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Il presente materiale è stato creato dall'esperto valorizzatore della nostra Storia Locale: "Mauro Fiora" mf@intercam.it
che ne ha concesso gentilmente la pubblicazione su questo sito.

 

"Dal 1919 al 1945"

 

Le speranze di poter godere finalmente di un lungo periodo di pace e di sviluppo e le aspettative per una società più giusta e senza guerre furono le grandi linee politiche e sociali che guidarono, nel 1919, alla creazione della Società delle Nazioni, durante la conferenza di pace di Versailles. Frutto di lunghe mediazioni e di visioni progettuali globali e planetarie americane, britanniche e francesi, questo super-organismo mondiale, avrebbe dovuto costituire il cardine fondamentale di una "nuova diplomazia" che avrebbe dovuto regolare i rapporti tra le nazioni e i popoli. Gli stati aderenti si impegnavano solennemente a rispettare l'integrità territoriale e l'indipendenza politica degli altri membri e a non ricorrere alla guerra per derimere le questioni e le tensioni in atto. Erano previste pesanti sanzioni economiche e, nei casi di maggior rilevanza internazionale, si poteva giungere al completo isolamento politico nei confronti di chi avrebbe violato di questi impegni.
La sede della Società delle Nazioni fu fissata a Ginevra e il Consiglio era composto da 5 membri permanenti (USA, Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone - le nazioni vincitrici la guerra) e da 4 temporanei eletti dall'assemblea generale ogni tre anni. Fuori dai luccicanti palazzi ginevrini e lontano dalle sontuose dimore di magnati, principi, re e imperatori che, sopravvissuti alla guerra, insieme ad una nuova classe di arricchiti, potevano festeggiare la "loro" vittoria, il resto del mondo (quello della gente comune, dei combattenti, dei reduci, degli orfani e dei poveri) si stava leccando le "profonde ferite" prodotte da uno scontro armato che non aveva mai avuto precedenti per dimensioni ed effetti, nella sua pur travagliata e bellicosa storia. Il numero delle vittime della guerra (morti, dispersi, feriti e prigionieri) fu così elevato da rendere praticamente impossibile, per gli ex belligeranti, avere a disposizione una contabilità precisa al riguardo ma con una certa approssimazione venne calcolato in circa nove milioni di morti, tra i militari, il pesante fardello della guerra.

Nonostante il fatto che la rivoluzione bolscevica avesse messo fine al conflitto sul fronte orientale nel novembre del 1917, le vittime dell'ultimo anno di guerra (1918) eguagliarono o addirittura superarono quelle dei tre anni precedenti. In parte ciò fu dovuto alla titanica offensiva tedesca sul fronte occidentale del marzo 1918, ma si combatté duramente anche sul fronte Italiano, nel medio Oriente e nei Balcani e proprio l'alto numero delle "vittime" nel 1918 fu anche dovuto alla comparsa tra le truppe della "spagnola" che uccise decine di migliaia di soldati ma che, diffondendosi tra i civili, portò il computo totale a ben più di 20 milioni di morti. La "Spagnola" fu un pericolo che si rilevò addirittura più letale e spaventoso del conflitto appena chiuso e che piombò su una Europa profondamente modificata sul piano politico e territoriale e piena di speranze ma stremata, impoverita e incapace di reagire a fondo a quest'altra disgrazia. Questo immane flagello fu chiamata "spagnola" poiché, da infondate voci popolari, si riteneva che avesse avuto origine nella penisola Iberica. Studi più recenti invece hanno segnalato un primo caso di questa virulenta epidemia in un campo di addestramento di reclute di soldati americani in Arkansas. Le truppe USA poi, al loro arrivo in Europa, nel 1918, avrebbero diffuso, in brevissimo tempo, il contagio. Un primo picco dell'epidemia, che si diffuse ad una velocità impressionante, si ebbe in giugno e luglio ma "l'ondata" più micidiale colpì in pratica tutto il mondo e raggiunse il suo culmine in ottobre e novembre... per placarsi poi nella primavera del 1919. Molti uomini, donne e bambini, di qualsiasi età e condizione sociale vennero colpiti da questa violentissima forma influenzale che nel corso di pochi mesi, seminando ovunque morte e terrore, fece paurosi vuoti nella popolazione del vecchio continente, dell'America, dell'Asia e di molte altre nazioni.

E se tutta la guerra, la Grande Guerra, in cinque anni di conflitto, aveva fatto, come detto, nove milioni di morti in Europa, questa epidemia ne fece, in pochi mesi, ben più di 20 milioni: un decimo della popolazione del continente che era stimata, all'epoca, in circa 280 milioni di persone. Alcuni storici sostengono che i morti, in tutto il mondo, furono addirittura 40 milioni, ma i dati non potranno mai essere confutati o ufficializzati poiché in molte regioni, specie nei Balcani, in Asia e in medio oriente non vi erano, in quegli anni, statistiche o censimenti che potessero essere da riferimento sulla consistenza della popolazione colpita. Comunque il numero delle vittime (ufficiali) fu dichiarato nel 1920 in circa 350.000 per l'Italia (ma altri dati parlano di 600.000), 166.000 per la Francia (350.000), 225.000 in Germania (400.000), 228.900 in Inghilterra. Come si nota chiaramente fu proprio l'Italia (anche nei dati ufficiali) ad essere colpita percentualmente nel modo più grave. Fuori dall'Europa si contarono 550.000 morti negli USA e in India l'impressionante numero di 16.000.000. Di altri stati asiatici e africani non si sono mai avuti dati attendibili. Il 25% delle vittime erano sotto i 15 anni e il 45% fra i 15 e i 35: da queste statistiche si evidenzia come la malattia colpì generalmente i più giovani. I sintomi iniziali del morbo erano quelli di una classica forma influenzale e si manifestavano dapprima con una febbre altissima, poi subentrava in breve tempo un forte mal di gola e impossibilità di inghiottire e deglutire, poi si rilevavano gravi disturbi e disfunzioni intestinali con abbondanti e incontrollate perdite di liquidi. Chi veniva aggredito dalla "Spagnola", nel giro di pochi giorni, moriva delirando.
Anche in Valle Camonica la pestilenza colpì ovunque, i morti erano talmente tanti che i sacerdoti non celebravano più i lunghi riti funebri della tradizione cattolica ma si limitavano ad una breve benedizione e ad una altrettanto breve e rapida sepoltura. In poco tempo anche i cimiteri di molti paesi non riuscirono più a contenere tutte le salme e allora si procedette allo scavo di fosse comuni di emergenza anche al di fuori dei recinti funerari. Alcune di queste fosse furono anche di vaste dimensioni per contenere contemporaneamente più corpi per delle inumazioni collettive, molte volte di interi nuclei familiari. La scienza medica e la ricerca scientifica, anche le più avanzate, erano completamente impotenti di fronte a questa virulenta epidemia. I più illuminati e illustri scienziati dell'epoca non sapevano che cosa fare e come agire, tantè che, a chi era colpito dal male, venivano prescritte (naturalmente senza alcun risultato positivo) una profonda spennellata di petrolio in gola e una abbondante bevuta di grappa o altri super alcolici.

Fino ad ora non si sa esattamente l'origine e non si conoscono le cause di questa influenza: gli studi sulla "spagnola" sono stati ripresi proprio nei giorni in cui scrivo questo capitolo (nell'estate del 1998), poiché dei ricercatori dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ritengono che su alcuni corpi di militari, combattenti nell'ultimo anno di guerra, ritrovati congelati in Artico possano essere ancora presenti i microbi della malattia. Da questa ricerca e dagli studi successivi questi scienziati si aspettano molto: dare varie risposte sull'origine della malattia ed avere eventualmente aperte nuove vie a vaccini e antibiotici.
Mai nella storia si era verificata una simile violenta epidemia fin dai tempi della famosa peste (di manzoniana memoria) del 1630-31 che aveva ridotto la popolazione Italiana di un quarto con almeno un milione di morti sui quattro milioni di abitanti di allora. Come la storia dell'umanità ci ha molte volte tramandato, tanto rapidamente come era comparsa la terribile malattia, si arrestò e in brevissimo tempo scomparve completamente. I sentimenti più diffusi tra la popolazione in quei tristi 1918 e 1919 erano la costernazione e la paura, ma più forte sopra tutto era la rassegnazione a ciò che era ritenuto inevitabile e (tra i più diseredati, ignoranti e poveri) forse anche dimostrazione della solita "ira divina per i peccati commessi dall'umanità in guerra". Intere famiglie furono spazzate via, interi paesi si erano spopolati e la nostra valle era in condizioni di profonda prostrazione generale. Alla endemica povertà di questa terra purtroppo non fecero neppure da contrappunto quei fattori positivi necessari alla ripresa sociale, civile ed economica della nazione, anzi ai sopravvissuti (alla guerra e all'epidemia) si parò davanti un periodo di grandi sacrifici e di profondi stenti dovuti alle enormi difficoltà politiche e finanziarie che una dispendiosissima e lunghissima guerra avevano ulteriormente acuito in uno stato fondamentalmente già molto povero com'era l'Italia di inizio secolo. Le aspettative per un futuro migliore potevano e dovevano essere molte e diffuse ma nessuna risposta positiva per uno sviluppo generale poteva, in quei momenti difficili, essere data da una lunga serie "governi di coalizione" deboli e non sorretti da maggioranze parlamentari stabili. In poco più di due anni si succedettero alla guida di un'Italia travagliata da tanti e insormontabili problemi, i governi dei primi ministri Orlando, Nitti, Giolitti, Bonomi e Facta.

La disoccupazione toccò livelli altissimi, le proteste di piazza e gli scioperi acuirono ulteriormente le tensioni sociali che raggiunsero il punto massimo con l'occupazione delle fabbriche da parte degli operai nei mesi di agosto, settembre, ottobre e novembre del 1920. I socialisti divennero il partito meglio organizzato e più capillarmente diffuso su tutto il territorio nazionale e alle elezioni amministrative conquistarono gli importanti comuni di Milano e Bologna.

