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"Dal 1919
al 1945"
Le speranze di poter godere
finalmente di un lungo periodo di pace e di sviluppo e le
aspettative per una società più giusta e senza guerre furono le
grandi linee politiche e sociali che guidarono, nel 1919, alla
creazione della Società delle Nazioni, durante la conferenza di
pace di Versailles. Frutto di lunghe mediazioni e di visioni
progettuali globali e planetarie americane, britanniche e
francesi, questo super-organismo mondiale, avrebbe dovuto
costituire il cardine fondamentale di una "nuova diplomazia" che
avrebbe dovuto regolare i rapporti tra le nazioni e i popoli. Gli
stati aderenti si impegnavano solennemente a rispettare
l'integrità territoriale e l'indipendenza politica degli altri
membri e a non ricorrere alla guerra per derimere le questioni e
le tensioni in atto. Erano previste pesanti sanzioni economiche e,
nei casi di maggior rilevanza internazionale, si poteva giungere
al completo isolamento politico nei confronti di chi avrebbe
violato di questi impegni.
La sede della Società delle Nazioni fu fissata
a Ginevra e il Consiglio era composto da 5 membri permanenti (USA,
Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone - le nazioni vincitrici
la guerra) e da 4 temporanei eletti dall'assemblea generale ogni
tre anni. Fuori dai luccicanti palazzi ginevrini e lontano dalle
sontuose dimore di magnati, principi, re e imperatori che,
sopravvissuti alla guerra, insieme ad una nuova classe di
arricchiti, potevano festeggiare la "loro" vittoria, il resto del
mondo (quello della gente comune, dei combattenti, dei reduci,
degli orfani e dei poveri) si stava leccando le "profonde ferite"
prodotte da uno scontro armato che non aveva mai avuto precedenti
per dimensioni ed effetti, nella sua pur travagliata e bellicosa
storia. Il numero delle vittime della guerra (morti, dispersi,
feriti e prigionieri) fu così elevato da rendere praticamente
impossibile, per gli ex belligeranti, avere a disposizione una
contabilità precisa al riguardo ma con una certa approssimazione
venne calcolato in circa nove milioni di morti, tra i militari, il
pesante fardello della guerra.
Nonostante il fatto che la rivoluzione bolscevica avesse messo
fine al conflitto sul fronte orientale nel novembre del 1917, le
vittime dell'ultimo anno di guerra (1918) eguagliarono o
addirittura superarono quelle dei tre anni precedenti. In parte
ciò fu dovuto alla titanica offensiva tedesca sul fronte
occidentale del marzo 1918, ma si combatté duramente anche sul
fronte Italiano, nel medio Oriente e nei Balcani e proprio l'alto
numero delle "vittime" nel 1918 fu anche dovuto alla comparsa tra
le truppe della "spagnola" che uccise decine di migliaia di
soldati ma che, diffondendosi tra i civili, portò il computo
totale a ben più di 20 milioni di morti. La "Spagnola" fu un
pericolo che si rilevò addirittura più letale e spaventoso del
conflitto appena chiuso e che piombò su una Europa profondamente
modificata sul piano politico e territoriale e piena di speranze
ma stremata, impoverita e incapace di reagire a fondo a quest'altra
disgrazia. Questo immane flagello fu chiamata "spagnola" poiché,
da infondate voci popolari, si riteneva che avesse avuto origine
nella penisola Iberica. Studi più recenti invece hanno segnalato
un primo caso di questa virulenta epidemia in un campo di
addestramento di reclute di soldati americani in Arkansas. Le
truppe USA poi, al loro arrivo in Europa, nel 1918, avrebbero
diffuso, in brevissimo tempo, il contagio. Un primo picco
dell'epidemia, che si diffuse ad una velocità impressionante, si
ebbe in giugno e luglio ma "l'ondata" più micidiale colpì in
pratica tutto il mondo e raggiunse il suo culmine in ottobre e
novembre... per placarsi poi nella primavera del 1919. Molti
uomini, donne e bambini, di qualsiasi età e condizione sociale
vennero colpiti da questa violentissima forma influenzale che nel
corso di pochi mesi, seminando ovunque morte e terrore, fece
paurosi vuoti nella popolazione del vecchio continente,
dell'America, dell'Asia e di molte altre nazioni.
E se tutta la guerra, la Grande Guerra, in cinque anni di
conflitto, aveva fatto, come detto, nove milioni di morti in
Europa, questa epidemia ne fece, in pochi mesi, ben più di 20
milioni: un decimo della popolazione del continente che era
stimata, all'epoca, in circa 280 milioni di persone. Alcuni
storici sostengono che i morti, in tutto il mondo, furono
addirittura 40 milioni, ma i dati non potranno mai essere
confutati o ufficializzati poiché in molte regioni, specie nei
Balcani, in Asia e in medio oriente non vi erano, in quegli anni,
statistiche o censimenti che potessero essere da riferimento sulla
consistenza della popolazione colpita. Comunque il numero delle
vittime (ufficiali) fu dichiarato nel 1920 in circa 350.000 per
l'Italia (ma altri dati parlano di 600.000), 166.000 per la
Francia (350.000), 225.000 in Germania (400.000), 228.900 in
Inghilterra. Come si nota chiaramente fu proprio l'Italia (anche
nei dati ufficiali) ad essere colpita percentualmente nel modo più
grave. Fuori dall'Europa si contarono 550.000 morti negli USA e in
India l'impressionante numero di 16.000.000. Di altri stati
asiatici e africani non si sono mai avuti dati attendibili. Il 25%
delle vittime erano sotto i 15 anni e il 45% fra i 15 e i 35: da
queste statistiche si evidenzia come la malattia colpì
generalmente i più giovani. I sintomi iniziali del morbo erano
quelli di una classica forma influenzale e si manifestavano
dapprima con una febbre altissima, poi subentrava in breve tempo
un forte mal di gola e impossibilità di inghiottire e deglutire,
poi si rilevavano gravi disturbi e disfunzioni intestinali con
abbondanti e incontrollate perdite di liquidi. Chi veniva
aggredito dalla "Spagnola", nel giro di pochi giorni, moriva
delirando.
Anche in Valle Camonica la pestilenza colpì
ovunque, i morti erano talmente tanti che i sacerdoti non
celebravano più i lunghi riti funebri della tradizione cattolica
ma si limitavano ad una breve benedizione e ad una altrettanto
breve e rapida sepoltura. In poco tempo anche i cimiteri di molti
paesi non riuscirono più a contenere tutte le salme e allora si
procedette allo scavo di fosse comuni di emergenza anche al di
fuori dei recinti funerari. Alcune di queste fosse furono anche di
vaste dimensioni per contenere contemporaneamente più corpi per
delle inumazioni collettive, molte volte di interi nuclei
familiari. La scienza medica e la ricerca scientifica, anche le
più avanzate, erano completamente impotenti di fronte a questa
virulenta epidemia. I più illuminati e illustri scienziati
dell'epoca non sapevano che cosa fare e come agire, tantè che, a
chi era colpito dal male, venivano prescritte (naturalmente senza
alcun risultato positivo) una profonda spennellata di petrolio in
gola e una abbondante bevuta di grappa o altri super alcolici.
Fino ad ora non si sa esattamente l'origine e non si conoscono
le cause di questa influenza: gli studi sulla "spagnola" sono
stati ripresi proprio nei giorni in cui scrivo questo capitolo
(nell'estate del 1998), poiché dei ricercatori dell'OMS
(Organizzazione Mondiale della Sanità) ritengono che su alcuni
corpi di militari, combattenti nell'ultimo anno di guerra,
ritrovati congelati in Artico possano essere ancora presenti i
microbi della malattia. Da questa ricerca e dagli studi successivi
questi scienziati si aspettano molto: dare varie risposte
sull'origine della malattia ed avere eventualmente aperte nuove
vie a vaccini e antibiotici.
Mai nella storia si era verificata una simile violenta epidemia
fin dai tempi della famosa peste (di manzoniana memoria) del
1630-31 che aveva ridotto la popolazione Italiana di un quarto con
almeno un milione di morti sui quattro milioni di abitanti di
allora. Come la storia dell'umanità ci ha molte volte tramandato,
tanto rapidamente come era comparsa la terribile malattia, si
arrestò e in brevissimo tempo scomparve completamente. I
sentimenti più diffusi tra la popolazione in quei tristi 1918 e
1919 erano la costernazione e la paura, ma più forte sopra tutto
era la rassegnazione a ciò che era ritenuto inevitabile e (tra i
più diseredati, ignoranti e poveri) forse anche dimostrazione
della solita "ira divina per i peccati commessi dall'umanità in
guerra". Intere famiglie furono spazzate via, interi paesi si
erano spopolati e la nostra valle era in condizioni di profonda
prostrazione generale. Alla endemica povertà di questa terra
purtroppo non fecero neppure da contrappunto quei fattori positivi
necessari alla ripresa sociale, civile ed economica della nazione,
anzi ai sopravvissuti (alla guerra e all'epidemia) si parò davanti
un periodo di grandi sacrifici e di profondi stenti dovuti alle
enormi difficoltà politiche e finanziarie che una dispendiosissima
e lunghissima guerra avevano ulteriormente acuito in uno stato
fondamentalmente già molto povero com'era l'Italia di inizio
secolo. Le aspettative per un futuro migliore potevano e dovevano
essere molte e diffuse ma nessuna risposta positiva per uno
sviluppo generale poteva, in quei momenti difficili, essere data
da una lunga serie "governi di coalizione" deboli e non sorretti
da maggioranze parlamentari stabili. In poco più di due anni si
succedettero alla guida di un'Italia travagliata da tanti e
insormontabili problemi, i governi dei primi ministri Orlando,
Nitti, Giolitti, Bonomi e Facta.
La disoccupazione toccò livelli altissimi, le proteste di
piazza e gli scioperi acuirono ulteriormente le tensioni sociali
che raggiunsero il punto massimo con l'occupazione delle fabbriche
da parte degli operai nei mesi di agosto, settembre, ottobre e
novembre del 1920. I socialisti divennero il partito meglio
organizzato e più capillarmente diffuso su tutto il territorio
nazionale e alle elezioni amministrative conquistarono gli
importanti comuni di Milano e Bologna.
Le successive elezioni politiche, che furono tenute per la
prima volta in Italia col sistema proporzionale, videro un chiaro
successo (parziale) delle sinistre con lo stesso PSI ma anche una
buona affermazione dell'area cattolica con il PPI (Partito
Popolare Italiano) che era stato fondato l'anno prima (1919) da
don Sturzo .
