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La leggenda
"Dieci... cento... mille anni fa viveva in un castello
camuno, una bella principessina. La vita scorreva ridente e felice
per gli abitanti del castello, che, ignorando le severe virtù
dei loro padri, si abbandonavano continuamente all'ozio ed alle
molte voluttà del piacere. Le antiche sale echeggiavano sempre
dell'armonia degli strumenti suonati da brillanti cavalieri e dei
dolci canti delle nobili e altere castellane.
Ma anche nel grigio castello dalle torri merlate, non tutti erano
felici, proprio quando più fervida era la danza e il frastuono
degli strumenti avvolgeva l'antico maniero di un'ebbrezza spensierata,
lassù nell'oscura e tetra sala ove eterno regnava il silenzio,
si udivano singhiozzi strazianti.
Chi mai piangeva così? Camilla, la pallida e pensosa principessina
sempre vestita a lutto, non amante delle brillanti feste, dei cavalieri
superbi e seducenti; la principessina sempre triste e piangente,
che nel castello nessuno aveva mai potuto comprendere.
"Non è questo ch'io voglio!" singhiozzava amaramente
l'infelice principessina; "han detto che son bella come la
pallida e languida rosa; che sembro la fata della tristezza quando
m'aggiro tra i fiori, accompagnando all'arpa il mio flebile canto.
Oh! Ma io non amo l'arpa, non amo i superbi, inutili fiori, sarebbe
troppo doloroso il finire la vita spezzati come la rosa moribonda!
Il mio cuore invece sussulta affascinato innanzi ad una nobile e
severa missione. Ancora ignota ai felici! No, non voglio essere
bella!", continuava la principessina nel colmo della stizza,
"io disprezzo la felicità che mi circonda!". È
anzi nell'ebbrezza del piacere che mi circonda che io scorgo strazianti
scene di miserie tanto da invogliarmi alla pace! Lo so che il frastuono
di sfrenata allegrezza che qui risuona perennemente è un
insulto per il miserabile oppresso che trascina un'esistenza infame,
dolorosa... Oh! ... Potessi fuggire da quest'odioso castello, sulle
cui mura aleggia da anni la maledizione dell'infelice!"
E cresceva la principessina e si faceva sempre più bella d'una
triste bellezza, e nel castello la pallida incompresa, era da tutti
adorata...; ma ella aveva deciso di fuggire.
Una sera eludendo la severa vigilanza del guardiano varcò
il ferreo cancello, insensibile e freddo come il cuore dei suoi
abitanti; non si volse neppure a salutare il superbo castello ove
finalmente udiva farsi più lontane le pazze risa dei felici
che lo dimoravano e corse attraverso i campi; verso le luride capanne,
corse spinta nella speranza di trovare la pace.
E non era più la pallida e pensosa principessina bella di
una triste bellezza, ma una larva di donna, dalla pelle abbronzata
dal sole, dai piedi sanguinanti, dall'andatura trascinata; eppure
gli infelici beneficati la dicevano più bella d'un angelo!
Ma la povera Camilla, che, per dedicarsi agli infelici aveva abbandonato
tutto perfino lo splendore del castello, si spegneva lentamente
logorata dalle fatiche.
Una sera attraversando un bosco, affranta dalla stanchezza, non
poté più continuare e cadde a terra esausta di forze.
Tetra ed oscura era la notte, il vento sibilava misteriosamente,
scuotendo i giganteschi alberi che si rizzavano come lugubri fantasmi...
Oh! Ma ella più non vedeva, più nulla udiva, affascinata
com'era dalla splendida visione. Curvo su di lei era uno spirito
etereo: fulgido come il sole egli era e, sullo scettro d'oro, brillante
di gemme, aveva intrecciato un bianco fiorellino.
"Muori in pace, o tu che hai tanto sofferto, le sussurrava
dolcemente, né t'amareggi l'abbandonare i tuoi infelici,
perché qui sulla tua tomba, in memoria di te che hai sprezzato
la grandezza, spunterà quest'umile fiore, sarà il
conforto di quelli che tu hai tanto amato".