Le successive elezioni politiche, che furono tenute per la prima volta in Italia col sistema proporzionale, videro un chiaro successo (parziale) delle sinistre con lo stesso PSI ma anche una buona affermazione dell'area cattolica con il PPI (Partito Popolare Italiano) che era stato fondato l'anno prima (1919) da don Sturzo. Lo stesso anno Mussolini aveva fondato, a Milano, i Fasci Italiani di Combattimento. Alle elezioni politiche il movimento fascista subì una cocente sconfitta raccogliendo poco meno di 5000 voti e quasi tutti nell'area milanese. Mussolini però, malgrado questo tonfo, non scomparve dalla vita politica e grazie all'aperto sostegno portato all'impresa di D'Annunzio a Fiume e alla ripresa di parole d'ordine nazionalistiche di facile presa soprattutto sugli ex combattenti si pose all'attenzione dell'opinione pubblica. Nel 1921 al congresso di Livorno i socialisti, ben consci di restare confinati ai margini del sistema politico, malgrado la loro buona affermazione alle elezioni, oscillando tra i poli opposti del solito massimalismo rivoluzionario e del solito riformismo, si divisero e dalla loro scissione si giunse alla fondazione del Partito Comunista d'Italia. Il fascismo rivoluzionario delle origini intanto si era trasformato in una formazione politica che metteva al centro del suo programma l'impegno di ripristinare l'ordine sociale turbato dal sovversivismo socialista. Fu in quegli anni, dal 1920 in poi, che si diffuse rapidamente lo squadrismo fascista, prima in valle Padana, con l'appoggio dei potenti e ricchi agrari che erano stati grandemente danneggiati dagli scioperi dei braccianti "rossi", poi nelle altre regioni.

Le violenze antisocialiste e antisindacali divennero una consuetudine anche nei piccoli centri periferici e non solo nelle grandi città e nelle campagne. Nel 1921 Mussolini trasformò i Fasci di Combattimento nel Partito Nazionale Fascista (PNF). In gran parte d'Italia le fasciste "centrali di combattimento", che intendevano sostituire le forze di polizia ritenute ormai troppo deboli ed indulgenti, divennero una reale, incombente e forte presenza. Anche in Valle Camonica sia i socialisti che i fascisti avevano vaste schiere di sostenitori e molte volte vi furono scontri violentissimi che purtroppo lasciarono sul campo morti e feriti. Nel 1920, a Losine, un rumoroso ed esagitato gruppo di giovani fascisti, con la camicia nera, entrò in chiesa e si sdraiò sui gradini di un altare mentre il parroco predicava. Il sacerdote venne interrotto più volte con pesanti e reiterati insulti. Finita la funzione religiosa, gli stessi squadristi, all'uscita di chiesa, si misero a colpire con dei bastoni i giovani cattolici che erano stati presenti alla messa.

Il 20 gennaio 1921 a Pisogne venne costituita una squadra d'azione denominata "Beffarda" già dalla sua fondazione contava 50 iscritti che si resero protagonisti di diversi atti di violenza. Nel mese di aprile, da questi squadristi, venne preso d'assalto il Municipio: il sindaco fu malmenato e alcuni amministratori, che erano intervenuti in difesa del primo cittadino, rimasero feriti. A Lovere, avvennero vari e ripetuti scontri fra alcuni abitanti del paese e le solite squadre d'azione che provenivano da Brescia. Durante una di queste "spedizioni" avvenne un grave e curioso episodio: dopo aver bevuto abbondantemente in alcune osterie del paese, durante il viaggio di ritorno in città, rimase ucciso il fascista Faustino Lunardini: era stato colpito dai suoi stessi compagni, mentre, esaltati e sbronzi, sparavano all'impazzata nell'attraversare i paesi del Sebino. Le tensioni politiche e sociali raggiunsero alti livelli nel 1922 e non si sopirono l'anno successivo, anzi: molti furono gli episodi di violenze e pestaggi che le squadre fasciste misero in opera e che esaltavano la loro volontà di imporsi ad ogni costo agli avversari politici. Il fatto più grave accadde all'inizio del 1923: la sera dell'Epifania a Piancamuno ci fu uno scontro furioso fra una numerosa famiglia di socialisti ed un gruppo di fascisti di Pisogne vi furono scambi di fendenti di coltello, stoccate di tridenti e di falci e numerosi colpi di pistola. I fascisti si erano recati in "spedizione punitiva" nella abitazione di questo "clan familiare" di noti simpatizzanti socialisti per "dare una severa lezione a quei rossi": alla fine del breve ma violentissimo scontro tre componenti della famiglia, fra cui due donne, erano stati colpiti mortalmente mentre altri sette rimasero gravemente feriti. Il 10 giugno tre fascisti di ritorno da una festa a Lovere, incontrando sulla strada provinciale alcuni operai del paese, che un loro concittadino fascista aveva accusato di aver cantato "bandiera rossa", con la pistola in pugno incominciarono ad insultarli e, visto che questi, disarmati, si erano dati a precipitosa fuga si misero a inseguirli minacciandoli di morte. La breve fuga dei giovani operai si concluse tragicamente poiché quando vennero raggiunti dai fascisti, avendo accennato ad una disperata difesa, furono raggiunti ripetutamente da numerosi colpi di pistola. Un colpo raggiunse un ragazzo di ventisei anni, Battista Cristini, che morì poco dopo. Anche gli altri compagni del Cristini furono fatti segno di svariati colpi di pistola che fortunatamente andarono a vuoto ma quando vennero raggiunti e fermati, furono forsennatamente picchiati e un altro giovane restò ferito gravemente.

A Bienno la lotta politica si fece molto pesante quando, contro il sindaco Faustino Morandini, vennero fatte circolare, dai fascisti locali, voci tendenziose e false accuse di ruberie e, col pretesto di dare una lezione, fu preso d'assalto il Municipio: gli impiegati vennero con la forza buttati fuori dagli uffici e l'amministrazione comunale dichiarata immediatamente decaduta e sciolta. Sia dalla prefettura di Brescia che dal ministero dell'interno, malgrado le comunicazioni ufficiali, non vennero prese misure di controllo o di prevenzione e non vi furono ulteriori indagini. Ma il 1923 verrà a lungo ricordato in bassa Valle Camonica per una immane sciagura che causò oltre che ingenti danni anche più di 350 morti. Erano le 7,30 del 1° dicembre quando la nuova diga posta sul torrente Gleno, sopra l'abitato di Bueggio, in Val di Scalve, si squarciò sotto le spinta della massa d'acqua che era stata imbrigliata da questo sbarramento che, come confermarono poi le perizie e le indagini successive, in molti sapevano essere stato progettato in tempi rapidissimi e costruito in modo inadeguato e criminale.

Come è visibile perfettamente anche ai nostri giorni, dai ruderi che sono a testimonianza di quel fatto, l'intero lato sinistro della diga cedette di schianto e un'enorme quantità di acqua e di detriti si riversarono a valle con un'immane forza dirompente. La centralina di Povo venne spazzata via e subito dopo la grande massa liquida, ingrossata da altri detriti, travolse Valbona, il ponte del Dezzo e il santuario della Madonna di Colere. All'imbuto naturale che la Valle di Scalve compie sotto l'abitato di Azzone il fronte della massa d'acqua, formando una enorme onda si incanalò con estrema violenza e inaudita rapidità nello stretto letto del torrente Dezzo e precipitò verso la Valle Camonica ingrossandosi e aumentando ulteriormente di volume. Il primo paese camuno che venne colpito fu Angolo Terme. Anche nei pressi e poco a nord di questo antico centro abitato, la conformazione della valle, che svolta quasi ad angolo retto (da questo il nome Angolo), creò un momentaneo ostacolo che si trasformò in uno sbarramento naturale che produsse una enorme ondata di ritorno con un effetto d'urto spaventoso. L'acqua, il fango e una gigantesca massa di detriti si riversarono in pochi istanti contro i ponti del fondovalle che a loro volta, dapprima resistettero rallentarono la corsa ma poi cedendo di schianto aumentarono proporzionalmente la potenza devastatrice della marea ormai divenuta enorme e violentissima.

A Gorzone, poco a nord ovest dell'abitato di Boario Terme, il letto del fiume, ingombro di tronchi "rubati" alle numerose segherie della zona dal primo "fronte" di acqua, formò per alcuni istanti un altro debole sbarramento. Si venne così a formare una ulteriore provvisoria diga che cedendo poco dopo riversò, con tutta la sua devastante potenza, una impressionante quantità di fango, detriti, alberi e ogni tipo di rifiuti raccolti a monte: tutto questo piombò sull'abitato di Darfino (oggi chiamato Corna di Darfo). Il fiume Oglio, alla confluenza con il Dezzo, venne ributtato indietro e Darfino in pochi istanti scomparve quasi completamente. Le case vennero rase al suolo, i cortili e le strade furono invasi da cadaveri, carogne di animali, tronchi, massi, mobili, melma, masserizie e rifiuti di ogni tipo. Vennero distrutti o danneggiati, lungo il percorso della violentissima ondata, interi boschi, prati, terreni coltivati ma anche numerosi fabbricati, cascine con stalle in cui furono uccisi molti capi di bestiame. Le numerose segherie con i grandi depositi di legname, i vari mulini, le officine con i magazzini di carbone e di ferro, le strade: tutto fu spazzato via, travolto e distrutto in pochi istanti.
Quando sul posto arrivarono i primi soccorritori si presentò loro una visione dantesca: dove prima sorgeva Darfino, una delle frazioni più operose del comune di Darfo con le sue case e industrie, c'era solo una grande massa desolata di fango da cui emergevano carcasse di animali, corpi di centinaia di uomini, donne e bambini, completamente nudi, svestiti dalla forza d'urto dello spostamento d'aria, muri pericolanti e dopo il grande assordante boato un totale e innaturale silenzio. Le vittime, come detto, furono più di 350 e parecchi corpi vennero recuperati solo dopo molti giorni, stretti e abbracciati dalla mortale morsa uniforme della mota solidificata. Sul posto della tragedia si recarono le massime autorità militari e civili e anche il re Vittorio Emanuele III giunse in Valle Camonica (prima e unica volta di un sovrano di casa Savoia) a portare la sua solidarietà alle comunità colpite. Le cronache che raccontarono di quella tragedia oltre al lungo elenco delle vittime riportarono un episodio che fece il giro di tutte le redazioni dei giornali: alcuni militari che erano stati comandati al recupero dei corpi delle vittime e che avevano ridisceso per alcuni chilometri il corso dell'Oglio, fino al lago d'Iseo, in località Ponte Barcotto, nei pressi di Costa Volpino, presso la foce del fiume, trovarono un bimbo che era adagiato in una culla di legno che galleggiava sulle acque limacciose. I militari trassero in salvo l'infante e lo soprannominarono: "Mosè" (che, come tutti sanno, vuol dire "salvato dalle acque") e con questo nome venne conosciuto in tutta Italia.
In quel triste fine anno, tutta la Valle Camonica, si strinse attorno ai sopravvissuti e alle famiglie delle vittime e per qualche giorno l'odio politico rimase come sospeso ma, passato il momento di grande emozione, resi forti dell'impotenza delle forze dell'ordine i fascisti divenuti, anche a livello nazionale, protagonisti principali della vita politica, con la violenza e le minacce fecero in modo che le varie amministrazioni comunali decadessero e che gli avversari politici venissero emarginati dalla società. Anche nei più piccoli centri e paesi vennero istituite capillarmente le sedi del fascio e molti giovani vennero sinceramente attratti (e fortemente condizionati) da una propaganda che esaltava la figura e i meriti del Duce del fascismo: Benito Mussolini. I fatti di violenza divennero quotidiani e il 1924 fu anche anno in cui, dopo il rapimento e l'assassinio a Roma del deputato socialista
Giacomo Matteotti, Mussolini, pur in profonda crisi istituzionale riuscì a rendere addirittura più solido e stabile il suo potere non trovando nessuna opposizione politica decisa, preparata e capace di sfruttare a proprio favore la situazione delicata e pesante che si era venuta a creare.
Sempre nello stesso anno (1924) a Pellalepre di Darfo, tre tranquilli cittadini, rei solo di non aver salutato convenientemente alcuni fascisti, furono furiosamente bastonati e dovettero essere condotti in ospedale per essere medicati da profonde ferite. A Niardo e, qualche giorno dopo, a Breno, delle squadre organizzate di fascisti, per dimostrare la loro forza e la loro impunità giunsero a far inginocchiare e a prostrarsi per terra, sulla pubblica via e di fronte a loro, alcuni cittadini che transitavano in quel momento... chi osava reagire era costretto a subire grossolane offese personali e penosi e pesanti maltrattamenti. A Gianico avvenne un altro fatto gravissimo: scoppiata una lite per motivi politici questa si trasformò in una mischia selvaggia in cui due lavoratori vennero uccisi e altri feriti gravemente.