Lo stesso anno Mussolini aveva fondato, a Milano, i Fasci Italiani
di Combattimento. Alle elezioni politiche il movimento fascista
subì una cocente sconfitta raccogliendo poco meno di 5000 voti e
quasi tutti nell'area milanese. Mussolini però, malgrado questo
tonfo, non scomparve dalla vita politica e grazie all'aperto
sostegno portato all'impresa di D'Annunzio a Fiume e alla ripresa
di parole d'ordine nazionalistiche di facile presa soprattutto
sugli ex combattenti si pose all'attenzione dell'opinione
pubblica. Nel 1921 al congresso di Livorno i socialisti, ben
consci di restare confinati ai margini del sistema politico,
malgrado la loro buona affermazione alle elezioni, oscillando tra
i poli opposti del solito massimalismo rivoluzionario e del solito
riformismo, si divisero e dalla loro scissione si giunse alla
fondazione del Partito Comunista d'Italia. Il fascismo
rivoluzionario delle origini intanto si era trasformato in una
formazione politica che metteva al centro del suo programma
l'impegno di ripristinare l'ordine sociale turbato dal
sovversivismo socialista. Fu in quegli anni, dal 1920 in poi, che
si diffuse rapidamente lo squadrismo fascista, prima in valle
Padana, con l'appoggio dei potenti e ricchi agrari che erano stati
grandemente danneggiati dagli scioperi dei braccianti "rossi", poi
nelle altre regioni.
Le violenze antisocialiste e antisindacali divennero una
consuetudine anche nei piccoli centri periferici e non solo nelle
grandi città e nelle campagne. Nel 1921 Mussolini trasformò i
Fasci di Combattimento nel Partito Nazionale Fascista (PNF). In
gran parte d'Italia le fasciste "centrali di combattimento", che
intendevano sostituire le forze di polizia ritenute ormai troppo
deboli ed indulgenti, divennero una reale, incombente e forte
presenza. Anche in Valle Camonica sia i socialisti che i fascisti
avevano vaste schiere di sostenitori e molte volte vi furono
scontri violentissimi che purtroppo lasciarono sul campo morti e
feriti. Nel 1920, a Losine, un rumoroso ed esagitato gruppo di
giovani fascisti, con la camicia nera, entrò in chiesa e si sdraiò
sui gradini di un altare mentre il parroco predicava. Il sacerdote
venne interrotto più volte con pesanti e reiterati insulti. Finita
la funzione religiosa, gli stessi squadristi, all'uscita di
chiesa, si misero a colpire con dei bastoni i giovani cattolici
che erano stati presenti alla messa.
I l 20 gennaio 1921 a Pisogne venne
costituita una squadra d'azione denominata "Beffarda" già dalla
sua fondazione contava 50 iscritti che si resero protagonisti di
diversi atti di violenza. Nel mese di aprile, da questi
squadristi, venne preso d'assalto il Municipio: il sindaco fu
malmenato e alcuni amministratori, che erano intervenuti in difesa
del primo cittadino, rimasero feriti. A Lovere, avvennero vari e
ripetuti scontri fra alcuni abitanti del paese e le solite squadre
d'azione che provenivano da Brescia. Durante una di queste
"spedizioni" avvenne un grave e curioso episodio: dopo aver bevuto
abbondantemente in alcune osterie del paese, durante il viaggio di
ritorno in città, rimase ucciso il fascista Faustino Lunardini:
era stato colpito dai suoi stessi compagni, mentre, esaltati e
sbronzi, sparavano all'impazzata nell'attraversare i paesi del
Sebino. Le tensioni politiche e sociali raggiunsero alti livelli
nel 1922 e non si sopirono l'anno successivo, anzi: molti furono
gli episodi di violenze e pestaggi che le squadre fasciste misero
in opera e che esaltavano la loro volontà di imporsi ad ogni costo
agli avversari politici. Il fatto più grave accadde all'inizio del
1923: la sera dell'Epifania a Piancamuno ci fu uno scontro furioso
fra una numerosa famiglia di socialisti ed un gruppo di fascisti
di Pisogne vi furono scambi di fendenti di coltello, stoccate di
tridenti e di falci e numerosi colpi di pistola. I fascisti si
erano recati in "spedizione punitiva" nella abitazione di questo
"clan familiare" di noti simpatizzanti socialisti per "dare una
severa lezione a quei rossi": alla fine del breve ma violentissimo
scontro tre componenti della famiglia, fra cui due donne, erano
stati colpiti mortalmente mentre altri sette rimasero gravemente
feriti. Il 10 giugno tre fascisti di ritorno da una festa a Lovere,
incontrando sulla strada provinciale alcuni operai del paese, che
un loro concittadino fascista aveva accusato di aver cantato
"bandiera rossa", con la pistola in pugno incominciarono ad
insultarli e, visto che questi, disarmati, si erano dati a
precipitosa fuga si misero a inseguirli minacciandoli di morte. La
breve fuga dei giovani operai si concluse tragicamente poiché
quando vennero raggiunti dai fascisti, avendo accennato ad una
disperata difesa, furono raggiunti ripetutamente da numerosi colpi
di pistola. Un colpo raggiunse un ragazzo di ventisei anni,
Battista Cristini, che morì poco dopo. Anche gli altri compagni
del Cristini furono fatti segno di svariati colpi di pistola che
fortunatamente andarono a vuoto ma quando vennero raggiunti e
fermati, furono forsennatamente picchiati e un altro giovane restò
ferito gravemente.
A Bienno la lotta politica si fece molto pesante quando, contro
il sindaco Faustino Morandini, vennero fatte circolare, dai
fascisti locali, voci tendenziose e false accuse di ruberie e, col
pretesto di dare una lezione, fu preso d'assalto il Municipio: gli
impiegati vennero con la forza buttati fuori dagli uffici e
l'amministrazione comunale dichiarata immediatamente decaduta e
sciolta. Sia dalla prefettura di Brescia che dal ministero
dell'interno, malgrado le comunicazioni ufficiali, non vennero
prese misure di controllo o di prevenzione e non vi furono
ulteriori indagini. Ma il 1923 verrà a lungo ricordato in bassa
Valle Camonica per una immane sciagura che causò oltre che ingenti
danni anche più di 350 morti. Erano le 7,30 del 1° dicembre quando
la nuova diga posta sul torrente Gleno, sopra l'abitato di Bueggio,
in Val di Scalve, si squarciò sotto le spinta della massa d'acqua
che era stata imbrigliata da questo sbarramento che, come
confermarono poi le perizie e le indagini successive, in molti
sapevano essere stato progettato in tempi rapidissimi e costruito
in modo inadeguato e criminale.
Come è visibile perfettamente anche ai nostri giorni, dai
ruderi che sono a testimonianza di quel fatto, l'intero lato
sinistro della diga cedette di schianto e un'enorme quantità di
acqua e di detriti si riversarono a valle con un'immane forza
dirompente. La centralina di Povo venne spazzata via e subito dopo
la grande massa liquida, ingrossata da altri detriti, travolse
Valbona, il ponte del Dezzo e il santuario della Madonna di Colere.
All'imbuto naturale che la Valle di Scalve compie sotto l'abitato
di Azzone il fronte della massa d'acqua, formando una enorme onda
si incanalò con estrema violenza e inaudita rapidità nello stretto
letto del torrente Dezzo e precipitò verso la Valle Camonica
ingrossandosi e aumentando ulteriormente di volume. Il primo paese
camuno che venne colpito fu Angolo Terme. Anche nei pressi e poco
a nord di questo antico centro abitato, la conformazione della
valle, che svolta quasi ad angolo retto (da questo il nome
Angolo), creò un momentaneo ostacolo che si trasformò in uno
sbarramento naturale che produsse una enorme ondata di ritorno con
un effetto d'urto spaventoso. L'acqua, il fango e una gigantesca
massa di detriti si riversarono in pochi istanti contro i ponti
del fondovalle che a loro volta, dapprima resistettero
rallentarono la corsa ma poi cedendo di schianto aumentarono
proporzionalmente la potenza devastatrice della marea ormai
divenuta enorme e violentissima.
A Gorzone, poco a nord ovest dell'abitato di Boario Terme, il
letto del fiume, ingombro di tronchi "rubati" alle numerose
segherie della zona dal primo "fronte" di acqua, formò per alcuni
istanti un altro debole sbarramento. Si venne così a formare una
ulteriore provvisoria diga che cedendo poco dopo riversò, con
tutta la sua devastante potenza, una impressionante quantità di
fango, detriti, alberi e ogni tipo di rifiuti raccolti a monte:
tutto questo piombò sull'abitato di Darfino (oggi chiamato Corna
di Darfo). Il fiume Oglio, alla confluenza con il Dezzo, venne
ributtato indietro e Darfino in pochi istanti scomparve quasi
completamente. Le case vennero rase al suolo, i cortili e le
strade furono invasi da cadaveri, carogne di animali, tronchi,
massi, mobili, melma, masserizie e rifiuti di ogni tipo. Vennero
distrutti o danneggiati, lungo il percorso della violentissima
ondata, interi boschi, prati, terreni coltivati ma anche numerosi
fabbricati, cascine con stalle in cui furono uccisi molti capi di
bestiame. Le numerose segherie con i grandi depositi di legname, i
vari mulini, le officine con i magazzini di carbone e di ferro, le
strade: tutto fu spazzato via, travolto e distrutto in pochi
istanti.
Quando sul posto arrivarono i primi
soccorritori si presentò loro una visione dantesca: dove prima
sorgeva Darfino, una delle frazioni più operose del comune di
Darfo con le sue case e industrie, c'era solo una grande massa
desolata di fango da cui emergevano carcasse di animali, corpi di
centinaia di uomini, donne e bambini, completamente nudi, svestiti
dalla forza d'urto dello spostamento d'aria, muri pericolanti e
dopo il grande assordante boato un totale e innaturale silenzio.
Le vittime, come detto, furono più di 350 e parecchi corpi vennero
recuperati solo dopo molti giorni, stretti e abbracciati dalla
mortale morsa uniforme della mota solidificata. Sul posto della
tragedia si recarono le massime autorità militari e civili e anche
il re Vittorio Emanuele III giunse in Valle Camonica (prima e
unica volta di un sovrano di casa Savoia) a portare la sua
solidarietà alle comunità colpite. Le cronache che raccontarono di
quella tragedia oltre al lungo elenco delle vittime riportarono un
episodio che fece il giro di tutte le redazioni dei giornali:
alcuni militari che erano stati comandati al recupero dei corpi
delle vittime e che avevano ridisceso per alcuni chilometri il
corso dell'Oglio, fino al lago d'Iseo, in località Ponte Barcotto,
nei pressi di Costa Volpino, presso la foce del fiume, trovarono
un bimbo che era adagiato in una culla di legno che galleggiava
sulle acque limacciose. I militari trassero in salvo l'infante e
lo soprannominarono: "Mosè" (che, come tutti sanno, vuol dire
"salvato dalle acque") e con questo nome venne conosciuto in tutta
Italia.
