(A CURA DI GIACOMO CAMURI E ELENA MARCHI)

 
     
    Il Museo "Le fudine" nasce nel 1998 per volontà dell'Amministrazione comunale di Malegno, con l'intento di ricreare uno spaccato su una delle più tipiche e tradizionali lavorazioni artigianali della Valcamonica: la ferrarezza.
Acquisito l'edificio delle fucine de' Nani e de' Serini, dal nome degli ultimi fabbri che vi lavorarono, il Comune ha portato avanti un'opera di restauro conservativo, atto a consolidare le strutture e a ricreare in toto la situazione originaria della fucina attiva. A differenza delle già esistenti ed analoghe strutture di Bienno, in questo caso non si è reintrodotta l'acqua nella fucina, che dunque non può essere rimessa in attività: l'intento di questo nuovo museo non è infatti quello di mostrare unicamente il funzionamento dei magli, ma quello di ricalare gli spettatori, attraverso oggetti, immagini e testi, nel mondo passato dei nostri nonni, dei nostri bisnonni, dei nostri avi e dei nostri antenati; un mondo che in parte è rappresentato dalla lavorazione del ferro.
Dall'ingresso, attraverso una scala metallica, si scende nella prima grande sala dove si trovano un maglio, conservato solo parzialmente, e la tina de l'ora, il prezioso marchingegno che permetteva, con una continua insufflazione d'aria, di mantenere vivo ed alto il fuoco dei forni.
Gli oggetti sono accompagnati da didascalie e da pannelli esplicativi, che raccontano di volta in volta, l'origine, la storia e il modo d'uso dei diversi strumenti. Tramite una piccola porta si raggiunge il fondo del museo, dove, in un angusto ambiente con copertura a volta, si conserva una ruota e parte di una cesoia: l'enorme "forbice", quasi al termine della lavorazione, veniva utilizzata per tagliare le parti inutili o in eccesso dei diversi oggetti prodotti. Uno splendido disegno ricostruttivo, che, come tutti gli altri disegni del museo, è stato fatto da Achille Bettoni di Bienno, mostra l'oggetto nella sua completezza, quando ancora era atto a svolgere la sua funzione. In questo stesso punto si trova una sala ampia, utilizzata, di volta in volta, per mostre temporanee o, eventualmente, per relazioni e conferenze.
Ripercorsa a ritroso la prima sala, si accede al secondo grande ambiente, dove sono conservati due grossi magli, di cui uno perfettamente intero e l'altro, incompleto, ma dotato di una mola di pietra arenaria. Tramite l'albero i magli sono collegati a due ruote idrauliche, che si trovano all'esterno dell'edificio lungo il canale, ove un tempo veniva fatta cadere dall'alto l'acqua convogliata del torrente Lanico. In questa stessa sala, su un largo ripiano di pietra, è posta una serie di oggetti: alcuni attrezzi usati per la lavorazione e alcuni strumenti prodotti nella fucina. Molti di questi reperti risalgono probabilmente ad epoche antiche: sono stati trovati infatti nel corso dei lavori di restauro e negli scavi per la sistemazione della pavimentazione. I pilastri di appoggio dei magli recano diverse date: 1732, 1736, 1760, ... i periodi in cui l'attività nella fucina era fiorente. Su una base di pietra un'incudine con una forma peculiare È forse attribuibile ad epoca romana, quando in Valcamonica il ferro veniva già estratto e lavorato da quasi un millennio.
Dalla seconda sala si entra in due piccoli ambienti, un tempo adibiti a depositi dei materiali e del combustibile per i fuochi: oggi qui una serie di pannelli invitano il visitatore alla lettura e ad un momento di abbandono ai vecchi miti ed alle antiche leggende.
Un ponticello conduce dalla parte finale della seconda sala ad un'altra stanza che sembra costituire un'isola a sè, ove un tempo si trovava un'altra cesoia, ora scomparsa. Ritornati nella seconda sala, uno scivolo conduce al grande portone d'uscita: un'antica porta lignea, sovrastata da un ampio portale in pietra con oscura iscrizione sulla sommità. Le fudine di Malegno sono probabilmente uno dei più antichi edifici per la lavorazione del ferro: il visitatore entrando è immediatamente attratto dalle caratteristiche architettoniche della struttura, che con i suoi splendidi archi ad ogiva tradisce una notevole antichità.
Per consentire al visitatore di percorrere a ritroso un viaggio tra i battiti dei magli, il crepitio dei fuochi, lo scrosciare dell'acqua, una serie di pannelli, realizzati dagli esperti de "Le Orme dell'Uomo", illustrano e descrivono le origini della lavorazione del ferro. Il percorso è intitolato "Ferro. Un metallo tra cielo e terra". Si pesca nelle antiche leggende per scoprire il valore e l'importanza degli elementi acqua, aria e fuoco la cui presenza è essenziale per la metamorfosi del ferro. Si ripercorrono l'evoluzione e le trasformazioni avvenute nell'ambito dell'estrazione e della lavorazione del metallo. Si rievoca l'immagine del fabbro: questo personaggio ora nomade esperto delle arti del metallo, ora poeta e cantore, ora curatore alle origini della medicina.
Allora sì: una volta compiuto questo salto nel passato, il visitatore può alla fine immaginare come, in questo mondo trascorso, "i bambini, ancora nel ventre, potessero sentire prima il battito del cuore della madre poi quello del maglio".