Nell'agosto (del 1924) al passo del Tonale venne inaugurato il grande Ossario in ricordo dei caduti di tutti gli eserciti, nella "Grande Guerra Bianca" che si era combattuta sulle montagne camune che immobili dominavano (e dominano tuttora) quegli antichi campi di battaglia. Era stata organizzata una solenne cerimonia che portò molta gente e moltissimi ex combattenti a ritrovarsi in quei luoghi dove un'intera generazione di giovani, pochi anni prima, aveva perso al vita. Ma un fatto negativo turbò in parte quella solenne commemorazione poiché alla cerimonia ufficiale alcune squadre di fascisti provenienti dalla federazione di Brescia impedirono al pubblico di avvicinarsi al luogo dove si svolgeva la funzione e, usando le maniere forti fecero in modo che due noti sacerdoti: don Stefano Regazzoli e don Girolamo Lanzetti non potessero essere presenti tra il foltissimo gruppo delle autorità: i due vicari furono entrambi allontanati con l'accusa che la loro presenza poteva provocare disordini. Le aggressioni e i pestaggi erano divenuti sempre più frequenti e molte volte gli squadristi agivano anche solo su generiche (o circostanziate) delazioni (sempre numerose) e venivano organizzate "azioni punitive" al solo scopo intimidatorio per dimostrare forza o disprezzo per chi non apparteneva al partito fascista o non dimostrava fervore verso il regime e il suo dittatore. Nel 1925 il Duce del fascismo, in pratica senza nessuna opposizione, avviò una decisa azione personale di stampo autoritario: assumendo in se anche la carica di capo del governo e così si iniziò a promuovere quel "culto della personalità del capo" che lo seguì per i vent'anni successivi.
Nei mesi di novembre e dicembre, fece approvare direttamente dal "suo" governo e non dal Parlamento, una lunga serie di leggi repressive di numerose libertà individuali e collettive che vennero rafforzate, l'anno dopo, (novembre 1926) dalle leggi dette "fascistissime" con cui vennero dichiarati decaduti tutti i parlamentari che polemicamente si erano radunati inutilmente sull'Aventino in segno di protesta, furono sciolti tutti i partiti (non fascisti), vennero abolite le libertà di riunione e di sciopero, fu reintrodotta la pena di morte, venne creato il Tribunale Speciale per la difesa dello stato e fu organizzata, su esempio di quella tristemente nota dell'Unione Sovietica, un corpo speciale di polizia politica: l'OVRA. A Parigi alcuni fuoriusciti contrari e dichiaratamente ostili al regime di Mussolini, in quell'anno, diedero vita alla "Concentrazione Antifascista" che comunque inizialmente non ebbe molto seguito se non tra alcuni intellettuali ed ex politici di sinistra e del mondo liberale. Avendo in pratica pieni poteri Mussolini mise mano a molti e radicali cambiamenti nella struttura dello stato: una delle leggi più significative (oltre alle già citate) fu quella che stabiliva che i sindaci non dovevano più essere eletti direttamente e democraticamente dai cittadini ma dovevano essere sostituiti, nelle loro funzioni amministrative e rappresentative, dai "Podestà" che venivano nominati tra i fascisti di provata fedeltà al regime. Il fascismo, pur lasciando formalmente in vigore lo statuto albertino del 1848, lo svuotò in pratica di ogni significato privando il Parlamento di ogni funzione: il capo del governo (che da allora sempre più spesso fu definito anche nei documenti ufficiali e ministeriali "Duce del Fascismo") rispondeva "formalmente" del suo operato solo al re e il potere legislativo (come già accennato) fu, di norma, esercitato direttamente dal governo. Questa nuova forma di struttura dello "Stato Fascista" fu definitivamente approvata con una legge specifica la vigilia di Natale: il 24 dicembre 1925.
Al di fuori di semplicistiche considerazioni di carattere politico e di parte, che purtroppo sono sempre presenti e pericolose (anche oggigiorno e che lo saranno ancora molto a lungo nella memoria degli italiani), e malgrado le strumentalizzazioni e la demagogia di basso profilo, sempre cieche e stupide e sempre in agguato, va ricordato che la società civile italiana fu controllata in ogni sua manifestazione e le forme di opposizione drasticamente e violentemente represse. Ma è altrettanto doveroso anche sottolineare che con passare del tempo e il consolidamento del regime crebbero, in vasti strati della popolazione, anche i giudizi positivi per Mussolini e per il suo operato. Questo ampiamente diffuso e molte volte sincero consenso fu dovuto anche (e specialmente) ad un amplissimo, moderno ed efficace apparato di propaganda che, usando, in modo anche spregiudicato, ogni mezzo di comunicazione, esaltava i pregi del fascismo e ne nascondeva le pecche. L'11 febbraio 1929 fu una data estremamente importante per il regime: vi furono solenni festeggiamenti per la firma, con il Vaticano, dei Patti Lateranensi e molti cattolici, anche in Valle Camonica, fino ad allora restii a dichiararsi politicamente, da quel momento, entrarono nelle file dei militanti o simpatizzanti fascisti.

L'ideologia fascista, che ebbe anche grandi estimatori all'estero, si consolidò in senso nazionalista, corporativista, ma anche ruralista (con una rivalutazione dei valori legati alla terra e alla campagna) e familista con i piani di espansione demografica, facendo presa specialmente sui giovani che venivano inquadrati in precoci organizzazioni para-militari: dai "Figli della Lupa" ai "Balilla" "Giovani avanguardisti", alle "Piccole e giovani donne italiane", alle "massaie rurali" ecc. Vi fu l'esaltazione, in molti casi sincera e convinta, della novità dell'uomo fascista e della sua sintesi vitale attivista e volitiva con cui furono travisati i valori tradizionali della società borghese che veniva disprezzata e ridicolizzata.  L'atteggiamento ostile delle grandi potenze democratiche in occasione della campagna di conquista e di invasione dell'Etiopia da parte delle truppe italiane e la successiva proclamazione dell'Impero, con le sanzioni economiche votate dalla Società delle Nazioni, fece si che Mussolini si orientò (forse anche a malincuore) verso la Germania nazional-socialista (nazista) di Hitler, che fino a quel momento era stata osservata, dal Duce, solo con una certa sufficienza. Nell'ottobre del 1936 venne firmato l'Asse Roma-Berlino e l'unione politica tra Italia e Germania crebbe e si consolidò con l'intervento (formalmente) coordinato italo germanico nella guerra civile spagnola che insanguinò la penisola iberica dal 1936 al 1939. Questa unione militare e politica, rafforzata nei comuni concetti di espansionismo e di conquista dello "spazio vitale", portò il regime fascista ad adottare (o "dover" adottare per compiacere a Hitler) una politica razzista e una legislazione antisemita di stampo nazista (1938) e a farsi poi attirare completamente nel vortice infausto della seconda guerra mondiale.
Era un caldo pomeriggio di quasi estate anche in Valle Camonica quello del fatidico 10 giugno 1940: tanta gente si era riversata nelle piazze dei nostri paesi e dagli altoparlanti e dalle radio tutti appresero che l'Italia era entrata in guerra contro la Francia e l'Inghilterra. Ben coordinate dalla propaganda del regime, anche a livello locale, vi furono gesta di esaltazione parossistica per l'iniziativa di Mussolini, ma vennero segnalate anche (poche e isolate) contestazioni che furono però subito messe a silenzio, con esplicite minacce di disfattismo, da parte dei dirigenti locali del fascio. Le cause che avevano spinto l'Italia ad entrare in guerra, per molti camuni e per moltissimi italiani, erano totalmente sconosciute o addirittura mal o non capite: la propaganda fascista parlava di azione punitiva nei confronti delle debosciate e vecchie democrazie che volevano limitare l'espansionismo delle giovani nazioni fasciste e naziste, si sottolineava anche il ferreo patto di alleanza con la Germania, che con le sue potenti armate aveva già travolto la Polonia e stava dilagando nel nord della Francia. Molto demagogicamente, la propaganda fascista insisteva sul fatto che Mussolini era stato "obbligato moralmente" a buttarsi nel vortice della guerra per il prestigio del popolo, del regime e dell'intera nazione che era stata provocata ecc ecc.