All'alba del giorno dopo i contadini passando per il bosco, trovarono
la spoglia della povera Camilla; la seppellirono piangendo e strapparono
il bianco fiore che sorgeva vicino, per piantarne altri dai vivaci
colori. Ma, siccome l'umile pianticella fiorì perennemente
sulla tomba di Camilla, acquistò il nome dell'infelice eroina.
Non rimase però ignorata la virtù del fiore: riconosciuta
la benefica influenza sul corpo umano, venne subito diffuso e coltivato
con amore. Ora quel fiore bianco e giallo fedele alla sua iniziatrice
disprezza i superbi giardini; ma spunta rigoglioso nella pace dei
campi, sui davanzali delle rustiche finestre, nel silenzio degli
umili orti dove esercita una nobile missione, essendo la medicina
del povero!" (L. Romelli, Novelle
camune, in: "L'Illustrazione camuna",
Breno, 1912).
La storia
La rocca di Cimbergo, con il suo castello, è sicuramente
uno dei siti più suggestivi e preziosi dell'intera Valle
Camonica; è sufficiente pensare al valore storico delle restanti
mura che si ergono spesse e maestose sin dal XII/XIII secolo, oppure,
salire sulla rocca stessa per capire il senso di potere e di dominio
che si poteva respirare lassù.
Circondata da un impressionante complesso alpino - la Concarena
da una parte e il Pizzo Badile dall'altra - la rocca di Cimbergo
custodisce oggi importanti "documenti medievali" (le rimanenti
mura) che aggiunti alle numerose incisioni rupestri del territorio
sottostante (il sito archeologico di Campanine che fa parte della
Riserva Regionale delle Incisioni Rupestri di Ceto-Cimbergo-Paspardo)
non possono che valorizzare il territorio e renderlo rilevante per
il patrimonio culturale e storico dell'intera Valle Camonica.
Il castello di Cimbergo, come altre fortificazioni poste sulle alture
di rilievi camuni e bresciani, affonda le sue radici storiche in
una serie di vicissitudini avvenute nel corso dei secoli. Infatti,
se oggi non restano che pochi ruderi su quello che fu molto sicuramente
un punto strategico di difesa, è vero anche che il castello
fu palcoscenico di fatti ed eventi che cambiarono la storia delle
popolazioni dell'area. Non si può non ricordare a tal proposito
l'impiccagione dei trentotto abitanti di Cimbergo che si erano ribellati
nel 1361 ai Visconti di Milano, evento tragico, voluto proprio da
Bernabò Visconti che seminò terrore e angoscia nel
Popolo camuno e che negli anni successivi procurò molte altre
vittime. Oggi il castello, o ciò che resta di esso, rappresenta
la sintesi inconfutabile della storia delle popolazioni avvicendatesi
attorno all'importante rocca.
Molto probabilmente la sua costruzione fu dettata dalla necessità
di difendersi, fin dai primi secoli del Medioevo, dalle frequenti
e devastanti invasioni barbare in particolare da quelle degli Ungari
che nell'899 si erano spinti dal Brenta verso la pianura bresciana
e verso la Valle Camonica.
Il complesso fortificato fu utilizzato poi dal Barbarossa come "alloggio"
ove soggiornò durante le sue frequenti visite in Valle avvenute
tra il 1154 e il 1164.
La rocca si distingue come luogo privilegiato che fa da sfondo a
fondamentali avvenimenti storici, tra queste investiture di notevole
interesse: la prima di cui si ha testimonianza risale al 1153, quando
il Vescovo di Brescia infeuda Cimbergo a Lanfranco V.
Più tardi divenne protagonista delle frequenti lotte tra
Guelfi e Ghibellini i quali proprio in quel luogo firmarono una
pace nel 1378 tra le più importanti, visto che fu seguita
da quella firmata a Breno nel 1397 e destinata a durare.
Passato poi ai conti di Lodrone, dopo il 1440, il castello fu ampliato
ed adibito a dimora: dopo la pace di Breno, infatti, regnava in
Valle un insolito periodo di tranquillità e la maggior parte
delle fortificazioni militari divennero vere e proprie abitazioni
di signori locali.
In ultimo il castello fu donato a varie famiglie del luogo, ma conobbe
la sua decadenza a partire dal XVIII secolo, in seguito ad un incendio
che lo distrusse completamente lasciando alla nostra ammirazione
solo ciò che vediamo oggi.
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