In quel triste fine anno, tutta la Valle
Camonica, si strinse attorno ai sopravvissuti e alle famiglie
delle vittime e per qualche giorno l'odio politico rimase come
sospeso ma, passato il momento di grande emozione, resi forti
dell'impotenza delle forze dell'ordine i fascisti divenuti, anche
a livello nazionale, protagonisti principali della vita politica,
con la violenza e le minacce fecero in modo che le varie
amministrazioni comunali decadessero e che gli avversari politici
venissero emarginati dalla società. Anche nei più piccoli centri e
paesi vennero istituite capillarmente le sedi del fascio e molti
giovani vennero sinceramente attratti (e fortemente condizionati)
da una propaganda che esaltava la figura e i meriti del Duce del
fascismo: Benito Mussolini. I fatti di violenza divennero
quotidiani e il 1924 fu anche anno in cui, dopo il rapimento e
l'assassinio a Roma del deputato socialista
Giacomo Matteotti,
Mussolini, pur in profonda crisi istituzionale riuscì a rendere
addirittura più solido e stabile il suo potere non trovando
nessuna opposizione politica decisa, preparata e capace di
sfruttare a proprio favore la situazione delicata e pesante che si
era venuta a creare.
Sempre nello stesso anno (1924) a Pellalepre
di Darfo, tre tranquilli cittadini, rei solo di non aver salutato
convenientemente alcuni fascisti, furono furiosamente bastonati e
dovettero essere condotti in ospedale per essere medicati da
profonde ferite. A Niardo e, qualche giorno dopo, a Breno, delle
squadre organizzate di fascisti, per dimostrare la loro forza e la
loro impunità giunsero a far inginocchiare e a prostrarsi per
terra, sulla pubblica via e di fronte a loro, alcuni cittadini che
transitavano in quel momento... chi osava reagire era costretto a
subire grossolane offese personali e penosi e pesanti
maltrattamenti. A Gianico avvenne un altro fatto gravissimo:
scoppiata una lite per motivi politici questa si trasformò in una
mischia selvaggia in cui due lavoratori vennero uccisi e altri
feriti gravemente.
Nell'agosto (del 1924) al passo del Tonale venne inaugurato il
grande Ossario in ricordo dei caduti di tutti gli eserciti, nella
"Grande Guerra Bianca" che si era combattuta sulle montagne camune
che immobili dominavano (e dominano tuttora) quegli antichi campi
di battaglia. Era stata organizzata una solenne cerimonia che
portò molta gente e moltissimi ex combattenti a ritrovarsi in quei
luoghi dove un'intera generazione di giovani, pochi anni prima,
aveva perso al vita. Ma un fatto negativo turbò in parte quella
solenne commemorazione poiché alla cerimonia ufficiale alcune
squadre di fascisti provenienti dalla federazione di Brescia
impedirono al pubblico di avvicinarsi al luogo dove si svolgeva la
funzione e, usando le maniere forti fecero in modo che due noti
sacerdoti: don Stefano Regazzoli e don Girolamo Lanzetti non
potessero essere presenti tra il foltissimo gruppo delle autorità:
i due vicari furono entrambi allontanati con l'accusa che la loro
presenza poteva provocare disordini. Le aggressioni e i pestaggi
erano divenuti sempre più frequenti e molte volte gli squadristi
agivano anche solo su generiche (o circostanziate) delazioni
(sempre numerose) e venivano organizzate "azioni punitive" al solo
scopo intimidatorio per dimostrare forza o disprezzo per chi non
apparteneva al partito fascista o non dimostrava fervore verso il
regime e il suo dittatore. Nel 1925 il Duce del fascismo, in
pratica senza nessuna opposizione, avviò una decisa azione
personale di stampo autoritario: assumendo in se anche la carica
di capo del governo e così si iniziò a promuovere quel "culto
della personalità del capo" che lo seguì per i vent'anni
successivi.
Nei mesi di novembre e dicembre, fece
approvare direttamente dal "suo" governo e non dal Parlamento, una
lunga serie di leggi repressive di numerose libertà individuali e
collettive che vennero rafforzate, l'anno dopo, (novembre 1926)
dalle leggi dette "fascistissime" con cui vennero dichiarati
decaduti tutti i parlamentari che polemicamente si erano radunati
inutilmente sull'Aventino in segno di protesta, furono sciolti
tutti i partiti (non fascisti), vennero abolite le libertà di
riunione e di sciopero, fu reintrodotta la pena di morte, venne
creato il Tribunale Speciale per la difesa dello stato e fu
organizzata, su esempio di quella tristemente nota dell'Unione
Sovietica, un corpo speciale di polizia politica: l'OVRA. A Parigi
alcuni fuoriusciti contrari e dichiaratamente ostili al regime di
Mussolini, in quell'anno, diedero vita alla "Concentrazione
Antifascista" che comunque inizialmente non ebbe molto seguito se
non tra alcuni intellettuali ed ex politici di sinistra e del
mondo liberale. Avendo in pratica pieni poteri Mussolini mise mano
a molti e radicali cambiamenti nella struttura dello stato: una
delle leggi più significative (oltre alle già citate) fu quella
che stabiliva che i sindaci non dovevano più essere eletti
direttamente e democraticamente dai cittadini ma dovevano essere
sostituiti, nelle loro funzioni amministrative e rappresentative,
dai "Podestà" che venivano nominati tra i fascisti di provata
fedeltà al regime. Il fascismo, pur lasciando formalmente in
vigore lo statuto albertino del 1848, lo svuotò in pratica di ogni
significato privando il Parlamento di ogni funzione: il capo del
governo (che da allora sempre più spesso fu definito anche nei
documenti ufficiali e ministeriali "Duce del Fascismo") rispondeva
"formalmente" del suo operato solo al re e il potere legislativo
(come già accennato) fu, di norma, esercitato direttamente dal
governo. Questa nuova forma di struttura dello "Stato Fascista" fu
definitivamente approvata con una legge specifica la vigilia di
Natale: il 24 dicembre 1925.
Al di fuori di semplicistiche considerazioni
di carattere politico e di parte, che purtroppo sono sempre
presenti e pericolose (anche oggigiorno e che lo saranno ancora
molto a lungo nella memoria degli italiani), e malgrado le
strumentalizzazioni e la demagogia di basso profilo, sempre cieche
e stupide e sempre in agguato, va ricordato che la società civile
italiana fu controllata in ogni sua manifestazione e le forme di
opposizione drasticamente e violentemente represse. Ma è
altrettanto doveroso anche sottolineare che con passare del tempo
e il consolidamento del regime crebbero, in vasti strati della
popolazione, anche i giudizi positivi per Mussolini e per il suo
operato. Questo ampiamente diffuso e molte volte sincero consenso
fu dovuto anche (e specialmente) ad un amplissimo, moderno ed
efficace apparato di propaganda che, usando, in modo anche
spregiudicato, ogni mezzo di comunicazione, esaltava i pregi del
fascismo e ne nascondeva le pecche. L'11 febbraio 1929 fu una data
estremamente importante per il regime: vi furono solenni
festeggiamenti per la firma, con il Vaticano, dei Patti
Lateranensi e molti cattolici, anche in Valle Camonica, fino ad
allora restii a dichiararsi politicamente, da quel momento,
entrarono nelle file dei militanti o simpatizzanti fascisti.
L'ideologia fascista, che ebbe anche grandi estimatori
all'estero, si consolidò in senso nazionalista, corporativista, ma
anche ruralista (con una rivalutazione dei valori legati alla
terra e alla campagna) e familista con i piani di espansione
demografica, facendo presa specialmente sui giovani che venivano
inquadrati in precoci organizzazioni para-militari: dai "Figli
della Lupa" ai "Balilla" "Giovani avanguardisti", alle "Piccole e
giovani donne italiane", alle "massaie rurali" ecc. Vi fu
l'esaltazione, in molti casi sincera e convinta, della novità
dell'uomo fascista e della sua sintesi vitale attivista e volitiva
con cui furono travisati i valori tradizionali della società
borghese che veniva disprezzata e ridicolizzata.
L'atteggiamento ostile delle grandi potenze democratiche in
occasione della campagna di conquista e di invasione dell'Etiopia
da parte delle truppe italiane e la successiva proclamazione
dell'Impero, con le sanzioni economiche votate dalla Società delle
Nazioni, fece si che Mussolini si orientò (forse anche a
malincuore) verso la Germania nazional-socialista (nazista) di
Hitler, che fino a quel momento era stata osservata, dal Duce,
solo con una certa sufficienza. Nell'ottobre del 1936 venne
firmato l'Asse Roma-Berlino e l'unione politica tra Italia e
Germania crebbe e si consolidò con l'intervento (formalmente)
coordinato italo germanico nella guerra civile spagnola che
insanguinò la penisola iberica dal 1936 al 1939. Questa unione
militare e politica, rafforzata nei comuni concetti di
espansionismo e di conquista dello "spazio vitale", portò il
regime fascista ad adottare (o "dover" adottare per compiacere a
Hitler) una politica razzista e una legislazione antisemita di
stampo nazista (1938) e a farsi poi attirare completamente nel
vortice infausto della seconda guerra mondiale.
Era un caldo pomeriggio di quasi estate anche
in Valle Camonica quello del fatidico 10 giugno 1940: tanta gente
si era riversata nelle piazze dei nostri paesi e dagli
altoparlanti e dalle radio tutti appresero che l'Italia era
entrata in guerra contro la Francia e l'Inghilterra. Ben
coordinate dalla propaganda del regime, anche a livello locale, vi
furono gesta di esaltazione parossistica per l'iniziativa di
Mussolini, ma vennero segnalate anche (poche e isolate)
contestazioni che furono però subito messe a silenzio, con
esplicite minacce di disfattismo, da parte dei dirigenti locali
del fascio. Le cause che avevano spinto l'Italia ad entrare in
guerra, per molti camuni e per moltissimi italiani, erano
totalmente sconosciute o addirittura mal o non capite: la
propaganda fascista parlava di azione punitiva nei confronti delle
debosciate e vecchie democrazie che volevano limitare
l'espansionismo delle giovani nazioni fasciste e naziste, si
sottolineava anche il ferreo patto di alleanza con la Germania,
che con le sue potenti armate aveva già travolto la Polonia e
stava dilagando nel nord della Francia. Molto demagogicamente, la
propaganda fascista insisteva sul fatto che Mussolini era stato
"obbligato moralmente" a buttarsi nel vortice della guerra per il
prestigio del popolo, del regime e dell'intera nazione che era
stata provocata ecc ecc.
Molti giovani camuni erano già in divisa e molti altri vennero
richiamati al servizio militare e tantissimi cominciarono a
partire per i vari fronti: tanti, troppi di loro non fecero più
ritorno vivi nella nostra terra. Molti, anche solo con miseri
resti mortali chiusi in piccole bare avvolte nel tricolore, non
ritorneranno mai più: di questi rimane solo il profondo ricordo in
sbiadite fotografie, che li ritraggono fieri in divisa, o in nomi
incisi su qualche lapide: furono (sono) gli innumerevoli dispersi
sugli spogli monti dell'Albania, nelle aride terre del deserto
africano o nelle fredde tundre della Russia. Il 22 giugno 1941,
secondo anno di guerra e dopo la rapida e fulminea conquista dei
Paesi Bassi, Belgio, Svezia, della Francia, della Jugoslavia e
della Grecia e gli accordi politici con Ungheria e Romania, fu
lanciato, da Hitler, con l'Operazione Barbarossa, l'attacco alla
sterminata Unione Sovietica. Vale la pena di aprire una
significativa parentesi cronologica su quella che fu per l'Italia
(e per la nostra Valle Camonica) la più tragica vicenda della
guerra: la campagna di Russia, in quanto la campagna d'Africa, pur
essendo contemporanea e addirittura anteriore non fu altrettanto
tragica e terribile (sempre se diverse fasi di una guerra possono
definirsi meno terribili di altre !).