Molti giovani camuni erano già in divisa e molti altri vennero richiamati al servizio militare e tantissimi cominciarono a partire per i vari fronti: tanti, troppi di loro non fecero più ritorno vivi nella nostra terra. Molti, anche solo con miseri resti mortali chiusi in piccole bare avvolte nel tricolore, non ritorneranno mai più: di questi rimane solo il profondo ricordo in sbiadite fotografie, che li ritraggono fieri in divisa, o in nomi incisi su qualche lapide: furono (sono) gli innumerevoli dispersi sugli spogli monti dell'Albania, nelle aride terre del deserto africano o nelle fredde tundre della Russia. Il 22 giugno 1941, secondo anno di guerra e dopo la rapida e fulminea conquista dei Paesi Bassi, Belgio, Svezia, della Francia, della Jugoslavia e della Grecia e gli accordi politici con Ungheria e Romania, fu lanciato, da Hitler, con l'Operazione Barbarossa, l'attacco alla sterminata Unione Sovietica. Vale la pena di aprire una significativa parentesi cronologica su quella che fu per l'Italia (e per la nostra Valle Camonica) la più tragica vicenda della guerra: la campagna di Russia, in quanto la campagna d'Africa, pur essendo contemporanea e addirittura anteriore non fu altrettanto tragica e terribile (sempre se diverse fasi di una guerra possono definirsi meno terribili di altre !).
Di questa fase importantissima e determinante dell'intera seconda guerra mondiale ne parlo abbastanza dettagliatamente, anche in questa storia della nostra Valle, poiché furono tantissimi i Camuni che parteciparono alla spedizione italiana e purtroppo molti, troppi non fecero più ritorno nella nostra terra. Era il 26 giugno 1941 quando Mussolini, a Verona, passò in rassegna la divisione "Torino", la prima del Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR). Il grande attacco tedesco era iniziato da appena quattro giorni e Mussolini ne era già stato informato (contrariamente a quello che si dirà poi) e subito aveva dato direttive (visto l'andamento favorevole dell'intera guerra, su tutti i fronti) per organizzare la spedizione di un corpo d'armata su quel fronte lontanissimo. Le forze del CSIR comprendevano, oltre alla "Torino", "divisione motorizzata" di fanteria, ma in realtà ben poco motorizzata, l'altra divisione di fanteria "Pasubio", un pò più equipaggiata di mezzi di trasporto, e la "3° Celere", l'unica a essere in realtà una grande unità adatta alla guerra moderna. Il Corpo di spedizione, il cui comando venne assunto il 17 luglio dal generale Giovanni Messe (che, nonostante i rovesci militari, molti storici riterranno essere uno dei migliori comandanti d'armata italiani), arrivò, dopo ben 25 giorni di viaggio, al suo punto di raccolta in Romania, con più di un mese di ritardo. I lunghi giorni, persi nella estenuante trasferta sulle lentissime tradotte, portarono, al momento dell'arrivo, ad una situazione imbarazzante: le nostre truppe si trovavano a notevole distanza da quel fronte a cui erano destinate.

Infatti, con la solita veemenza che aveva dato ottimi risultati in Francia, con attacchi ben coordinati e splendidamente diretti, già il 19 luglio i Tedeschi avevano forzato le linee russe sul fiume Dnestr ed erano avanzati fino ad Uman, a nord-ovest di Odessa, che venne occupata il 9 agosto: le divisioni del CSIR vennero così a trovarsi a più di 400 km di distanza dalla loro destinazione sul quel fronte che avanzava ben più celermente delle loro tradotte. La prima linea di contatto con il nemico continuava a spostarsi sempre più velocemente verso est e sud-est e solo la "Celere" a la "Pasubio" riuscirono a raggiungere, in tempi accettabili, la nuova linea d'attacco a cui erano state comandate. La "Pasubio", il 10-11 agosto, ebbe anche il suo battesimo del fuoco, prendendo parte a scontri con le retroguardie dei Sovietici che erano in rapida ritirata oltre il Dnepr.
Il CSIR al completo entrò effettivamente in azione solo verso la metà di settembre, sulla linea del Dnepr, che i Tedeschi avevano già raggiunto all'inizio del mese costituendo, sullo slancio della loro travolgente avanzata, anche alcune teste di ponte fortificate oltre il grande fiume. Muovendo da quella di Dnepropetrovsk, negli ultimi giorni di quel tiepido settembre il Corpo di Spedizione Italiano in Russia, affiancato dal XIV corpo corazzato tedesco, affrontò la prima azione di una certa rilevanza tattica occupando la città di Petrikovka, poco a est del Dnepr. Fu un buon successo militare e strategico: gli Italiani fecero 10.000 prigionieri e si impadronirono di molte armi e materiali, subendo la perdita, relativamente piccola, di 300 uomini fra morti e feriti. Dopo questa brillante operazione il corpo di spedizione italiano si trovò però nuovamente alle prese con il solito problema della scarsa mobilità, che affliggeva in modo particolare la divisione "Torino". Infatti i Sovietici, perse Poltava e Kiev, effettuarono una vasta ritirata per guadagnare tempo, e i Tedeschi, incuranti che i loro alleati potessero sostenere la stessa velocità di marcia, si lanciarono al loro inseguimento.
Gli Italiani, in buona parte appiedati restarono molto indietro e sempre più lontani dal fronte di attacco che continuava a spostarsi sempre più ad est e sempre più velocemente. Tutte e tre le divisioni italiane, con gravi disagi e notevoli sacrifici, riuscirono tuttavia a partecipare alla nuova fase operativa, raggiungendo il 10 ottobre Pavlograd, 100 km a est del Dnepr. Subito dopo l'intero Corpo d'Armata ricevette l'ordine di prendere parte, con gli alleati Tedeschi, alla battaglia per Stalino (poi chiamata Doneck). La divisione "Torino" non riuscì però a giungere in tempo: non si poteva infatti pretendere che i nostri soldati marciassero alla stessa velocità delle divisioni motorizzate e corazzate tedesche, per più di 200 km e per giunta in condizioni meteorologiche che già in quei giorni erano mutate (dopo un'estate calda e polverosa) e preannunciavano il rigidissimo inverno russo. Gli Italiani vennero schierati su una lunga linea che andava da Gorlodka a Kirovo, a nord di Stalino, ma i loro rifornimenti, e in parte le artiglierie, erano ancora ben lontani alle loro spalle, disseminati, anche disordinatamente, per una profondità di 300 km nelle retrovie e nei punti di smistamento. Comunque in breve tempo, le nostre truppe, presidiando il loro settore del fronte, in mancanza di meglio, come accantonamenti si videro obbligati e scegliere le isbe dei villaggi. Dalla popolazione locale, gli italiani, erano generalmente accolti (o sopportati) decisamente meglio dei loro camerati germanici, troppe volte gratuitamente violenti e prepotenti. Il problema fondamentale restava quello di fortificare anche solo sommariamente i vari villaggi occupati, prima di insediarvisi, e questo doveva esser fatto, data la natura del terreno della steppa ucraina e l'evolversi continuo e instabile del fronte, sotto la minaccia persistente del fuoco nemico. A novembre, un violento contrattacco sovietico (a ragione i Russi confidavano nel "Generale Inverno") chiuse temporaneamente in una sacca un reggimento di fanteria italiana che, dopo aspri combattimenti riuscì a fatica a liberarsi dall'accerchiamento. Intanto, su quelle piatte pianure sferzate dal gelido e tagliente vento del nord, la temperatura era scesa vertiginosamente: in media oscillava tra i 28° e i 35° sotto zero, con punte (tutt'altro che rare) anche di meno 50°.
Dopo il contrattacco russo di fine novembre, il comando italiano, nella prima metà di dicembre, si assicurò una buona linea difensiva. Per compiere questa stabilizzazione (invernale) del fronte dovette essere impegnato tutto il CSIR, in particolare la divisione "Torino" che, appoggiata dalla 111a divisione tedesca, per giorni fu duramente impegnata in una battaglia che costò alle forze italiane ben 2.000 fra morti, feriti e (specialmente) congelati. A questo punto, il generale Messe informò il comando tedesco che il CSIR non poteva, come gli si chiedeva, avanzare ulteriormente verso est e tentare di sfondare le linee russe che si erano fortificate su un lungo fronte ben organizzato e fortemente difeso da carri, artiglieria e truppe fresche. D'altronde, il Corpo Italiano doveva combattere in condizioni di grave e documentabile inferiorità, sia nei confronti dei nemici sovietici sia dei (ben attrezzati) camerati tedeschi (e questo doveva valere per tutta la disastrosa campagna di Russia). I ritardi e le difficoltà nei collegamenti con i centri di sussistenza fecero in modo che gli scarponi adatti al rigido clima e al terreno fangoso o gelato, che pure erano stivati in gran quantità nei magazzini divisionali, non vennero distribuiti. I casi di congelamento ai piedi furono tra le cause maggiori di inabilità al combattimento per molti soldati italiani che dovettero essere ricoverati o ritirati dal fronte. Anche i mezzi meccanici subirono le rigidissime temperature e scarseggiando o essendo del tutto assente il liquido anticongelante gli autocarri si bloccavano con i radiatori fuori uso e i pochi carri medi utilizzabili, così come i cannoncini controcarro da 37 poco o nulla potevano contro gli enormi T34/85 da 31,5 tonnellate sovietici, armati di un potente e veloce cannone da 85mm, oltre alle mitragliere, con una corazzatura spessa fino a 75mm e specialmente dotati di larghi cingoli con i quali potevano affrontare qualsiasi tipo di terreno senza impantanarsi o scivolare sulla neve ghiacciata. Una magra consolazione per i nostri soldati derivava dal fatto che quasi nella stessa difficile e aleatoria situazione di precarietà si trovavano anche molti mezzi (terrestri e aerei) degli organizzatissimi alleati Tedeschi che avevano (erroneamente) programmato la sconfitta dei russi prima dell'arrivo della stagione invernale e non avevano avuto modo di rifornire le proprie truppe di tutto il materiale necessario a trascorrere un inverno russo all'attacco e non rintanati e immobilizzati, in cerca di protezione dal freddo e dalla neve, su un fronte così sterminato.
Il giorno di Natale del 1941 un corpo d'armata sovietica formato da 3 divisioni di fanteria e da 3 di cavalleria, attaccò di sorpresa il settore tenuto dagli Italiani. La divisione più pesantemente e pericolosamente impegnata fu la "Celere". Dopo aver respinto il massiccio attacco dei russi, gli Italiani, che avevano dovuto cedere alcuni villaggi fortificati, passarono addirittura al contrattacco mettendo in opera una campagna che iniziò il giorno dopo Natale e si protrasse fino all'ultimo giorno dell'anno, ristabilendo e addirittura migliorando la situazione precedente. I Sovietici, in questa azione, persero 2000 morti e 1200 prigionieri. Pesante purtroppo anche il bilancio per gli italiani: i morti e i feriti furono 1500, in maggioranza fra i reparti della "Celere". Probabilmente in seguito a una richiesta avanzata da Hitler all'inizio del 1942, in previsione di una nuova massiccia fase offensiva generale che l'alto comando tedesco aveva programmato, tra gennaio e luglio il CSIR venne integrato con l'invio di cospicui rinforzi. Nacque così, ufficialmente il 9 luglio, l'VIII armata chiamata anche Armata Italiana in Russia (ARMIR) che ormai era composta da ben 10 divisioni e 230 000 uomini. Il vecchio CSIR venne trasformato nel XXXV corpo d'armata a cui venne aggiunto il II corpo d'armata, che a sua volta era formato dalle divisioni "Ravenna", "Sforzesca" e "Cosseria". Le "nuove" truppe italiane arrivarono a Stalino ai primi di luglio e il corpo d'armata alpino, con le leggendarie divisioni "Tridentina", "Julia" e "Cuneense", giunse sul fronte tra la fine luglio e la prima metà di agosto. Tra questi alpini moltissimi erano i camuni. Intanto la I e la XVII armata tedesca erano già avanzate profondamente in territorio sovietico verso Rostov, e la VI puntava velocemente e senza incontrare molta resistenza, sulla fatale Stalingrado. Completava la grande armata italiana una divisione autonoma, la "Vicenza". Le manchevolezze erano comunque le solite: discrete le armi portatili, insufficienti e antiquate le artiglierie, specie i cannoni controcarro, del tutto inadeguati i carri armati, troppo leggeri, scarsi di numero e per giunta, colmo dell'ironia, essendo in origine destinati al fronte africano e dunque mimetizzati con colorazioni "sabbia" per il deserto, erano perfettamente visibili, anche a grande distanza, sia sulla neve sia contro il verde della vegetazione. La nuova VIII armata italiana venne impegnata per la conquista del bacino minerario di Krasnaja Poljana, e la divisione "Celere" da metà luglio a metà agosto combatté, con ottimi risultati, a fianco dei Tedeschi, per ridurre la testa di ponte che i sovietici erano riusciti a stabilizzare a Serafimovic, a nord-ovest di Stalingrado, su cui seguitava a premere, in forze, la VI armata tedesca.
Le unità italiane vennero schierate lungo il corso del Don, e su di esse si abbatté, il 20 agosto, una veemente controffensiva nemica, che riuscì ad aprire una breccia nello schieramento della "Sforzesca". A contrastare il passo alle truppe nemiche in quel settore vi erano due reggimenti di cavalleria, il "Savoia" e il "Novara", il primo dei quali fu protagonista, il 24 agosto, di quella che resterà l'ultima carica nella storia militare italiana: 500 cavalleggeri, completamente circondati dal nemico, andarono all'assalto dei giganteschi carri armati e delle numerose mitragliatrici con i soli moschetti e le sciabole: la sorpresa tra il nemico per l'ardire di questa azione, fu tale che i "Savoiardi" riuscirono a sbaragliare ben 2.000 Sovietici che erano ben protetti da due forti linee trincerate.

