Cimbergo  
 

Il Castello di Cimbergo
 (A CURA DI MAGDA STOFLER E ANTONIO CAPITANIO)

 
     
   

La leggenda
"Dieci... cento... mille anni fa viveva in un castello camuno, una bella principessina. La vita scorreva ridente e felice per gli abitanti del castello, che, ignorando le severe virtù dei loro padri, si abbandonavano continuamente all'ozio ed alle molte voluttà del piacere. Le antiche sale echeggiavano sempre dell'armonia degli strumenti suonati da brillanti cavalieri e dei dolci canti delle nobili e altere castellane.
Ma anche nel grigio castello dalle torri merlate, non tutti erano felici, proprio quando più fervida era la danza e il frastuono degli strumenti avvolgeva l'antico maniero di un'ebbrezza spensierata, lassù nell'oscura e tetra sala ove eterno regnava il silenzio, si udivano singhiozzi strazianti.
Chi mai piangeva così? Camilla, la pallida e pensosa principessina sempre vestita a lutto, non amante delle brillanti feste, dei cavalieri superbi e seducenti; la principessina sempre triste e piangente, che nel castello nessuno aveva mai potuto comprendere.
"Non è questo ch'io voglio!" singhiozzava amaramente l'infelice principessina; "han detto che son bella come la pallida e languida rosa; che sembro la fata della tristezza quando m'aggiro tra i fiori, accompagnando all'arpa il mio flebile canto. Oh! Ma io non amo l'arpa, non amo i superbi, inutili fiori, sarebbe troppo doloroso il finire la vita spezzati come la rosa moribonda! Il mio cuore invece sussulta affascinato innanzi ad una nobile e severa missione. Ancora ignota ai felici! No, non voglio essere bella!", continuava la principessina nel colmo della stizza, "io disprezzo la felicità che mi circonda!". È anzi nell'ebbrezza del piacere che mi circonda che io scorgo strazianti scene di miserie tanto da invogliarmi alla pace! Lo so che il frastuono di sfrenata allegrezza che qui risuona perennemente è un insulto per il miserabile oppresso che trascina un'esistenza infame, dolorosa... Oh! ... Potessi fuggire da quest'odioso castello, sulle cui mura aleggia da anni la maledizione dell'infelice!"
E cresceva la principessina e si faceva sempre più bella d'una triste bellezza, e nel castello la pallida incompresa, era da tutti adorata...; ma ella aveva deciso di fuggire.
Una sera eludendo la severa vigilanza del guardiano varcò il ferreo cancello, insensibile e freddo come il cuore dei suoi abitanti; non si volse neppure a salutare il superbo castello ove finalmente udiva farsi più lontane le pazze risa dei felici che lo dimoravano e corse attraverso i campi; verso le luride capanne, corse spinta nella speranza di trovare la pace.
E non era più la pallida e pensosa principessina bella di una triste bellezza, ma una larva di donna, dalla pelle abbronzata dal sole, dai piedi sanguinanti, dall'andatura trascinata; eppure gli infelici beneficati la dicevano più bella d'un angelo!
Ma la povera Camilla, che, per dedicarsi agli infelici aveva abbandonato tutto perfino lo splendore del castello, si spegneva lentamente logorata dalle fatiche.
Una sera attraversando un bosco, affranta dalla stanchezza, non poté più continuare e cadde a terra esausta di forze. Tetra ed oscura era la notte, il vento sibilava misteriosamente, scuotendo i giganteschi alberi che si rizzavano come lugubri fantasmi... Oh! Ma ella più non vedeva, più nulla udiva, affascinata com'era dalla splendida visione. Curvo su di lei era uno spirito etereo: fulgido come il sole egli era e, sullo scettro d'oro, brillante di gemme, aveva intrecciato un bianco fiorellino.
"Muori in pace, o tu che hai tanto sofferto, le sussurrava dolcemente, né t'amareggi l'abbandonare i tuoi infelici, perché qui sulla tua tomba, in memoria di te che hai sprezzato la grandezza, spunterà quest'umile fiore, sarà il conforto di quelli che tu hai tanto amato".
All'alba del giorno dopo i contadini passando per il bosco, trovarono la spoglia della povera Camilla; la seppellirono piangendo e strapparono il bianco fiore che sorgeva vicino, per piantarne altri dai vivaci colori. Ma, siccome l'umile pianticella fiorì perennemente sulla tomba di Camilla, acquistò il nome dell'infelice eroina. Non rimase però ignorata la virtù del fiore: riconosciuta la benefica influenza sul corpo umano, venne subito diffuso e coltivato con amore. Ora quel fiore bianco e giallo fedele alla sua iniziatrice disprezza i superbi giardini; ma spunta rigoglioso nella pace dei campi, sui davanzali delle rustiche finestre, nel silenzio degli umili orti dove esercita una nobile missione, essendo la medicina del povero!" (L. Romelli, Novelle camune, in: "L'Illustrazione camuna", Breno, 1912).