Di questa fase importantissima e determinante
dell'intera seconda guerra mondiale ne parlo abbastanza
dettagliatamente, anche in questa storia della nostra Valle,
poiché furono tantissimi i Camuni che parteciparono alla
spedizione italiana e purtroppo molti, troppi non fecero più
ritorno nella nostra terra. Era il 26 giugno 1941 quando Mussolini,
a Verona, passò in rassegna la divisione "Torino", la prima del
Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR). Il grande attacco
tedesco era iniziato da appena quattro giorni e Mussolini ne era
già stato informato (contrariamente a quello che si dirà poi) e
subito aveva dato direttive (visto l'andamento favorevole
dell'intera guerra, su tutti i fronti) per organizzare la
spedizione di un corpo d'armata su quel fronte lontanissimo. Le
forze del CSIR comprendevano, oltre alla "Torino", "divisione
motorizzata" di fanteria, ma in realtà ben poco motorizzata,
l'altra divisione di fanteria "Pasubio", un pò più equipaggiata di
mezzi di trasporto, e la "3° Celere", l'unica a essere in realtà
una grande unità adatta alla guerra moderna. Il Corpo di
spedizione, il cui comando venne assunto il 17 luglio dal generale
Giovanni Messe (che, nonostante i rovesci militari, molti storici
riterranno essere uno dei migliori comandanti d'armata italiani),
arrivò, dopo ben 25 giorni di viaggio, al suo punto di raccolta in
Romania, con più di un mese di ritardo. I lunghi giorni, persi
nella estenuante trasferta sulle lentissime tradotte, portarono,
al momento dell'arrivo, ad una situazione imbarazzante: le nostre
truppe si trovavano a notevole distanza da quel fronte a cui erano
destinate.
Infatti, con la solita veemenza che aveva dato ottimi risultati
in Francia, con attacchi ben coordinati e splendidamente diretti,
già il 19 luglio i Tedeschi avevano forzato le linee russe sul
fiume Dnestr ed erano avanzati fino ad Uman, a nord-ovest di
Odessa, che venne occupata il 9 agosto: le divisioni del CSIR
vennero così a trovarsi a più di 400 km di distanza dalla loro
destinazione sul quel fronte che avanzava ben più celermente delle
loro tradotte. La prima linea di contatto con il nemico continuava
a spostarsi sempre più velocemente verso est e sud-est e solo la
"Celere" a la "Pasubio" riuscirono a raggiungere, in tempi
accettabili, la nuova linea d'attacco a cui erano state comandate.
La "Pasubio", il 10-11 agosto, ebbe anche il suo battesimo del
fuoco, prendendo parte a scontri con le retroguardie dei Sovietici
che erano in rapida ritirata oltre il Dnepr.
Il CSIR al completo entrò effettivamente in
azione solo verso la metà di settembre, sulla linea del Dnepr, che
i Tedeschi avevano già raggiunto all'inizio del mese costituendo,
sullo slancio della loro travolgente avanzata, anche alcune teste
di ponte fortificate oltre il grande fiume. Muovendo da quella di
Dnepropetrovsk, negli ultimi giorni di quel tiepido settembre il
Corpo di Spedizione Italiano in Russia, affiancato dal XIV corpo
corazzato tedesco, affrontò la prima azione di una certa rilevanza
tattica occupando la città di Petrikovka, poco a est del Dnepr. Fu
un buon successo militare e strategico: gli Italiani fecero 10.000
prigionieri e si impadronirono di molte armi e materiali, subendo
la perdita, relativamente piccola, di 300 uomini fra morti e
feriti. Dopo questa brillante operazione il corpo di spedizione
italiano si trovò però nuovamente alle prese con il solito
problema della scarsa mobilità, che affliggeva in modo particolare
la divisione "Torino". Infatti i Sovietici, perse Poltava e Kiev,
effettuarono una vasta ritirata per guadagnare tempo, e i
Tedeschi, incuranti che i loro alleati potessero sostenere la
stessa velocità di marcia, si lanciarono al loro inseguimento.
Gli Italiani, in buona parte appiedati
restarono molto indietro e sempre più lontani dal fronte di
attacco che continuava a spostarsi sempre più ad est e sempre più
velocemente. Tutte e tre le divisioni italiane, con gravi disagi e
notevoli sacrifici, riuscirono tuttavia a partecipare alla nuova
fase operativa, raggiungendo il 10 ottobre Pavlograd, 100 km a est
del Dnepr. Subito dopo l'intero Corpo d'Armata ricevette l'ordine
di prendere parte, con gli alleati Tedeschi, alla battaglia per
Stalino (poi chiamata Doneck). La divisione "Torino" non riuscì
però a giungere in tempo: non si poteva infatti pretendere che i
nostri soldati marciassero alla stessa velocità delle divisioni
motorizzate e corazzate tedesche, per più di 200 km e per giunta
in condizioni meteorologiche che già in quei giorni erano mutate
(dopo un'estate calda e polverosa) e preannunciavano il
rigidissimo inverno russo. Gli Italiani vennero schierati su una
lunga linea che andava da Gorlodka a Kirovo, a nord di Stalino, ma
i loro rifornimenti, e in parte le artiglierie, erano ancora ben
lontani alle loro spalle, disseminati, anche disordinatamente, per
una profondità di 300 km nelle retrovie e nei punti di
smistamento. Comunque in breve tempo, le nostre truppe,
presidiando il loro settore del fronte, in mancanza di meglio,
come accantonamenti si videro obbligati e scegliere le isbe dei
villaggi. Dalla popolazione locale, gli italiani, erano
generalmente accolti (o sopportati) decisamente meglio dei loro
camerati germanici, troppe volte gratuitamente violenti e
prepotenti. Il problema fondamentale restava quello di fortificare
anche solo sommariamente i vari villaggi occupati, prima di
insediarvisi, e questo doveva esser fatto, data la natura del
terreno della steppa ucraina e l'evolversi continuo e instabile
del fronte, sotto la minaccia persistente del fuoco nemico. A
novembre, un violento contrattacco sovietico (a ragione i Russi
confidavano nel "Generale Inverno") chiuse temporaneamente in una
sacca un reggimento di fanteria italiana che, dopo aspri
combattimenti riuscì a fatica a liberarsi dall'accerchiamento.
Intanto, su quelle piatte pianure sferzate dal gelido e tagliente
vento del nord, la temperatura era scesa vertiginosamente: in
media oscillava tra i 28° e i 35° sotto zero, con punte (tutt'altro
che rare) anche di meno 50°.
Dopo il contrattacco russo di fine novembre,
il comando italiano, nella prima metà di dicembre, si assicurò una
buona linea difensiva. Per compiere questa stabilizzazione
(invernale) del fronte dovette essere impegnato tutto il CSIR, in
particolare la divisione "Torino" che, appoggiata dalla 111a
divisione tedesca, per giorni fu duramente impegnata in una
battaglia che costò alle forze italiane ben 2.000 fra morti,
feriti e (specialmente) congelati. A questo punto, il generale
Messe informò il comando tedesco che il CSIR non poteva, come gli
si chiedeva, avanzare ulteriormente verso est e tentare di
sfondare le linee russe che si erano fortificate su un lungo
fronte ben organizzato e fortemente difeso da carri, artiglieria e
truppe fresche. D'altronde, il Corpo Italiano doveva combattere in
condizioni di grave e documentabile inferiorità, sia nei confronti
dei nemici sovietici sia dei (ben attrezzati) camerati tedeschi (e
questo doveva valere per tutta la disastrosa campagna di Russia).
I ritardi e le difficoltà nei collegamenti con i centri di
sussistenza fecero in modo che gli scarponi adatti al rigido clima
e al terreno fangoso o gelato, che pure erano stivati in gran
quantità nei magazzini divisionali, non vennero distribuiti. I
casi di congelamento ai piedi furono tra le cause maggiori di
inabilità al combattimento per molti soldati italiani che
dovettero essere ricoverati o ritirati dal fronte. Anche i mezzi
meccanici subirono le rigidissime temperature e scarseggiando o
essendo del tutto assente il liquido anticongelante gli autocarri
si bloccavano con i radiatori fuori uso e i pochi carri medi
utilizzabili, così come i cannoncini controcarro da 37 poco o
nulla potevano contro gli enormi T34/85 da 31,5 tonnellate
sovietici, armati di un potente e veloce cannone da 85mm, oltre
alle mitragliere, con una corazzatura spessa fino a 75mm e
specialmente dotati di larghi cingoli con i quali potevano
affrontare qualsiasi tipo di terreno senza impantanarsi o
scivolare sulla neve ghiacciata. Una magra consolazione per i
nostri soldati derivava dal fatto che quasi nella stessa difficile
e aleatoria situazione di precarietà si trovavano anche molti
mezzi (terrestri e aerei) degli organizzatissimi alleati Tedeschi
che avevano (erroneamente) programmato la sconfitta dei russi
prima dell'arrivo della stagione invernale e non avevano avuto
modo di rifornire le proprie truppe di tutto il materiale
necessario a trascorrere un inverno russo all'attacco e non
rintanati e immobilizzati, in cerca di protezione dal freddo e
dalla neve, su un fronte così sterminato.