Questa azione fu citata con enfasi sui bollettini di guerra sia italiani che tedeschi. I camerati teutonici erano rimasti particolarmente colpiti dal coraggio dimostrato dagli italiani e manifestarono la loro ammirazione con lunghi articoli sulla stampa, nei bollettini radio e nei cinegiornali che vennero ripresi e ulteriormente propagandati da quelli del regime fascista. Le unità dell'ARMIR, dispiegate su un fronte che tutti consideravano (e sapevano) troppo esteso, lungo gran parte del Don, avrebbero dovuto ricevere l'aiuto di 3 divisioni tedesche autotrasportate ed essere protette da una possente divisione corazzata pure tedesca, che avrebbe dovuto spostarsi velocemente e accorrere nei punti più delicati della linea difensiva, come era stato previsto dai piani elaborati dagli stati maggiori riuniti italo-tedeschi. In realtà, in linea arrivò solo una delle divisioni tedesche promesse, e venne schierata nel punto più "ristretto", al centro del fronte tenuto dagli italiani, fra la "Pasubio" e la "Ravenna". La linea da presidiare era dunque lunghissima: l'ala sinistra era difesa dal corpo d'armata alpino (in cui moltissimi camuni vestivano la divisa e portavano il celebre cappello con la penna), la destra era "coperta" dalla "Celere" e dalla "Sforzesca". Gli Italiani (gli ungheresi, i rumeni e pochi tedeschi) dovevano montare la guardia al placido Don, in buche-rifugio, secondo una disposizione "a riccio", con capisaldi necessariamente distanziati l'uno dall'altro, lasciando, per forza di cose, varchi nei quali, di notte, si potevano infiltrare le pattuglie sovietiche. E' su questo schieramento troppo rado e fragile che l'11 dicembre (1942) venne sferrata un'altra possente offensiva.
Approfittando del fatto che il Don fosse gelato e la crosta di ghiaccio avesse raggiunto un notevole spessore e sopportasse dunque grandi pesi, due armate sovietiche con 500 carri medi e pesanti e 2500 cannoni mobili si spinsero verso le linee dei nostri soldati. Dopo cinque giorni di strenua resistenza, quando la "Ravenna" e la "Cosseria" erano rimaste senza munizioni, l'attacco sovietico, incrementato da incessanti bombardamenti terrestri e aerei, travolse prima la "Ravenna" e la "Cosseria", poi la "Pasubio" e la "Celere", che venne praticamente sterminata insieme con la divisione tedesca. Incominciò una terribile e disordinata fuga, che vedeva Italiani, Tedeschi, Rumeni e Ungheresi trascinarsi confusamente, sotto il fuoco nemico e in tremende condizioni climatiche, verso una remota, lontanissima salvezza che distava centinaia di Km di gelata tundra percorsa dai carri nemici e battuta dagli aerei russi. In linea restò, completamente solo e isolato, il corpo d'armata alpino (quanti bresciani, bergamaschi, piemontesi, veneti !), affiancato da due battaglioni tedeschi, che si batté eroicamente (ammetteranno i Russi: "Gli unici soldati italiani che non abbiamo vinto sono stati gli alpini") fino al 17 gennaio, quando già ormai da tre giorni i Sovietici si trovavano a 80 km alle sue spalle. Due giorni dopo iniziò la ritirata dei 60.000 alpini superstiti, che nella loro "marcia della morte" dovettero più volte aprirsi la strada combattendo contro le preponderanti forze nemiche.
L'episodio più eroico, importante ed esaltante di tutta la ritirata, fu certamente la battaglia di Nikolajewka, combattuta strenuamente il 27 gennaio 1943 (4 giorni prima della capitolazione tedesca a Stalingrado). Nel freddo polare, una colonna di alpini, quasi completamente disarmati riuscì a sfondare un massiccio schieramento di carri pesanti e artiglierie sovietici, creando una profonda breccia che consentì a buona parte di quanto restava dell'VIII armata di raggiungere la salvezza. Dopo un calvario lungo 350 km, la "ritirata di Russia", per i nostri alpini, terminò il 30 gennaio con lo sganciamento dalle truppe nemiche e una momentanea stabilizzazione del fronte. Tra incredibili difficoltà e enormi sacrifici, nella grande ritirata di quel terribile inverno russo, la "Julia" perse 12.350 uomini, la "Tridentina" 11.800, la "Cuneense" quasi 20.000. Le perdite nell'intero corpo di spedizione italiano furono anche molte altre e forse non saranno mai esattamente precisate. Migliaia di soldati di altre unità persero la vita a causa degli attacchi nemici o del freddo e degli stenti: mai l'esercito italiano soffrì in così pochi giorni una simile ecatombe di uomini e mezzi. Dei 230.000 uomini che componevano l'ARMIR tornarono a calcare il suolo della patria meno della metà. Molti, moltissimi rimasero minati profondamente nel fisico per le ferite e per i numerosi casi di congelamento che portarono anche a gravi amputazioni e pesanti traumi. L'ultima tradotta, con tanti alpini camuni, partita dalle lontane terre dello sterminato est sovietico, arrivò in Italia solo verso la metà di maggio, a distanza di neanche due mesi dallo sbarco alleato in Sicilia e dalla caduta di Mussolini. Le vicende di quei tristi lunghissimi e freddissimi giorni sono state ricordate da innumerevoli racconti che hanno sempre sottolineato la forza d'animo degli alpini e le indicibili sofferenze che questi ebbero a sopportare per potersi ritirare, abbandonati da tutti e circondati da forze nemiche enormemente più possenti e meglio equipaggiate, e fare ritorno in patria. Molti Camuni furono protagonisti di quelle tragiche vicende e in molti morirono di fame, di cancrena da congelamento e di ferite, di dissenteria, di assideramento. Molti furono anche quelli che, per aprire una via di fuga ai camerati si buttarono all'assalto delle truppe russe e sacrificarono la loro vita per poter permettere agli altri di passare. Furono tanti gli atti di eroismo che non verranno mai ricordati ma che resteranno per sempre sepolti sotto una silenziosa e uguale per tutti, amici e nemici, coltre di neve bianca macchiata da tanto sangue. Tanti episodi, piccoli e grandi, ma sempre di indicibile sofferenza, ci sono stati raccontati impressi nella memoria di quelli che sono tornati e che, per nostra fortuna, non hanno permesso, con la loro testimonianza, che tutto venisse dimenticato. Intanto, a migliaia di chilometri di distanza, nel torrido mese di luglio nella caldissima Sicilia, gli alleati, come già detto, erano sbarcati sul territorio nazionale e, con questa azione militare, portarono indirettamente alla caduta del regime fascista.
Il 25 luglio, a poche ore di distanza dalla riunione del Gran Consiglio che aveva messo in minoranza Mussolini, vi fu, su ordine del re Vittorio Emanuele III, l'arresto del Duce e sempre su ordine del re il giorno dopo (26 luglio) vennero sciolte tutte le organizzazioni fasciste ponendo ufficialmente termine a un ventennio di dittatura. Gli italiani alla lettura del confuso e vago proclama del Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio (che il re aveva nominato nuovo capo del governo) sulle dimissioni di Mussolini e la sua nomina a capo del governo, trasmesso in continuazione alla radio, pensarono che la guerra fosse finita e vi furono scene di giubilo in tutte le piazze e in ogni paese e ovunque vennero abbattuti i simboli mussoliniani e fascisti.
Ma la guerra, invece, non era finita e solo l'8 novembre, dopo un troppo lungo periodo di incertezze, insicurezze, ordini e contrordini che portarono allo sfascio l'esercito italiano e l'intera nazione, venne sottoscritto, a Cassibile, l'armistizio senza condizioni, con gli Alleati che già occupavano buona parte del sud Italia. I tedeschi, che praticamente erano presenti già con numerose divisioni nella nostra penisola, approfittando della confusione generale e del totale abbandono in cui le forze armate italiane erano state lasciate dopo la caduta di Mussolini e del suo governo, inviarono altri contingenti di truppe corazzate che, quasi senza incontrare resistenza, presero il totale controllo del territorio nazionale. Nel breve volgere di pochi giorni da camerati i tedeschi divennero i nemici a cui, secondo gli appelli del nuovo governo e dei nuovi alleati, si doveva opporre resistenza. In quel frenetico e caotico breve periodo molti reparti dell'esercito italiano si sciolsero spontaneamente e molti giovani militari, buttando la divisa, cercarono disperatamente, con ogni mezzo, di tornare verso le proprie case e i propri paesi. Tanti soldati che non avevano abbandonato il proprio reparto vennero, dai tedeschi, sorpresi nelle caserme o rastrellati nelle città o campagne, disarmati e rinchiusi su tradotte o treni che avevano per destinazione i campi di lavoro o di concentramento la Germania. Questi, forzosamente deportati, in pochi giorni, furono in totale più di seicentomila, tra soldati, sottufficiali e ufficiali. Contemporaneamente quelli che erano riusciti a scappare agli arresti e ai fermi andarono ad ingrossare le già consistenti file degli sbandati e di quelli che si erano dati alla macchia per sfuggire alla coscrizione o al lavoro obbligatorio. Nessuno sapeva come comportarsi e la confusione era totale: anche la Valle Camonica, solo tre giorni dopo la firma dell'armistizio, venne occupata militarmente dalle truppe tedesche e divenne a tutti gli effetti terra sotto la giurisdizione germanica. I comandi territoriali tedeschi emisero subito delle direttive e delle ordinanze in cui veniva ricordato che "ogni cittadino è responsabile della sicurezza della casa, del villaggio e delle cose utili alla comunità, in ogni Comune tutti gli uomini validi dai 18 ai 50 anni sono obbligati a prestare servizio di vigilanza agli obiettivi di importanza militare e civile ...".
I giovani e gli uomini adatti al lavoro o alle armi erano però praticamente spariti dalla circolazione, anche perché vi era un ordine del comando supremo dello stato maggiore tedesco che ordinava a tutti coloro che erano ritenuti abili o che stavano prestando il sevizio militare, di presentarsi presso il più vicino ufficio di leva per ricevere ordini ed essere poi inquadrati in nuovi reparti che i tedeschi avevano intenzione di organizzare in Germania e di inviare sui vari fronti (meno quello italiano). Visto lo scarso entusiasmo che aveva suscitato, tra la popolazione, l'occupazione dei camerati tedeschi e, tra i coscritti, la scarsa risposta alle precedenti ordinanze, ma specialmente la protezione che la gente offriva spontaneamente ai militari alleati che si trovavano sul territorio occupato dai nazisti, le minacce divennero ben più consistenti e in un altro manifesto venne stabilito che: "Chiunque presti aiuto in qualsiasi modo a prigionieri di guerra evasi dai campi di concentramento o dai luoghi di pena ove sono custoditi, e chiunque presti aiuto o conceda ospitalità ad appartenenti alle forze armate nemiche allo scopo di facilitare la fuga o di occultarne la presenza, è punito con la pena di morte."
Il 12 novembre 1943 Mussolini fu liberato dalla sua prigione posta sul Gran Sasso con un audace, rapidissimo e incruento colpo di mano da parte di una squadra di paracadutisti tedeschi.