La storia
La rocca di Cimbergo, con il suo castello, è sicuramente uno dei siti più suggestivi e preziosi dell'intera Valle Camonica; è sufficiente pensare al valore storico delle restanti mura che si ergono spesse e maestose sin dal XII/XIII secolo, oppure, salire sulla rocca stessa per capire il senso di potere e di dominio che si poteva respirare lassù.
Circondata da un impressionante complesso alpino - la Concarena da una parte e il Pizzo Badile dall'altra - la rocca di Cimbergo custodisce oggi importanti "documenti medievali" (le rimanenti mura) che aggiunti alle numerose incisioni rupestri del territorio sottostante (il sito archeologico di Campanine che fa parte della Riserva Regionale delle Incisioni Rupestri di Ceto-Cimbergo-Paspardo) non possono che valorizzare il territorio e renderlo rilevante per il patrimonio culturale e storico dell'intera Valle Camonica.
Il castello di Cimbergo, come altre fortificazioni poste sulle alture di rilievi camuni e bresciani, affonda le sue radici storiche in una serie di vicissitudini avvenute nel corso dei secoli. Infatti, se oggi non restano che pochi ruderi su quello che fu molto sicuramente un punto strategico di difesa, è vero anche che il castello fu palcoscenico di fatti ed eventi che cambiarono la storia delle popolazioni dell'area. Non si può non ricordare a tal proposito l'impiccagione dei trentotto abitanti di Cimbergo che si erano ribellati nel 1361 ai Visconti di Milano, evento tragico, voluto proprio da Bernabò Visconti che seminò terrore e angoscia nel Popolo camuno e che negli anni successivi procurò molte altre vittime. Oggi il castello, o ciò che resta di esso, rappresenta la sintesi inconfutabile della storia delle popolazioni avvicendatesi attorno all'importante rocca.
Molto probabilmente la sua costruzione fu dettata dalla necessità di difendersi, fin dai primi secoli del Medioevo, dalle frequenti e devastanti invasioni barbare in particolare da quelle degli Ungari che nell'899 si erano spinti dal Brenta verso la pianura bresciana e verso la Valle Camonica.
Il complesso fortificato fu utilizzato poi dal Barbarossa come "alloggio" ove soggiornò durante le sue frequenti visite in Valle avvenute tra il 1154 e il 1164.
La rocca si distingue come luogo privilegiato che fa da sfondo a fondamentali avvenimenti storici, tra queste investiture di notevole interesse: la prima di cui si ha testimonianza risale al 1153, quando il Vescovo di Brescia infeuda Cimbergo a Lanfranco V.
Più tardi divenne protagonista delle frequenti lotte tra Guelfi e Ghibellini i quali proprio in quel luogo firmarono una pace nel 1378 tra le più importanti, visto che fu seguita da quella firmata a Breno nel 1397 e destinata a durare.
Passato poi ai conti di Lodrone, dopo il 1440, il castello fu ampliato ed adibito a dimora: dopo la pace di Breno, infatti, regnava in Valle un insolito periodo di tranquillità e la maggior parte delle fortificazioni militari divennero vere e proprie abitazioni di signori locali.
In ultimo il castello fu donato a varie famiglie del luogo, ma conobbe la sua decadenza a partire dal XVIII secolo, in seguito ad un incendio che lo distrusse completamente lasciando alla nostra ammirazione solo ciò che vediamo oggi.

 
       
 
 
 
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