Il giorno di Natale del 1941 un corpo d'armata
sovietica formato da 3 divisioni di fanteria e da 3 di cavalleria,
attaccò di sorpresa il settore tenuto dagli Italiani. La divisione
più pesantemente e pericolosamente impegnata fu la "Celere". Dopo
aver respinto il massiccio attacco dei russi, gli Italiani, che
avevano dovuto cedere alcuni villaggi fortificati, passarono
addirittura al contrattacco mettendo in opera una campagna che
iniziò il giorno dopo Natale e si protrasse fino all'ultimo giorno
dell'anno, ristabilendo e addirittura migliorando la situazione
precedente. I Sovietici, in questa azione, persero 2000 morti e
1200 prigionieri. Pesante purtroppo anche il bilancio per gli
italiani: i morti e i feriti furono 1500, in maggioranza fra i
reparti della "Celere". Probabilmente in seguito a una richiesta
avanzata da Hitler all'inizio del 1942, in previsione di una nuova
massiccia fase offensiva generale che l'alto comando tedesco aveva
programmato, tra gennaio e luglio il CSIR venne integrato con
l'invio di cospicui rinforzi. Nacque così, ufficialmente il 9
luglio, l'VIII armata chiamata anche Armata Italiana in Russia
(ARMIR) che ormai era composta da ben 10 divisioni e 230 000
uomini. Il vecchio CSIR venne trasformato nel XXXV corpo d'armata
a cui venne aggiunto il II corpo d'armata, che a sua volta era
formato dalle divisioni "Ravenna", "Sforzesca" e "Cosseria". Le
"nuove" truppe italiane arrivarono a Stalino ai primi di luglio e
il corpo d'armata alpino, con le leggendarie divisioni
"Tridentina", "Julia" e "Cuneense", giunse sul fronte tra la fine
luglio e la prima metà di agosto. Tra questi alpini moltissimi
erano i camuni. Intanto la I e la XVII armata tedesca erano già
avanzate profondamente in territorio sovietico verso Rostov, e la
VI puntava velocemente e senza incontrare molta resistenza, sulla
fatale Stalingrado. Completava la grande armata italiana una
divisione autonoma, la "Vicenza". Le manchevolezze erano comunque
le solite: discrete le armi portatili, insufficienti e antiquate
le artiglierie, specie i cannoni controcarro, del tutto inadeguati
i carri armati, troppo leggeri, scarsi di numero e per giunta,
colmo dell'ironia, essendo in origine destinati al fronte africano
e dunque mimetizzati con colorazioni "sabbia" per il deserto,
erano perfettamente visibili, anche a grande distanza, sia sulla
neve sia contro il verde della vegetazione. La nuova VIII armata
italiana venne impegnata per la conquista del bacino minerario di
Krasnaja Poljana, e la divisione "Celere" da metà luglio a metà
agosto combatté, con ottimi risultati, a fianco dei Tedeschi, per
ridurre la testa di ponte che i sovietici erano riusciti a
stabilizzare a Serafimovic, a nord-ovest di Stalingrado, su cui
seguitava a premere, in forze, la VI armata tedesca.
Le unità italiane vennero schierate lungo il
corso del Don, e su di esse si abbatté, il 20 agosto, una veemente
controffensiva nemica, che riuscì ad aprire una breccia nello
schieramento della "Sforzesca". A contrastare il passo alle truppe
nemiche in quel settore vi erano due reggimenti di cavalleria, il
"Savoia" e il "Novara", il primo dei quali fu protagonista, il 24
agosto, di quella che resterà l'ultima carica nella storia
militare italiana: 500 cavalleggeri, completamente circondati dal
nemico, andarono all'assalto dei giganteschi carri armati e delle
numerose mitragliatrici con i soli moschetti e le sciabole: la
sorpresa tra il nemico per l'ardire di questa azione, fu tale che
i "Savoiardi" riuscirono a sbaragliare ben 2.000 Sovietici che
erano ben protetti da due forti linee trincerate.
Questa azione fu citata con enfasi sui bollettini di guerra sia
italiani che tedeschi. I camerati teutonici erano rimasti
particolarmente colpiti dal coraggio dimostrato dagli italiani e
manifestarono la loro ammirazione con lunghi articoli sulla
stampa, nei bollettini radio e nei cinegiornali che vennero
ripresi e ulteriormente propagandati da quelli del regime
fascista. Le unità dell'ARMIR, dispiegate su un fronte che tutti
consideravano (e sapevano) troppo esteso, lungo gran parte del
Don, avrebbero dovuto ricevere l'aiuto di 3 divisioni tedesche
autotrasportate ed essere protette da una possente divisione
corazzata pure tedesca, che avrebbe dovuto spostarsi velocemente e
accorrere nei punti più delicati della linea difensiva, come era
stato previsto dai piani elaborati dagli stati maggiori riuniti
italo-tedeschi. In realtà, in linea arrivò solo una delle
divisioni tedesche promesse, e venne schierata nel punto più
"ristretto", al centro del fronte tenuto dagli italiani, fra la "Pasubio"
e la "Ravenna". La linea da presidiare era dunque lunghissima:
l'ala sinistra era difesa dal corpo d'armata alpino (in cui
moltissimi camuni vestivano la divisa e portavano il celebre
cappello con la penna), la destra era "coperta" dalla "Celere" e
dalla "Sforzesca". Gli Italiani (gli ungheresi, i rumeni e pochi
tedeschi) dovevano montare la guardia al placido Don, in
buche-rifugio, secondo una disposizione "a riccio", con capisaldi
necessariamente distanziati l'uno dall'altro, lasciando, per forza
di cose, varchi nei quali, di notte, si potevano infiltrare le
pattuglie sovietiche. E' su questo schieramento troppo rado e
fragile che l'11 dicembre (1942) venne sferrata un'altra possente
offensiva.
Approfittando del fatto che il Don fosse
gelato e la crosta di ghiaccio avesse raggiunto un notevole
spessore e sopportasse dunque grandi pesi, due armate sovietiche
con 500 carri medi e pesanti e 2500 cannoni mobili si spinsero
verso le linee dei nostri soldati. Dopo cinque giorni di strenua
resistenza, quando la "Ravenna" e la "Cosseria" erano rimaste
senza munizioni, l'attacco sovietico, incrementato da incessanti
bombardamenti terrestri e aerei, travolse prima la "Ravenna" e la
"Cosseria", poi la "Pasubio" e la "Celere", che venne praticamente
sterminata insieme con la divisione tedesca. Incominciò una
terribile e disordinata fuga, che vedeva Italiani, Tedeschi,
Rumeni e Ungheresi trascinarsi confusamente, sotto il fuoco nemico
e in tremende condizioni climatiche, verso una remota,
lontanissima salvezza che distava centinaia di Km di gelata tundra
percorsa dai carri nemici e battuta dagli aerei russi. In linea
restò, completamente solo e isolato, il corpo d'armata alpino
(quanti bresciani, bergamaschi, piemontesi, veneti !), affiancato
da due battaglioni tedeschi, che si batté eroicamente
(ammetteranno i Russi: "Gli unici soldati italiani che non abbiamo
vinto sono stati gli alpini") fino al 17 gennaio, quando già ormai
da tre giorni i Sovietici si trovavano a 80 km alle sue spalle.
Due giorni dopo iniziò la ritirata dei 60.000 alpini superstiti,
che nella loro "marcia della morte" dovettero più volte aprirsi la
strada combattendo contro le preponderanti forze nemiche.
L'episodio più eroico, importante ed esaltante
di tutta la ritirata, fu certamente la battaglia di Nikolajewka,
combattuta strenuamente il 27 gennaio 1943 (4 giorni prima della
capitolazione tedesca a Stalingrado). Nel freddo polare, una
colonna di alpini, quasi completamente disarmati riuscì a sfondare
un massiccio schieramento di carri pesanti e artiglierie
sovietici, creando una profonda breccia che consentì a buona parte
di quanto restava dell'VIII armata di raggiungere la salvezza.
Dopo un calvario lungo 350 km, la "ritirata di Russia", per i
nostri alpini, terminò il 30 gennaio con lo sganciamento dalle
truppe nemiche e una momentanea stabilizzazione del fronte. Tra
incredibili difficoltà e enormi sacrifici, nella grande ritirata
di quel terribile inverno russo, la "Julia" perse 12.350 uomini,
la "Tridentina" 11.800, la "Cuneense" quasi 20.000. Le perdite
nell'intero corpo di spedizione italiano furono anche molte altre
e forse non saranno mai esattamente precisate. Migliaia di soldati
di altre unità persero la vita a causa degli attacchi nemici o del
freddo e degli stenti: mai l'esercito italiano soffrì in così
pochi giorni una simile ecatombe di uomini e mezzi. Dei 230.000
uomini che componevano l'ARMIR tornarono a calcare il suolo della
patria meno della metà. Molti, moltissimi rimasero minati
profondamente nel fisico per le ferite e per i numerosi casi di
congelamento che portarono anche a gravi amputazioni e pesanti
traumi. L'ultima tradotta, con tanti alpini camuni, partita dalle
lontane terre dello sterminato est sovietico, arrivò in Italia
solo verso la metà di maggio, a distanza di neanche due mesi dallo
sbarco alleato in Sicilia e dalla caduta di Mussolini. Le vicende
di quei tristi lunghissimi e freddissimi giorni sono state
ricordate da innumerevoli racconti che hanno sempre sottolineato
la forza d'animo degli alpini e le indicibili sofferenze che
questi ebbero a sopportare per potersi ritirare, abbandonati da
tutti e circondati da forze nemiche enormemente più possenti e
meglio equipaggiate, e fare ritorno in patria. Molti Camuni furono
protagonisti di quelle tragiche vicende e in molti morirono di
fame, di cancrena da congelamento e di ferite, di dissenteria, di
assideramento. Molti furono anche quelli che, per aprire una via
di fuga ai camerati si buttarono all'assalto delle truppe russe e
sacrificarono la loro vita per poter permettere agli altri di
passare. Furono tanti gli atti di eroismo che non verranno mai
ricordati ma che resteranno per sempre sepolti sotto una
silenziosa e uguale per tutti, amici e nemici, coltre di neve
bianca macchiata da tanto sangue. Tanti episodi, piccoli e grandi,
ma sempre di indicibile sofferenza, ci sono stati raccontati
impressi nella memoria di quelli che sono tornati e che, per
nostra fortuna, non hanno permesso, con la loro testimonianza, che
tutto venisse dimenticato. Intanto, a migliaia di chilometri di
distanza, nel torrido mese di luglio nella caldissima Sicilia, gli
alleati, come già detto, erano sbarcati sul territorio nazionale
e, con questa azione militare, portarono indirettamente alla
caduta del regime fascista.
Il 25 luglio, a poche ore di distanza dalla
riunione del Gran Consiglio che aveva messo in minoranza Mussolini,
vi fu, su ordine del re Vittorio Emanuele III, l'arresto del Duce
e sempre su ordine del re il giorno dopo (26 luglio) vennero
sciolte tutte le organizzazioni fasciste ponendo ufficialmente
termine a un ventennio di dittatura. Gli italiani alla lettura del
confuso e vago proclama del Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio
(che il re aveva nominato nuovo capo del governo) sulle dimissioni
di Mussolini e la sua nomina a capo del governo, trasmesso in
continuazione alla radio, pensarono che la guerra fosse finita e
vi furono scene di giubilo in tutte le piazze e in ogni paese e
ovunque vennero abbattuti i simboli mussoliniani e fascisti.
Ma la guerra, invece, non era finita e solo
l'8 novembre, dopo un troppo lungo periodo di incertezze,
insicurezze, ordini e contrordini che portarono allo sfascio
l'esercito italiano e l'intera nazione, venne sottoscritto, a
Cassibile, l'armistizio senza condizioni, con gli Alleati che già
occupavano buona parte del sud Italia. I tedeschi, che
praticamente erano presenti già con numerose divisioni nella
nostra penisola, approfittando della confusione generale e del
totale abbandono in cui le forze armate italiane erano state
lasciate dopo la caduta di Mussolini e del suo governo, inviarono
altri contingenti di truppe corazzate che, quasi senza incontrare
resistenza, presero il totale controllo del territorio nazionale.