L'episodio, clamoroso specie per le conseguenze politiche che produrrà, fu sbandierato ed esaltato dalla propaganda nazista ed ebbe vastissima eco: lo stesso giorno, appena giunto in aereo a Monaco di Baviera, accolto da Hitler, il Duce annunciò immediatamente (spinto e obbligato dall'ingombrante alleato) la ricostituzione del partito fascista e il proseguimento della guerra a fianco dei nazisti. Il 23 (novembre 1943) Mussolini, ormai completamente in balia dei nazisti, dette vita alla Repubblica Sociale Italiana e, dopo che gli fu negata come capitale Milano, fu obbligato a stabilire la sede di tutti i suoi ministeri in vari paesi sparsi sulle rive del lago di Garda, da qui il nome di "Repubblica di Salò" e il soprannome dato ai fascisti aderenti a questa istituzione: "Repubblichini".
Furono tanti i giovani e le giovani che, avendo assorbito la propaganda fascista durante gli ultimi vent'anni, e credendo nei valori che questa aveva loro inculcato, si "sentirono moralmente obbligati" a difendere il Duce e il suo regime e fecero coscientemente la scelta di vestire le nuove nere divise delle forze armate fasciste.
Molti altri giovani e numerosi ex-militari che non vollero aderire (per scelta politica) alla RSI di Mussolini si videro costretti, per non subire pene pesantissime (anche la morte), a darsi alla macchia e andarono ad ingrossare le file dei "ribelli" che stavano già agendo clandestinamente, come squadre armate e operative, dall'indomani della caduta del fascismo. Alla dissoluzione del regime fascista si era intanto costituito il Comitato di Liberazione Nazionale (CNL) con i principali partiti antifascisti che tornavano alla luce dopo un ventennio: PCI, DC, Partito d'Azione, PSIUP,PLI e Democrazia del Lavoro. Anche in Valle Camonica alcuni giovani e militari camuni fuggiti dai reparti o che erano riusciti a tornare a casa erano tenuti nascosti dalla popolazione malgrado la pericolosità di tale azione. Visti però i continui controlli, rastrellamenti e arresti effettuati dalle squadre nazi-fasciste, la maggior parte fuggirono sui monti divenendo "ribelli" (e "partigiani").
Altri invece, seguendo o l'interesse del momento o, in molti casi, anche la propria fedeltà al quel regime (impersonato dal Duce) sotto cui erano cresciuti e in cui avevano creduto, rispondendo alla chiamata di Mussolini, si arruolarono nelle schiere repubblichine. Come in tutto il territorio nazionale occupato dai tedeschi, a similitudine di quanto già accadeva in Jugoslavia e in Francia e in altre terre occupate dai nazisti e dai fascisti, il movimento partigiano aveva posto le sue prime radici e, come in altre valli alpine si stava consolidando anche in Valle Camonica: la data ufficiale della nascita, in zona Camuno Sebina, delle prime iniziative anti nazi-fasciste potrebbe essere fatta risalire al 5 novembre (1943) quando il tenente degli alpini Romolo Ragnoli, giunse clandestinamente a Cividate e si fece riconoscere dall'arciprete, don Carlo Comensoli, mostrando al sacerdote una mezza lira di carta, segno stabilito per l'identificazione tra i "ribelli". Ragnoli si mise subito al lavoro e, ottimo organizzatore, in poco tempo stese un primo piano generale in cui venivano gettate le basi per una reale pianificazione delle truppe partigiane (che fino ad allora avevano agito indipendentemente e si erano mosse in modo non coordinato e senza precisi obbiettivi) e delle zone di operatività dividendo la Valle in vari settori che presero i nomi delle varie montagne. Molti dei partigiani operavano in zone a loro conosciute poiché in gran parte erano militari alpini che, prigionieri di guerra, erano riusciti a scappare dai campi di concentramento durante la confusione seguita ai fatti dell'8 settembre.
Molti dei partigiani operanti in zona non erano camuni ma si erano fermati in valle poiché, nella loro fuga, tentando di raggiungere la neutrale (e tanto agognata) Svizzera, erano transitati dalle nostre contrade e, dati i pressanti e continui controlli nei pressi delle frontiere, non erano riusciti a proseguire e a passare il confine. Proprio per questi motivi (la vicinanza alla Val Tellina e alla Svizzera) le prime formazioni partigiane camune incominciarono ad operare sui monti intorno a Sonico, in val di Corteno e al confine con la stessa Val Tellina e sulle montagne sopra Bienno e verso il passo di Crocedomini. Altri si fermarono in valle volontariamente per operare contro gli invasori tedeschi e i fascisti. Gli scontri a fuoco fra i "ribelli" partigiani ed i nazi-fascisti divennero sempre più numerosi e frequenti e molti furono i morti e i feriti da entrambe la parti e come sempre accade nelle guerre fratricide, troppe volte l'odio rimarcato divenne più profondo e cattivo che non contro un nemico sconosciuto, proprio perché rivolto verso persone conosciute o vicine. Le azioni di sabotaggio da una parte e di rappresaglia dall'altra si caricarono di disprezzo per la vita dei nemici che molte volte potevano essere dei conoscenti, dei compaesani, degli amici d'infanzia e forse anche parenti. Molti furono gli episodi che nei restanti due lunghissimi anni di occupazione e di guerra partigiana meriterebbero di essere raccontati in questa breve storia della Valle Camonica: ne ricordo (purtroppo) solo alcuni che hanno lasciato un segno profondo per il modo in cui si svolsero i fatti o vennero tramandati nel racconto dei presenti e dei superstiti. Verso la fine del 1943 tra le forze partigiane camune si sparse la notizia che Ferruccio Lorenzini, l'organizzatore ed il comandante del primo nucleo partigiano "Fiamme Verdi" della Valle Camonica era stato catturato dei fascisti. La cronaca di quell'arresto divenne quasi leggenda tra i tanti ricordi di quei terribili anni: la generosità e la cavalleria, tradizionali sentimenti radicati nel profondo dell'animo per un ufficiale del Regio esercito, furono le cause dirette che portarono alla cattura e che persero il colonnello Lorenzini e i suoi uomini. La mattina dell'8 dicembre due militari fascisti erano stati catturati dai partigiani e avevano, dal Lorenzini, avuto salva la vita. Invece di mantenere la solenne promessa del silenzio, a cui si erano impegnati, indicarono immediatamente ai comandi repubblichini della zona, la posizione del gruppo, che, sebbene avvertito tempestivamente, venne circondato in località San Giovanni Pratolongo di Terzano proprio mentre si accingeva a trasferirsi altrove. Tutti i partigiani caddero prigionieri e il Lorenzini venne condotto a Darfo, sede del comando fascista della zona, dove fu pubblicamente bastonato insieme ad alcuni dei suoi, poi, legato mani e piedi, fu messo alla berlina sulla pubblica piazza e quindi portato dal Municipio alla Casa del Fascio tra i pesanti insulti ed i colpi inferti dai fascisti locali, uomini e donne. Condotto a Brescia, il 31 dicembre il colonnello Ferruccio Lorenzini venne fucilato.

