una sempre crescente
iniziativa per i problemi del lavoro e dell'organizzazione
sociale, specie nei ceti più bassi, furono tra i fattori
principali che caratterizzarono la storia camuna nel lungo periodo
in cui la valle fece parte integrante della Serenissima Repubblica
Veneta. Dopo la continua espansione territoriale ed economica del
XVI secolo, Venezia, raggiunto il suo culmine di potenza, si vide
boicottata e "bloccata" dalle altre potenze Europee. Lentamente ma
inesorabilmente, anche per lo spostamento verso il nord Europa dei
principali flussi di commercio internazionali, iniziò un lento ma
continuo declino. La sua debolezza militare e marittima, ma specie
l'inerzia e il disimpegno politico segnarono per la Serenissima
Repubblica di San Marco l'ora della decadenza che inevitabilmente
si concluse in disfatta (meglio disfacimento totale) alla fine del
secolo XVIII, quando la Francia esportò anche in Italia la sua
rivoluzione: il 15 maggio 1796 Napoleone entrò in Milano e la
Lombardia entrò direttamente nell'orbita di influenza francese. Il
12 maggio di un anno dopo (1797) il Maggior Consiglio, nella sua
ultima seduta in pompa magna, diede le dimissioni e si sciolse
decretando così, dopo tanti secoli di grande storia, la morte
ufficiale della Serenissima Repubblica di Venezia.
Mauro Fiora |