Nel breve volgere di pochi giorni da camerati i tedeschi divennero
i nemici a cui, secondo gli appelli del nuovo governo e dei nuovi
alleati, si doveva opporre resistenza. In quel frenetico e caotico
breve periodo molti reparti dell'esercito italiano si sciolsero
spontaneamente e molti giovani militari, buttando la divisa,
cercarono disperatamente, con ogni mezzo, di tornare verso le
proprie case e i propri paesi. Tanti soldati che non avevano
abbandonato il proprio reparto vennero, dai tedeschi, sorpresi
nelle caserme o rastrellati nelle città o campagne, disarmati e
rinchiusi su tradotte o treni che avevano per destinazione i campi
di lavoro o di concentramento la Germania. Questi, forzosamente
deportati, in pochi giorni, furono in totale più di seicentomila,
tra soldati, sottufficiali e ufficiali. Contemporaneamente quelli
che erano riusciti a scappare agli arresti e ai fermi andarono ad
ingrossare le già consistenti file degli sbandati e di quelli che
si erano dati alla macchia per sfuggire alla coscrizione o al
lavoro obbligatorio. Nessuno sapeva come comportarsi e la
confusione era totale: anche la Valle Camonica, solo tre giorni
dopo la firma dell'armistizio, venne occupata militarmente dalle
truppe tedesche e divenne a tutti gli effetti terra sotto la
giurisdizione germanica. I comandi territoriali tedeschi emisero
subito delle direttive e delle ordinanze in cui veniva ricordato
che "ogni cittadino è responsabile della sicurezza della casa, del
villaggio e delle cose utili alla comunità, in ogni Comune tutti
gli uomini validi dai 18 ai 50 anni sono obbligati a prestare
servizio di vigilanza agli obiettivi di importanza militare e
civile ...".
I giovani e gli uomini adatti al lavoro o alle
armi erano però praticamente spariti dalla circolazione, anche
perché vi era un ordine del comando supremo dello stato maggiore
tedesco che ordinava a tutti coloro che erano ritenuti abili o che
stavano prestando il sevizio militare, di presentarsi presso il
più vicino ufficio di leva per ricevere ordini ed essere poi
inquadrati in nuovi reparti che i tedeschi avevano intenzione di
organizzare in Germania e di inviare sui vari fronti (meno quello
italiano). Visto lo scarso entusiasmo che aveva suscitato, tra la
popolazione, l'occupazione dei camerati tedeschi e, tra i
coscritti, la scarsa risposta alle precedenti ordinanze, ma
specialmente la protezione che la gente offriva spontaneamente ai
militari alleati che si trovavano sul territorio occupato dai
nazisti, le minacce divennero ben più consistenti e in un altro
manifesto venne stabilito che: "Chiunque presti aiuto in qualsiasi
modo a prigionieri di guerra evasi dai campi di concentramento o
dai luoghi di pena ove sono custoditi, e chiunque presti aiuto o
conceda ospitalità ad appartenenti alle forze armate nemiche allo
scopo di facilitare la fuga o di occultarne la presenza, è punito
con la pena di morte."
Il 12 novembre 1943 Mussolini fu liberato
dalla sua prigione posta sul Gran Sasso con un audace, rapidissimo
e incruento colpo di mano da parte di una squadra di paracadutisti
tedeschi.
L'episodio, clamoroso specie per le conseguenze politiche che
produrrà, fu sbandierato ed esaltato dalla propaganda nazista ed
ebbe vastissima eco: lo stesso giorno, appena giunto in aereo a
Monaco di Baviera, accolto da Hitler, il Duce annunciò
immediatamente (spinto e obbligato dall'ingombrante alleato) la
ricostituzione del partito fascista e il proseguimento della
guerra a fianco dei nazisti. Il 23 (novembre 1943) Mussolini,
ormai completamente in balia dei nazisti, dette vita alla
Repubblica Sociale Italiana e, dopo che gli fu negata come
capitale Milano, fu obbligato a stabilire la sede di tutti i suoi
ministeri in vari paesi sparsi sulle rive del lago di Garda, da
qui il nome di "Repubblica di Salò" e il soprannome dato ai
fascisti aderenti a questa istituzione: "Repubblichini".
Furono tanti i giovani e le giovani che,
avendo assorbito la propaganda fascista durante gli ultimi vent'anni,
e credendo nei valori che questa aveva loro inculcato, si
"sentirono moralmente obbligati" a difendere il Duce e il suo
regime e fecero coscientemente la scelta di vestire le nuove nere
divise delle forze armate fasciste.
Molti altri giovani e numerosi ex-militari che
non vollero aderire (per scelta politica) alla RSI di Mussolini si
videro costretti, per non subire pene pesantissime (anche la
morte), a darsi alla macchia e andarono ad ingrossare le file dei
"ribelli" che stavano già agendo clandestinamente, come squadre
armate e operative, dall'indomani della caduta del fascismo. Alla
dissoluzione del regime fascista si era intanto costituito il
Comitato di Liberazione Nazionale (CNL) con i principali partiti
antifascisti che tornavano alla luce dopo un ventennio: PCI, DC,
Partito d'Azione, PSIUP,PLI e Democrazia del Lavoro. Anche in
Valle Camonica alcuni giovani e militari camuni fuggiti dai
reparti o che erano riusciti a tornare a casa erano tenuti
nascosti dalla popolazione malgrado la pericolosità di tale
azione. Visti però i continui controlli, rastrellamenti e arresti
effettuati dalle squadre nazi-fasciste, la maggior parte fuggirono
sui monti divenendo "ribelli" (e "partigiani").
Altri invece, seguendo o l'interesse del
momento o, in molti casi, anche la propria fedeltà al quel regime
(impersonato dal Duce) sotto cui erano cresciuti e in cui avevano
creduto, rispondendo alla chiamata di Mussolini, si arruolarono
nelle schiere repubblichine. Come in tutto il territorio nazionale
occupato dai tedeschi, a similitudine di quanto già accadeva in
Jugoslavia e in Francia e in altre terre occupate dai nazisti e
dai fascisti, il movimento partigiano aveva posto le sue prime
radici e, come in altre valli alpine si stava consolidando anche
in Valle Camonica: la data ufficiale della nascita, in zona Camuno
Sebina, delle prime iniziative anti nazi-fasciste potrebbe essere
fatta risalire al 5 novembre (1943) quando il tenente degli alpini
Romolo Ragnoli, giunse clandestinamente a Cividate e si fece
riconoscere dall'arciprete, don Carlo Comensoli, mostrando al
sacerdote una mezza lira di carta, segno stabilito per
l'identificazione tra i "ribelli". Ragnoli si mise subito al
lavoro e, ottimo organizzatore, in poco tempo stese un primo piano
generale in cui venivano gettate le basi per una reale
pianificazione delle truppe partigiane (che fino ad allora avevano
agito indipendentemente e si erano mosse in modo non coordinato e
senza precisi obbiettivi) e delle zone di operatività dividendo la
Valle in vari settori che presero i nomi delle varie montagne.
Molti dei partigiani operavano in zone a loro conosciute poiché in
gran parte erano militari alpini che, prigionieri di guerra, erano
riusciti a scappare dai campi di concentramento durante la
confusione seguita ai fatti dell'8 settembre.
Molti dei partigiani operanti in zona non
erano camuni ma si erano fermati in valle poiché, nella loro fuga,
tentando di raggiungere la neutrale (e tanto agognata) Svizzera,
erano transitati dalle nostre contrade e, dati i pressanti e
continui controlli nei pressi delle frontiere, non erano riusciti
a proseguire e a passare il confine. Proprio per questi motivi (la
vicinanza alla Val Tellina e alla Svizzera) le prime formazioni
partigiane camune incominciarono ad operare sui monti intorno a
Sonico, in val di Corteno e al confine con la stessa Val Tellina e
sulle montagne sopra Bienno e verso il passo di Crocedomini. Altri
si fermarono in valle volontariamente per operare contro gli
invasori tedeschi e i fascisti. Gli scontri a fuoco fra i
"ribelli" partigiani ed i nazi-fascisti divennero sempre più
numerosi e frequenti e molti furono i morti e i feriti da entrambe
la parti e come sempre accade nelle guerre fratricide, troppe
volte l'odio rimarcato divenne più profondo e cattivo che non
contro un nemico sconosciuto, proprio perché rivolto verso persone
conosciute o vicine. Le azioni di sabotaggio da una parte e di
rappresaglia dall'altra si caricarono di disprezzo per la vita dei
nemici che molte volte potevano essere dei conoscenti, dei
compaesani, degli amici d'infanzia e forse anche parenti. Molti
furono gli episodi che nei restanti due lunghissimi anni di
occupazione e di guerra partigiana meriterebbero di essere
raccontati in questa breve storia della Valle Camonica: ne ricordo
(purtroppo) solo alcuni che hanno lasciato un segno profondo per
il modo in cui si svolsero i fatti o vennero tramandati nel
racconto dei presenti e dei superstiti. Verso la fine del 1943 tra
le forze partigiane camune si sparse la notizia che Ferruccio
Lorenzini, l'organizzatore ed il comandante del primo nucleo
partigiano "Fiamme Verdi" della Valle Camonica era stato catturato
dei fascisti. La cronaca di quell'arresto divenne quasi leggenda
tra i tanti ricordi di quei terribili anni: la generosità e la
cavalleria, tradizionali sentimenti radicati nel profondo
dell'animo per un ufficiale del Regio esercito, furono le cause
dirette che portarono alla cattura e che persero il colonnello
Lorenzini e i suoi uomini. La mattina dell'8 dicembre due militari
fascisti erano stati catturati dai partigiani e avevano, dal
Lorenzini, avuto salva la vita. Invece di mantenere la solenne
promessa del silenzio, a cui si erano impegnati, indicarono
immediatamente ai comandi repubblichini della zona, la posizione
del gruppo, che, sebbene avvertito tempestivamente, venne
circondato in località San Giovanni Pratolongo di Terzano proprio
mentre si accingeva a trasferirsi altrove. Tutti i partigiani
caddero prigionieri e il Lorenzini venne condotto a Darfo, sede
del comando fascista della zona, dove fu pubblicamente bastonato
insieme ad alcuni dei suoi, poi, legato mani e piedi, fu messo
alla berlina sulla pubblica piazza e quindi portato dal Municipio
alla Casa del Fascio tra i pesanti insulti ed i colpi inferti dai
fascisti locali, uomini e donne. Condotto a Brescia, il 31
dicembre il colonnello Ferruccio Lorenzini venne fucilato.
Anche in Valle Camonica il 1944 si aprì con continue e pesanti
azioni di polizia condotte da forti contingenti di squadre di
fascisti che operavano nel solco dell'Oglio e sull'alto Sebino.