Anche in Valle Camonica il 1944 si aprì con continue e pesanti azioni di polizia condotte da forti contingenti di squadre di fascisti che operavano nel solco dell'Oglio e sull'alto Sebino. Improvvisi rastrellamenti erano condotti nottetempo e molti paesi vennero frugati minuziosamente casa per casa, stalla per stalla, fienile per fienile. Chi cercava di fuggire alle (troppe) angherie e ai severi controlli veniva raggiunto e molte volte ucciso con colpi di arma da fuoco. L'ordine impartito da una circolare del nuovo ministero degli interni della RSI era quello di sparare a vista su chi scappava o anche solo dimostrava terrore o timore durante le perquisizioni o i fermi di polizia. Spesso, seguendo ciecamente questa direttiva, vennero colpiti anche ragazzi molto giovani e certamente delle persone innocenti e che nulla avevano a che fare con i "ribelli" partigiani o con il nemico.
A Verona, il 16 marzo venne fucilato Peppino Pelosi che era stato catturato, durante dei rastrellamenti, sulle montagne sopra Lovere ed era stato in un primo momento tradotto nelle carceri di Brescia. In aprile, a Berzo Inferiore in Val Grigna, un normale pattugliamento notturno si trasformò in un grave episodio che sfociò in una vera e propria tragedia: alcuni ragazzi che erano di ritorno da una veglia in stalla del paese furono sorpresi per strada dalla milizia fascista che ordinò loro di fermarsi e di farsi riconoscere. I ragazzi, tutti in giovanissima età, certamente terrorizzati, si diedero alla fuga per le vie del paese ma vennero inseguiti dai miliziani che, forse sospettando si trattasse dei "ribelli" che avevano compiuto alcuni giorni prima della azioni di sabotaggio sopra Bienno, aprirono il fuoco con i mitra. Due ragazzi vennero colpiti e morirono immediatamente mentre un terzo, che cercava di fuggire arrampicandosi su una pianta fu crivellato da una lunga scarica di mitra. Sul suo corpo furono contate ben diciotto ferite prodotte dai colpi delle pallottole. Alcuni fascisti bresciani, fingendosi ribelli e partigiani, avevano organizzato un eterogeneo gruppo che girando sui monti e per i paesi cercavano di trarre in inganno abitanti, contadini, pastori e mandriani, che poi, in alcuni casi, dovettero pagare con la vita la loro generosa ma ingenua o incauta offerta di aiuto e cibo (o anche il fatto che fossero obbligati con la forza a fornire aiuto). Anche alcuni sacerdoti si erano schierati dalla parte dei partigiani e il 20 maggio, un gruppo di "repubblichini", sporchi e malvestiti allo scopo di farsi credere ribelli, si presentò al parroco di Zazza (frazione di Malonno), don Battista Picelli, chiedendo aiuto e riparo. Il sacerdote credendo che si trattasse di poveri sbandati affamati e stanchi, si prestò subito a sfamarli con quel poco di vivande che aveva in casa, incoraggiandoli e facendo loro intendere di avere sentimenti tutt'altro che benevoli verso i nazi-fascisti. Quando don Picelli, avendo tardivamente capito con chi realmente aveva a che fare e intuendo l'amara verità, cercò di fuggire attraverso i campi alcune raffiche di mitra lo colpirono alla schiena ed il prete spirò ai margini di un piccolo campo di grano che era da confine tra la chiesa ed il piccolo cimitero. Molto scalpore destò questo sanguinoso episodio poiché la popolazione locale era ancora legatissima al clero che in molti casi restava l'unico punto di riferimento in un periodo molto tribolato. Anche i partigiani, dal canto loro, misero in campo numerose azioni contro i nazi-fascisti e in alcuni casi sabotarono tralicci di linee elettriche, organizzarono assalti ad alcuni magazzini militari e polveriere e a depositi di armi e attaccarono perfino alcune caserme di miliziani uccidendo italiani fascisti e militari o poliziotti tedeschi. Le risposte dei repubblichini e dei loro alleati germanici erano di solito immediate e le rappresaglie divennero sempre più ostinate, dure, crudeli e pesanti specialmente per l'inerme e incolpevole popolazione.
La spirale dell'odio si accrebbe, come un fatto specifico incontrollabile (e che nessuno, da entrambe le parti, voleva più controllare) e la contrapposizione si fece via via più spietata e infame. Forse il fatto di sangue più emblematico della situazione che si era creata in Valle Camonica (ma non solo in questa valle) fu quello accaduto il 3 luglio 1944 a Cevo, all'imbocco della valle di Saviore. La cronaca di quell'episodio può essere rivissuta con chiarezza nel racconto di un testimone (e riportato dallo storico Lanzetti): "Comincia a far chiaro, saranno forse le tre e mezzo. In paese c'è un morto: il partigiano Monella..., caduto nel tentativo di disarmare i fascisti dislocati alla centrale elettrica di Isola. Lo vegliano a turno i diciassette compagni della 54° brigata "Garibaldi...". D'improvviso, le sentinelle disposte sulla valle danno l'allarme. E' un reggimento (di camicie nere) che avanza da più direzioni per accerchiare il paese: una morsa che si strinse su ordini prestabiliti, piste precise, indicazioni di spie. I "garibaldini" piazzano un fucile mitragliatore in cima alle case, vicino alla pineta, e un altro più in basso: così controllano la strada principale, dominano la situazione. Fino alle 7, niente da fare per le baldanzose truppe salite ad assediare Cevo... Alle 9 e mezzo, i garibaldini...si aprono un breccia in mezzo alla sparatoria che ormai sconquassa il centro del paese...Cevo è in preda alle fiamme provocate dagli scoppi sempre più spessi e furiosi". Poi i fascisti fanno passare le case ad una ad una. S'imbattono in Cesarino Monella e lo uccidono sul posto; vedono aprirsi l'uscio di una baita, vi sparano dentro ed ammazzano Francesco Biondi; Giacomo Monella si precipita giù in mezzo agli orti, verso la strada di sotto, ma una raffica di mitra lo raggiunge ed uccide. Il giovane Giovanni Scolari (18 anni) è preso e condotto "in giro fino a Saviore con un cartello derisorio sulla schiena". Legato ad una sedia, viene ucciso e fatto rotolare giù per il prato. Domenico Polonioli, ferito ad una gamba ed alla schiena, preferisce suicidarsi anzichè cadere nella mani delle camicie nere. E quando la furia fascista cessa d'imperversare, Cevo appare irriconoscibile: 151 case sono completamente distrutte ed altre 48 rovinate; 165 famiglie vivono ai margini della pineta in rifugi di fortuna; 800 abitanti su 1000 sono senza tetto." Un altro duro colpo venne inferto ai partigiani camuni dalle truppe di occupazione germaniche in quel caldissimo mese di luglio: Antonio Lorenzetti di Artogne, uno delle più note fiamme verdi camune, fu sorpreso da un plotone di soldati tedeschi che erano in perlustrazione, circondato, resistette coraggiosamente a lungo al fuoco dell'avversario, finchè, ferito gravemente ad una gamba e impossibilitato a fuggire, fu catturato. I fascisti pretesero la sua consegna e subito dopo lo portarono nella Casa del fascio di Darfo, dove venne fucilato.
Il 4 agosto (1944) Antonio Schivardi, notissima medaglia d'oro al valore militare, uno dei più rispettati e seguiti comandanti partigiani che agivano in alta Valle Camonica, con alcuni compagni, si era posto in osservazione a controllo della strada Edolo-Aprica nei pressi della chiesa di Santicolo posta ai margini dell'abitato. Su questa importante arteria che collegava la Valle Camonica con la Val Tellina e la vicina Svizzera transitavano spesso colonne o mezzi tedeschi e anche quel giorno tre macchine con a bordo alcuni sottufficiali e soldati germanici stavano arrancando sui numerosi e stretti tornanti. I partigiani, armi in pugno, misero in opera un attacco. Ma, mentre stavano disarmando gli occupanti delle vetture, all'improvviso e senza che potesse essere avvistato prima, sopraggiunse un contingente autotrasportato di militari nemici che immediatamente, intuita la situazione, aprirono un violento fuoco di fucileria e di armi automatiche. Allora lo Schivardi, visto che la situazione si stava facendo oltremodo pericolosa e, constatata la notevole differenza di potenza di fuoco tra i partigiani e i tedeschi e che questo scontro poteva trasformarsi in una inutile strage per suoi uomini, diede ordine che il suo gruppo si sganciasse, portando con se prigioniero un maresciallo tedesco. Lui invece, coraggiosamente, rimase deliberatamente solo a copertura degli altri cercando un riparo e aprendo un nutrito fuoco finchè finì tutte le munizioni. A quel punto di militi tedeschi, avvicinandosi cautamente all'inerme e indifeso Schivardi, freddamente, senza alcuna pietà, lo colpirono e lo raggiunsero ripetutamente con numerose raffiche di armi automatiche. Nel settembre di quell'interminabile 1944, alcuni gruppi organizzati di partigiani che avevano il loro campo d'operatività in alta Valle Camonica, con un'azione che fece molto clamore e che ricalcava fatti simili che erano segnalati in altre vallate alpine (Piemontesi e Lombarde), scacciarono i funzionari del fascio ed instaurarono un governo provvisorio basato sui principi fondamentali della democrazia.
A Pontedilegno, dopo aver allontanato il podestà fascista e i suoi uomini, vennero riuniti tutti i capifamiglia e si procedette alla elezione del sindaco e di una giunta comunale. Poco dopo negli altri più importanti centri della zona, ad Incudine, a Vezza d'Oglio, a Vione ed in altri comuni, con lo stesso sistema, vennero elette le nuove amministrazioni. Alcuni partigiani, i politicamente più impegnati e preparati, vennero incaricati di spiegare alla gente come si dovevano svolgere e quali erano le regole per le elezioni in regime di democrazia: moltissimi Camuni non ricordavano certo più, dopo un ventennio di dittatura, come un processo democratico e popolare, come le elezioni dirette, fosse un fatto fondamentale e significativo per sentirsi uomini liberi.
Quasi contemporaneamente a questi fatti in bassa Valle Camonica un altro tra i più noti e stimati partigiani camuni, Luigi Ercoli di Bienno, fu catturato dalle "brigate nere", venne arrestato e immediatamente trasferito, sotto forte scorta, a Brescia dove fu rinchiuso nelle carceri giudiziarie. In quei tetri locali venne sottoposto, per giorni, a terribili torture e a lunghi interrogatori perché rivelasse i nomi dei compagni di lotta partigiana in terra camuna e i suoi contatti con le altre squadre operanti nelle altre vallate bresciane e bergamasche. Nulla di importante venne raccontato ai suoi aguzzini italiani e tedeschi ed Ercoli, prostrato nel corpo per le percosse e nell'animo per le umiliazioni psicofisiche, venne trasferito nel famigerato campo di concentramento di Melk (Germania) dove, poco dopo, morì anche a causa della fame, del freddo e dei postumi delle torture. Un'altra pesante rappresaglia fascista avvenne verso la fine dell'anno sull'alto Sebino.
Nei pressi di Corti di Costa Volpino (che allora era comune di Lovere) alcuni appartenenti alle "brigate nere", per vendicare un'imboscata in cui avevano perso la vita due loro camerati, incendiarono parecchie case nelle piccole frazioni di S. Antonio e di S. Rocco: circa trecento persone furono così completamente private di ogni bene e rimasero completamente sul lastrico. Il maestro Giacomo Cappellini, molto noto in valle anche prima della guerra, si era dato alla macchia con altri giovani del suo paese e, il 21 gennaio 1945, a Laveno in valle di Lozio, fu sorpreso da una grossa pattuglia di fascisti. Si accese un fitto scambio di colpi e, il Cappellini, per coprire la ritirata verso un luogo più sicuro, rimase ferito gravemente e fu impossibilitato a fuggire. Riuscì comunque a permettere la fuga di un suo compagno ma venne catturato e fu portato nello stesso carcere che, alla fine del 1943, era stato il luogo di pena del colonnello Ferruccio Lorenzini. Anche lui subirà numerosi interrogatori e molte violenze e il 24 marzo, senza aver nulla rivelato ai suoi aguzzini, venne fucilato sull'orlo di quella grande trincea che fu poi chiamata "la Fossa dei Martiri". Ma, malgrado i duri colpi sofferti, la lotta dei "ribelli" continuava e anzi obbligatoriamente (vista la situazione generale) si intensificava. Ormai numerosi gruppi di partigiani controllavano apertamente vaste porzioni di territorio e avevano impiantato ovunque comandi e presidi in cui venivano programmate e dirette operazioni di sabotaggio o azioni di stampo militare. Uno di questi siti "liberati" era l'importante passo del Mortirolo e gran parte delle montagne di fianco. Queste bellissime vette camuno-valtellinesi e il valico erano già passati alla storia, nel medioevo, per le epiche gesta dei Longobardi e dei Franchi di Carlo Magno poi per il passaggio dei Lanzi(chenecchi) e, ancora, verso la fine del XVIII secolo, per la grande battaglia tra i francesi di Napoleone e gli austriaci e poi per tanti altri scontri armati. Questa zona, piuttosto impervia e anche di notevole importanza strategica perché collegava direttamente e nel modo più rapido (con il vicino e parallelo passo dell'Aprica), la Valle Camonica con la Val Tellina, era divenuta un rifugio importante di molti "ribelli" ed era sotto il completo controllo di numerosi e ben armati partigiani che impedivano qualsiasi passaggio alle truppe repubblichine o tedesche. In febbraio, un nutrito contingente di brigate nere, sostenute anche da alcuni reparti di soldati e poliziotti tedeschi, nel tentativo di sgomberare i partigiani dal monte e liberare il passo per permettere il transito e/o una eventuale fuga verso la Svizzera (anche se non apertamente alla fuga pensavano già in molti ormai tra le file dei fascisti e dei nazisti), diedero l'assalto alla zona con l'intento di sloggiare i ribelli che vi si erano concentrati.