Improvvisi rastrellamenti erano condotti nottetempo e molti paesi
vennero frugati minuziosamente casa per casa, stalla per stalla,
fienile per fienile. Chi cercava di fuggire alle (troppe) angherie
e ai severi controlli veniva raggiunto e molte volte ucciso con
colpi di arma da fuoco. L'ordine impartito da una circolare del
nuovo ministero degli interni della RSI era quello di sparare a
vista su chi scappava o anche solo dimostrava terrore o timore
durante le perquisizioni o i fermi di polizia. Spesso, seguendo
ciecamente questa direttiva, vennero colpiti anche ragazzi molto
giovani e certamente delle persone innocenti e che nulla avevano a
che fare con i "ribelli" partigiani o con il nemico.
A Verona, il 16 marzo venne fucilato Peppino
Pelosi che era stato catturato, durante dei rastrellamenti, sulle
montagne sopra Lovere ed era stato in un primo momento tradotto
nelle carceri di Brescia. In aprile, a Berzo Inferiore in Val
Grigna, un normale pattugliamento notturno si trasformò in un
grave episodio che sfociò in una vera e propria tragedia: alcuni
ragazzi che erano di ritorno da una veglia in stalla del paese
furono sorpresi per strada dalla milizia fascista che ordinò loro
di fermarsi e di farsi riconoscere. I ragazzi, tutti in
giovanissima età, certamente terrorizzati, si diedero alla fuga
per le vie del paese ma vennero inseguiti dai miliziani che, forse
sospettando si trattasse dei "ribelli" che avevano compiuto alcuni
giorni prima della azioni di sabotaggio sopra Bienno, aprirono il
fuoco con i mitra. Due ragazzi vennero colpiti e morirono
immediatamente mentre un terzo, che cercava di fuggire
arrampicandosi su una pianta fu crivellato da una lunga scarica di
mitra. Sul suo corpo furono contate ben diciotto ferite prodotte
dai colpi delle pallottole. Alcuni fascisti bresciani, fingendosi
ribelli e partigiani, avevano organizzato un eterogeneo gruppo che
girando sui monti e per i paesi cercavano di trarre in inganno
abitanti, contadini, pastori e mandriani, che poi, in alcuni casi,
dovettero pagare con la vita la loro generosa ma ingenua o incauta
offerta di aiuto e cibo (o anche il fatto che fossero obbligati
con la forza a fornire aiuto). Anche alcuni sacerdoti si erano
schierati dalla parte dei partigiani e il 20 maggio, un gruppo di
"repubblichini", sporchi e malvestiti allo scopo di farsi credere
ribelli, si presentò al parroco di Zazza (frazione di Malonno),
don Battista Picelli, chiedendo aiuto e riparo. Il sacerdote
credendo che si trattasse di poveri sbandati affamati e stanchi,
si prestò subito a sfamarli con quel poco di vivande che aveva in
casa, incoraggiandoli e facendo loro intendere di avere sentimenti
tutt'altro che benevoli verso i nazi-fascisti. Quando don Picelli,
avendo tardivamente capito con chi realmente aveva a che fare e
intuendo l'amara verità, cercò di fuggire attraverso i campi
alcune raffiche di mitra lo colpirono alla schiena ed il prete
spirò ai margini di un piccolo campo di grano che era da confine
tra la chiesa ed il piccolo cimitero. Molto scalpore destò questo
sanguinoso episodio poiché la popolazione locale era ancora
legatissima al clero che in molti casi restava l'unico punto di
riferimento in un periodo molto tribolato. Anche i partigiani, dal
canto loro, misero in campo numerose azioni contro i nazi-fascisti
e in alcuni casi sabotarono tralicci di linee elettriche,
organizzarono assalti ad alcuni magazzini militari e polveriere e
a depositi di armi e attaccarono perfino alcune caserme di
miliziani uccidendo italiani fascisti e militari o poliziotti
tedeschi. Le risposte dei repubblichini e dei loro alleati
germanici erano di solito immediate e le rappresaglie divennero
sempre più ostinate, dure, crudeli e pesanti specialmente per
l'inerme e incolpevole popolazione.
La spirale dell'odio si accrebbe, come un
fatto specifico incontrollabile (e che nessuno, da entrambe le
parti, voleva più controllare) e la contrapposizione si fece via
via più spietata e infame. Forse il fatto di sangue più
emblematico della situazione che si era creata in Valle Camonica
(ma non solo in questa valle) fu quello accaduto il 3 luglio 1944
a Cevo, all'imbocco della valle di Saviore. La cronaca di quell'episodio
può essere rivissuta con chiarezza nel racconto di un testimone (e
riportato dallo storico Lanzetti): "Comincia a far chiaro,
saranno forse le tre e mezzo. In paese c'è un morto: il partigiano
Monella..., caduto nel tentativo di disarmare i fascisti dislocati
alla centrale elettrica di Isola. Lo vegliano a turno i
diciassette compagni della 54° brigata "Garibaldi...".
D'improvviso, le sentinelle disposte sulla valle danno l'allarme.
E' un reggimento (di camicie nere) che avanza da più direzioni per
accerchiare il paese: una morsa che si strinse su ordini
prestabiliti, piste precise, indicazioni di spie. I "garibaldini"
piazzano un fucile mitragliatore in cima alle case, vicino alla
pineta, e un altro più in basso: così controllano la strada
principale, dominano la situazione. Fino alle 7, niente da fare
per le baldanzose truppe salite ad assediare Cevo... Alle 9 e
mezzo, i garibaldini...si aprono un breccia in mezzo alla
sparatoria che ormai sconquassa il centro del paese...Cevo è in
preda alle fiamme provocate dagli scoppi sempre più spessi e
furiosi". Poi i fascisti fanno passare le case ad una ad una.
S'imbattono in Cesarino Monella e lo uccidono sul posto; vedono
aprirsi l'uscio di una baita, vi sparano dentro ed ammazzano
Francesco Biondi; Giacomo Monella si precipita giù in mezzo agli
orti, verso la strada di sotto, ma una raffica di mitra lo
raggiunge ed uccide. Il giovane Giovanni Scolari (18 anni) è preso
e condotto "in giro fino a Saviore con un cartello derisorio sulla
schiena". Legato ad una sedia, viene ucciso e fatto rotolare giù
per il prato. Domenico Polonioli, ferito ad una gamba ed alla
schiena, preferisce suicidarsi anzichè cadere nella mani delle
camicie nere. E quando la furia fascista cessa d'imperversare,
Cevo appare irriconoscibile: 151 case sono completamente distrutte
ed altre 48 rovinate; 165 famiglie vivono ai margini della pineta
in rifugi di fortuna; 800 abitanti su 1000 sono senza tetto."
Un altro duro colpo venne inferto ai partigiani camuni dalle
truppe di occupazione germaniche in quel caldissimo mese di
luglio: Antonio Lorenzetti di Artogne, uno delle più note fiamme
verdi camune, fu sorpreso da un plotone di soldati tedeschi che
erano in perlustrazione, circondato, resistette coraggiosamente a
lungo al fuoco dell'avversario, finchè, ferito gravemente ad una
gamba e impossibilitato a fuggire, fu catturato. I fascisti
pretesero la sua consegna e subito dopo lo portarono nella Casa
del fascio di Darfo, dove venne fucilato.
Il 4 agosto (1944) Antonio Schivardi,
notissima medaglia d'oro al valore militare, uno dei più
rispettati e seguiti comandanti partigiani che agivano in alta
Valle Camonica, con alcuni compagni, si era posto in osservazione
a controllo della strada Edolo-Aprica nei pressi della chiesa di
Santicolo posta ai margini dell'abitato. Su questa importante
arteria che collegava la Valle Camonica con la Val Tellina e la
vicina Svizzera transitavano spesso colonne o mezzi tedeschi e
anche quel giorno tre macchine con a bordo alcuni sottufficiali e
soldati germanici stavano arrancando sui numerosi e stretti
tornanti. I partigiani, armi in pugno, misero in opera un attacco.
Ma, mentre stavano disarmando gli occupanti delle vetture,
all'improvviso e senza che potesse essere avvistato prima,
sopraggiunse un contingente autotrasportato di militari nemici che
immediatamente, intuita la situazione, aprirono un violento fuoco
di fucileria e di armi automatiche. Allora lo Schivardi, visto che
la situazione si stava facendo oltremodo pericolosa e, constatata
la notevole differenza di potenza di fuoco tra i partigiani e i
tedeschi e che questo scontro poteva trasformarsi in una inutile
strage per suoi uomini, diede ordine che il suo gruppo si
sganciasse, portando con se prigioniero un maresciallo tedesco.
Lui invece, coraggiosamente, rimase deliberatamente solo a
copertura degli altri cercando un riparo e aprendo un nutrito
fuoco finchè finì tutte le munizioni. A quel punto di militi
tedeschi, avvicinandosi cautamente all'inerme e indifeso Schivardi,
freddamente, senza alcuna pietà, lo colpirono e lo raggiunsero
ripetutamente con numerose raffiche di armi automatiche. Nel
settembre di quell'interminabile 1944, alcuni gruppi organizzati
di partigiani che avevano il loro campo d'operatività in alta
Valle Camonica, con un'azione che fece molto clamore e che
ricalcava fatti simili che erano segnalati in altre vallate alpine
(Piemontesi e Lombarde), scacciarono i funzionari del fascio ed
instaurarono un governo provvisorio basato sui principi
fondamentali della democrazia.
A Pontedilegno, dopo aver allontanato il
podestà fascista e i suoi uomini, vennero riuniti tutti i
capifamiglia e si procedette alla elezione del sindaco e di una
giunta comunale. Poco dopo negli altri più importanti centri della
zona, ad Incudine, a Vezza d'Oglio, a Vione ed in altri comuni,
con lo stesso sistema, vennero elette le nuove amministrazioni.
Alcuni partigiani, i politicamente più impegnati e preparati,
vennero incaricati di spiegare alla gente come si dovevano
svolgere e quali erano le regole per le elezioni in regime di
democrazia: moltissimi Camuni non ricordavano certo più, dopo un
ventennio di dittatura, come un processo democratico e popolare,
come le elezioni dirette, fosse un fatto fondamentale e
significativo per sentirsi uomini liberi.
Quasi contemporaneamente a questi fatti in
bassa Valle Camonica un altro tra i più noti e stimati partigiani
camuni, Luigi Ercoli di Bienno, fu catturato dalle "brigate nere",
venne arrestato e immediatamente trasferito, sotto forte scorta, a
Brescia dove fu rinchiuso nelle carceri giudiziarie. In quei tetri
locali venne sottoposto, per giorni, a terribili torture e a
lunghi interrogatori perché rivelasse i nomi dei compagni di lotta
partigiana in terra camuna e i suoi contatti con le altre squadre
operanti nelle altre vallate bresciane e bergamasche. Nulla di
importante venne raccontato ai suoi aguzzini italiani e tedeschi
ed Ercoli, prostrato nel corpo per le percosse e nell'animo per le
umiliazioni psicofisiche, venne trasferito nel famigerato campo di
concentramento di Melk (Germania) dove, poco dopo, morì anche a
causa della fame, del freddo e dei postumi delle torture. Un'altra
pesante rappresaglia fascista avvenne verso la fine dell'anno
sull'alto Sebino.
Nei pressi di Corti di Costa Volpino (che
allora era comune di Lovere) alcuni appartenenti alle "brigate
nere", per vendicare un'imboscata in cui avevano perso la vita due
loro camerati, incendiarono parecchie case nelle piccole frazioni
di S. Antonio e di S. Rocco: circa trecento persone furono così
completamente private di ogni bene e rimasero completamente sul
lastrico. Il maestro Giacomo Cappellini, molto noto in valle anche
prima della guerra, si era dato alla macchia con altri giovani del
suo paese e, il 21 gennaio 1945, a Laveno in valle di Lozio, fu
sorpreso da una grossa pattuglia di fascisti. Si accese un fitto
scambio di colpi e, il Cappellini, per coprire la ritirata verso
un luogo più sicuro, rimase ferito gravemente e fu impossibilitato
a fuggire. Riuscì comunque a permettere la fuga di un suo compagno
ma venne catturato e fu portato nello stesso carcere che, alla
fine del 1943, era stato il luogo di pena del colonnello Ferruccio
Lorenzini. Anche lui subirà numerosi interrogatori e molte
violenze e il 24 marzo, senza aver nulla rivelato ai suoi
aguzzini, venne fucilato sull'orlo di quella grande trincea che fu
poi chiamata "la Fossa dei Martiri". Ma, malgrado i duri colpi
sofferti, la lotta dei "ribelli" continuava e anzi
obbligatoriamente (vista la situazione generale) si intensificava.
Ormai numerosi gruppi di partigiani controllavano apertamente
vaste porzioni di territorio e avevano impiantato ovunque comandi
e presidi in cui venivano programmate e dirette operazioni di
sabotaggio o azioni di stampo militare. Uno di questi siti
"liberati" era l'importante passo del Mortirolo e gran parte delle
montagne di fianco. Queste bellissime vette camuno-valtellinesi e
il valico erano già passati alla storia, nel medioevo, per le
epiche gesta dei Longobardi e dei Franchi di Carlo Magno poi per
il passaggio dei Lanzi(chenecchi) e, ancora, verso la fine del
XVIII secolo, per la grande battaglia tra i francesi di Napoleone
e gli austriaci e poi per tanti altri scontri armati. Questa zona,
piuttosto impervia e anche di notevole importanza strategica
perché collegava direttamente e nel modo più rapido (con il vicino
e parallelo passo dell'Aprica), la Valle Camonica con la Val
Tellina, era divenuta un rifugio importante di molti "ribelli" ed
era sotto il completo controllo di numerosi e ben armati
partigiani che impedivano qualsiasi passaggio alle truppe
repubblichine o tedesche. In febbraio, un nutrito contingente di
brigate nere, sostenute anche da alcuni reparti di soldati e
poliziotti tedeschi, nel tentativo di sgomberare i partigiani dal
monte e liberare il passo per permettere il transito e/o una
eventuale fuga verso la Svizzera (anche se non apertamente alla
fuga pensavano già in molti ormai tra le file dei fascisti e dei
nazisti), diedero l'assalto alla zona con l'intento di sloggiare i
ribelli che vi si erano concentrati.
I partigiani, avvisati delle manovre che si stavano preparando,
non si lasciarono cogliere di sorpresa e, ben equipaggiati con
armi automatiche e anche un cannoncino da campagna, presero
d'infilata le truppe nemiche. Ad essere colti di sorpresa dalla
violenta, precisa e, forse inaspettata, reazione furono i fascisti
e i tedeschi che cercarono riparo al nutrito fuoco degli
avversari, in alcune baite e dietro mucchi di neve, ma a colpi di
cannoncino vennero snidati dai provvisori rifugi e bersagliati con
estrema decisione e precisione. Vi fu una ritirata verso il
fondovalle e questo primo attacco, delle camicie nere, dunque andò
a vuoto. Gli attaccanti impacciati dalle neve alta che ricopriva
ogni sentiero, dal freddo intenso e dai pesanti ma ingombranti
pastrani scuri che spiccavano sulla coltre bianca, dovettero
battere in precipitosa fuga, lasciando sul terreno parecchi morti
e feriti. Il giorno dopo, sia i tedeschi che i fascisti,
ritentarono la salita verso il passo e riuscirono, pur con grandi
difficoltà e a duro prezzo, a conquistare buona parte dello spazio
che li separava dalle linee fortificate dei partigiani, tanto che
lo scontro questa volta si svolse a distanza ravvicinata. La lotta
fu particolarmente cruenta e violenta e ad un certo punto solo
poche decine di metri separavano, in alcuni tratti, le "Fiamme
Verdi" dai "Repubblichini". Prodotto il massimo sforzo i fascisti
e i tedeschi si dovettero però arrestare davanti allo sbarramento
di trincee che si dimostrarono insuperabili e che i partigiani
avevano scavato ed eretto intorno alle "baite alte", quelle più
vicine al passo e si videro perciò costretti, nuovamente, a
lasciare il campo. Nel silenzio che era subentrato, i superstiti
potevano osservare come sulla candida neve, sporca di sangue e
annerita dal fumo dei colpi, giacevano numerosi corpi di militi
senza vita e molto materiale: bombe, fucili e mitragliatrici,
abbandonato nella fuga verso valle.
Dopo questa pesante sconfitta gli uomini con
la camicia nera e i loro alleati germanici si erano ritirati, in
attesa di rinforzi, in alcuni paesi del fondo valle e a Corteno e
alcuni giorni dopo, durante un rastrellamento riuscirono a
catturare, in casa sua, Giovanni Venturini soprannominato Tambìa.
I fascisti, furiosi per lo smacco subito e accecati dall'odio,
forse avvertiti da una delazione, lo accusarono di essere un
sostenitore dei partigiani e perquisendo la casa ritrovarono
numerose lettere e alcuni manifestini inneggianti alla libertà
dall'oppressione nazi-fascista. Portato nella colonia "Alpina",
che era stata adibita a sede di comando fascista, fu sottoposto a
torture e a numerose sevizie di ogni genere: pugni e calci per
ore, in più gli vennero applicate delle forti scosse di corrente
elettrica in più parti del corpo. Fu poi portato in solaio, appeso
ad una trave e ripetutamente bastonato. Vista la sua grande
resistenza gli bruciarono i piedi accendendogli fra le dita del
cotone imbevuto di benzina e l'11 aprile, ormai ridotto a un
povero essere semi incosciente fu fucilato contro il muro del
Cimitero di Mu. In quei giorni era intanto giunto in alta Valle
Camonica, appositamente comandato per ritentare l'assalto al
Mortirolo, un forte contingente formato da ben duemila
nazi-fasciti. A difesa del passo e del colle erano arroccati, ben
armati e in buone trincee e postazioni fortificate realizzate in
posizioni dominanti, circa duecentocinquanta partigiani
appartenenti alla brigata "Fiamme Verdi". I nazi-fascisti, sempre
più pressati dalla loro difficile situazione generale, che li
vedeva ovunque in ritirata davanti alle truppe degli alleati e
alle continue azioni di disturbo dei partigiani, erano dunque
necessitati, giocoforza, alla conquista del passo per poter avere
una via di fuga aperta e poter rendere operativo lo sganciamento
delle loro forze che ormai erano in rotta verso la Val Tellina e
la vicina Svizzera. Alle 6 del mattino del 19 aprile 1944
(solamente sei giorni prima della conclusione della guerra !)
iniziò una violentissima battaglia, tra le più pesanti che le
pendici di quel monte ebbero a testimoniare.
Vi fu dapprima un lungo e intenso bombardamento della sommità
del Mortirolo, con colpi di mortaio sparati dagli obici tedeschi
di grosso calibro che erano stati piazzati nei pressi di Monno,
alle pendici del monte e sui primi contrafforti della strada che
portava al passo. Il fuoco venne specialmente concentrato, per
alcune ore, su un piccolo rifugio, che era stato localizzato nei
pressi del valico e dove aveva sede il comando dei partigiani. Poi
verso mezzogiorno iniziò l'attacco in forze. La colonna di
nazi-fascisti procedette verso il passo e, attraversando gli ampi
prati, attaccò su un vasto fronte. Lo scontro proseguì violento
per tutto il pomeriggio e si protrasse ben oltre l'imbrunire.
Malgrado il grande spiegamento di forze e l'ottimo e coraggioso
comportamento sul campo delle truppe nazi-fasciste, anche questa
volta ebbero la meglio i partigiani: il passo rimase in loro mano
e inviolato fu inaccessibile alle colonne in ritirata. Al calare
dell'oscurità i repubblichini e i tedeschi, con l'aiuto di una
cortina fumogena e senza poter recuperare i loro numerosi feriti,
ripresero cupamente la via del fondovalle ripetutamente battuti e
ancora sconfitti.
Questo fu l'ultimo episodio di grande portata
militare, in terra camuna, di una guerra che stava ormai
rapidamente volgendo al termine: le truppe nazi fasciste erano
sconfitte ovunque e lunghissime colonne di soldati tedeschi e di
repubblichini o collaborazionisti sbandati, risalivano in rapida
fuga le strade della Valle Camonica per portarsi, transitando dal
passo del Tonale, verso il Trentino e cercare di raggiungere
l'Austria e la Germania.
I fascisti locali, ormai ricercati e braccati,
cercarono in tutti i modi di nascondersi e stracciate le nere
divise: in molti tentarono la fuga in quei boschi, in quelle
soffitte e in quelle scure cantine che solo fino a poco tempo
prima erano stato l'unico rifugio dei "ribelli" partigiani che ora
erano i baldanzosi e festeggianti vincitori.
Come sempre capita nelle ore tragiche della resa dei conti
molte pagine buie furono scritte col sangue in quei giorni:
vendette furono compiute e in molti casi venne fatta giustizia
sommaria di chi aveva malamente agito in nome di ideali, politiche
e convinzioni perdenti. Una data precisa fissò il termine della
"Seconda Guerra Mondiale" per l'Italia: il 25 aprile 1944.
Da quell'importante ed essenziale momento
storico, forse non completamente compreso dai contemporanei, che
si divisero subito in molte fazioni politiche diverse e anche
contrapposte, cominciò per tutti un durissimo dovere e un immane
compito: essere finalmente, dopo tanti anni, cittadini liberi di
agire secondo le proprie capacità, le proprie aspirazioni e le
proprie idee politiche.
Un insieme di grandi e profondi concetti che,
in gran parte, vennero raccolti e proposti in una nuova Carta
Costituzionale che, redatta in quel preciso momento di evoluzione
politica, rispecchiava le tendenze (politiche e sociali) di tutti
i presenti in quella solenne assise e che forse negli anni
successivi venne, più volte, in parte tradita. "Historia
victoribus semper scribatur": la Storia è sempre scritta dai
vincitori... e purtroppo anche tra i vincitori si annidano spesso
molti uomini piccoli e demagoghi, servi di preconcetti e idee del
passato, innamorati della prosopopea del momento e dei grandi e
vuoti discorsi, che sono solo un grave fardello per ogni società
civile in evoluzione.
Mauro Fiora |