I partigiani, avvisati delle manovre che si stavano preparando, non si lasciarono cogliere di sorpresa e, ben equipaggiati con armi automatiche e anche un cannoncino da campagna, presero d'infilata le truppe nemiche. Ad essere colti di sorpresa dalla violenta, precisa e, forse inaspettata, reazione furono i fascisti e i tedeschi che cercarono riparo al nutrito fuoco degli avversari, in alcune baite e dietro mucchi di neve, ma a colpi di cannoncino vennero snidati dai provvisori rifugi e bersagliati con estrema decisione e precisione. Vi fu una ritirata verso il fondovalle e questo primo attacco, delle camicie nere, dunque andò a vuoto. Gli attaccanti impacciati dalle neve alta che ricopriva ogni sentiero, dal freddo intenso e dai pesanti ma ingombranti pastrani scuri che spiccavano sulla coltre bianca, dovettero battere in precipitosa fuga, lasciando sul terreno parecchi morti e feriti. Il giorno dopo, sia i tedeschi che i fascisti, ritentarono la salita verso il passo e riuscirono, pur con grandi difficoltà e a duro prezzo, a conquistare buona parte dello spazio che li separava dalle linee fortificate dei partigiani, tanto che lo scontro questa volta si svolse a distanza ravvicinata. La lotta fu particolarmente cruenta e violenta e ad un certo punto solo poche decine di metri separavano, in alcuni tratti, le "Fiamme Verdi" dai "Repubblichini". Prodotto il massimo sforzo i fascisti e i tedeschi si dovettero però arrestare davanti allo sbarramento di trincee che si dimostrarono insuperabili e che i partigiani avevano scavato ed eretto intorno alle "baite alte", quelle più vicine al passo e si videro perciò costretti, nuovamente, a lasciare il campo. Nel silenzio che era subentrato, i superstiti potevano osservare come sulla candida neve, sporca di sangue e annerita dal fumo dei colpi, giacevano numerosi corpi di militi senza vita e molto materiale: bombe, fucili e mitragliatrici, abbandonato nella fuga verso valle.
Dopo questa pesante sconfitta gli uomini con la camicia nera e i loro alleati germanici si erano ritirati, in attesa di rinforzi, in alcuni paesi del fondo valle e a Corteno e alcuni giorni dopo, durante un rastrellamento riuscirono a catturare, in casa sua, Giovanni Venturini soprannominato Tambìa. I fascisti, furiosi per lo smacco subito e accecati dall'odio, forse avvertiti da una delazione, lo accusarono di essere un sostenitore dei partigiani e perquisendo la casa ritrovarono numerose lettere e alcuni manifestini inneggianti alla libertà dall'oppressione nazi-fascista. Portato nella colonia "Alpina", che era stata adibita a sede di comando fascista, fu sottoposto a torture e a numerose sevizie di ogni genere: pugni e calci per ore, in più gli vennero applicate delle forti scosse di corrente elettrica in più parti del corpo. Fu poi portato in solaio, appeso ad una trave e ripetutamente bastonato. Vista la sua grande resistenza gli bruciarono i piedi accendendogli fra le dita del cotone imbevuto di benzina e l'11 aprile, ormai ridotto a un povero essere semi incosciente fu fucilato contro il muro del Cimitero di Mu. In quei giorni era intanto giunto in alta Valle Camonica, appositamente comandato per ritentare l'assalto al Mortirolo, un forte contingente formato da ben duemila nazi-fasciti. A difesa del passo e del colle erano arroccati, ben armati e in buone trincee e postazioni fortificate realizzate in posizioni dominanti, circa duecentocinquanta partigiani appartenenti alla brigata "Fiamme Verdi". I nazi-fascisti, sempre più pressati dalla loro difficile situazione generale, che li vedeva ovunque in ritirata davanti alle truppe degli alleati e alle continue azioni di disturbo dei partigiani, erano dunque necessitati, giocoforza, alla conquista del passo per poter avere una via di fuga aperta e poter rendere operativo lo sganciamento delle loro forze che ormai erano in rotta verso la Val Tellina e la vicina Svizzera. Alle 6 del mattino del 19 aprile 1944 (solamente sei giorni prima della conclusione della guerra !) iniziò una violentissima battaglia, tra le più pesanti che le pendici di quel monte ebbero a testimoniare.

Vi fu dapprima un lungo e intenso bombardamento della sommità del Mortirolo, con colpi di mortaio sparati dagli obici tedeschi di grosso calibro che erano stati piazzati nei pressi di Monno, alle pendici del monte e sui primi contrafforti della strada che portava al passo. Il fuoco venne specialmente concentrato, per alcune ore, su un piccolo rifugio, che era stato localizzato nei pressi del valico e dove aveva sede il comando dei partigiani. Poi verso mezzogiorno iniziò l'attacco in forze. La colonna di nazi-fascisti procedette verso il passo e, attraversando gli ampi prati, attaccò su un vasto fronte. Lo scontro proseguì violento per tutto il pomeriggio e si protrasse ben oltre l'imbrunire. Malgrado il grande spiegamento di forze e l'ottimo e coraggioso comportamento sul campo delle truppe nazi-fasciste, anche questa volta ebbero la meglio i partigiani: il passo rimase in loro mano e inviolato fu inaccessibile alle colonne in ritirata. Al calare dell'oscurità i repubblichini e i tedeschi, con l'aiuto di una cortina fumogena e senza poter recuperare i loro numerosi feriti, ripresero cupamente la via del fondovalle ripetutamente battuti e ancora sconfitti.
Questo fu l'ultimo episodio di grande portata militare, in terra camuna, di una guerra che stava ormai rapidamente volgendo al termine: le truppe nazi fasciste erano sconfitte ovunque e lunghissime colonne di soldati tedeschi e di repubblichini o collaborazionisti sbandati, risalivano in rapida fuga le strade della Valle Camonica per portarsi, transitando dal passo del Tonale, verso il Trentino e cercare di raggiungere l'Austria e la Germania.
I fascisti locali, ormai ricercati e braccati, cercarono in tutti i modi di nascondersi e stracciate le nere divise: in molti tentarono la fuga in quei boschi, in quelle soffitte e in quelle scure cantine che solo fino a poco tempo prima erano stato l'unico rifugio dei "ribelli" partigiani che ora erano i baldanzosi e festeggianti vincitori.

Come sempre capita nelle ore tragiche della resa dei conti molte pagine buie furono scritte col sangue in quei giorni: vendette furono compiute e in molti casi venne fatta giustizia sommaria di chi aveva malamente agito in nome di ideali, politiche e convinzioni perdenti. Una data precisa fissò il termine della "Seconda Guerra Mondiale" per l'Italia: il 25 aprile 1944.
Da quell'importante ed essenziale momento storico, forse non completamente compreso dai contemporanei, che si divisero subito in molte fazioni politiche diverse e anche contrapposte, cominciò per tutti un durissimo dovere e un immane compito: essere finalmente, dopo tanti anni, cittadini liberi di agire secondo le proprie capacità, le proprie aspirazioni e le proprie idee politiche.
Un insieme di grandi e profondi concetti che, in gran parte, vennero raccolti e proposti in una nuova Carta Costituzionale che, redatta in quel preciso momento di evoluzione politica, rispecchiava le tendenze (politiche e sociali) di tutti i presenti in quella solenne assise e che forse negli anni successivi venne, più volte, in parte tradita. "Historia victoribus semper scribatur": la Storia è sempre scritta dai vincitori... e purtroppo anche tra i vincitori si annidano spesso molti uomini piccoli e demagoghi, servi di preconcetti e idee del passato, innamorati della prosopopea del momento e dei grandi e vuoti discorsi, che sono solo un grave fardello per ogni società civile in evoluzione.

 

       Mauro Fiora

 

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