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L’esempio di Cemmo-Pian
delle Greppe.
L’intenso processo di popolamento della valle maturato nei primi
secoli del IV millennio a. C. determina sia la fondazione di abitati
duraturi nei luoghi dove ancor oggi permangono i centri principali (Cividate
Camuno, Malegno, Breno, Capo di Ponte), sia il costituirsi, a
distanza di alcuni secoli, di complessi monumentali di natura
cultuale-cerimoniale connotati dalla presenza di stele e
massi-menhir istoriati, innalzati dagli uomini dell’età del Rame
(seconda metà IV millennio-III millennio a.C.) a commemorare gli
antenati e, forse, le divinità. Alcuni di questi santuari sono
stati negli ultimi anni indagati con scavi sistematici
sull’altopiano di Ossimo-Borno a Ossimo-località Anvòia
(scavi di F. Fedele dell’Università di Napoli), a Ossimo-località
Passagròp e Località Pat e a Cemmo di Capo di Ponte (scavi della
Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia); altri sono
stati individuati per il ritrovamento casuale di uno o più
monumenti incisi a Campolongo di Cedegolo, a Dassine, a Borno-Valzel
de Undine, a Ossimo-Ceresolo, a Nadro di Ceto. Monumentali e
visibili da più parti, attraverso corridoi visuali creati
volutamente con il disboscamento artificiale di estese porzioni di
bosco, questi santuari all’aperto, con allineamenti di monumenti
istoriati di varie dimensioni, sono tipici di due sole zone della
Lombardia: la Valle Camonica, dove ne sono stati individuati per ora
con certezza undici, e la vicina Valtellina dove, sul complesso
collinare di Teglio, si conoscono almeno sei siti. Questi
siti di culto e cerimoniali lombardi si collegano, per struttura dei
contesti e per iconografia dei monumenti, con
il fenomeno del megalitismo che nella preistoria attraversa
l’Europa, dalle coste atlantiche al Mediterraneo.
Il
diffondersi di stele e massi erratici incisi con raffigurazioni
naturalistiche e simboliche connessi con luoghi di culto è,
infatti, fenomeno di vasta portata, noto anche in altre aree
d'Europa, dalla penisola iberica sino all’Ucraina.
In Italia è localizzato in Sardegna, Puglia e, soprattutto,
nell’arco alpino dove sono stati riconosciuti il gruppo di Aosta e
Sion nella Val d’Aosta e nel contiguo Vallese svizzero; il gruppo
della Valcamonica e Valtellina in Lombardia; il gruppo della
Lessinia nel Veneto occidentale; il gruppo Atesino e di Brentonico
nel Trentino-Alto Adige. Nell’Appennino è attestato il gruppo
della Lunigiana, tra Liguria e Toscana.
I monumenti dei gruppi della Lunigiana, Aosta-Sion, Lessinia
e Atesino-Brentonico presentano caratteri anatomici e in questi casi
è possibile parlare di stele-antropomorfe e statue-stele. Nel
gruppo Valcamonica-Valtellina invece prevale l’uso di lastre (le
“stele”) e di massi erratici nei quali l’immagine antropomorfa
è sovente suggerita dalla posizione delle raffigurazioni sulla
superficie lapidea. Il ricco repertorio figurativo del gruppo
Valcamonica-Valtellina, pur presentando alcune differenze locali,
comprende armi (pugnali, asce, alabarde e in Valtellina arco e
frecce), oggetti ornamentali (pendagli a doppia spirale, collari,
cinturoni a bande lineari o a festoni), animali e figure umane. La
fauna selvatica è rappresentata da cervi, cerbiatte, stambecchi,
camosci, volpi, lupi e cinghiali; quella domestica comprende cani,
maiali e bovini, talora aggiogati in coppia all’aratro o al carro.
Tra le figure simboliche spicca il disco solare, inciso in alto al
posto del viso nei monumenti che richiamano maggiormente l’aspetto
antropomorfo. Grazie allo studio delle armi, delle sovrapposizioni
tra le figure (determinanti a questo scopo sono state le stele Cemmo
3 e 4) e delle associazioni più ricorrenti, sono state riconosciute
all’interno delle stele e massi incisi camuno-tellini dell’età
del Rame due fasi cronologiche. La prima è detta anche «fase
remedelliana» per le raffigurazioni di pugnali a lama triangolare e
base rettilinea che trovano confronti puntuali nei pugnali rinvenuti
nella necropoli di Remedello Sotto (BS) e datati alla piena età del
Rame (2800-2400 a.C.). Le figure umane riferibili a questo momento
hanno corpo lineare e braccia aperte; le mani sembrano chiuse a
pugno. Gli animali presentano la linea dorsale del corpo diritta. La
seconda fase, datata alla fine dell’età del Rame (2400-2200 a.C.),
è denominata «fase campaniforme» per i pugnali con lama
triangolare lunga e stretta, lati lievemente inflessi e pomo
ogivale, simili al tipo Ciempozuelos diffuso nella cultura del Vaso
Campaniforme, così denominata dalla forma a campana del vaso che la
caratterizza e che si ritrova in gran parte dell’Europa. Le figure
umane hanno ora il corpo triangolare con braccia allargate e dita
delle mani ben evidenziate; alcune presentano sul capo un disco
solare. Gli animali hanno il corpo inarcato e mostrano un maggior
dinamismo rispetto a quelli della fase precedente. Dei santuari in
corso di indagine in Valcamonica si presenta, a titolo d’esempio,
quello di Cemmo, di prossima apertura al pubblico
con l’inaugurazione, nell’ottobre 2005, del Parco
Archeologico Nazionale dei Massi di Cemmo.
Il santuario di Cemmo
A Cemmo di Capo di Ponte, durante i lavori per la creazione del Parco
Archeologico Nazionale dei Massi di Cemmo -i due massi, incisi
nell’età del Rame, che segnarono agli inizi del XIX secolo la
conoscenza dell’arte rupestre camuna- è venuto alla luce (ed è
attualmente in corso di scavo) un esteso santuario connotato da
stele incisecalcolitiche (le stele “Cemmo 6-16”).
Il santuario, fondato nell’età del Rame, via via monumentalizzato
tra preistoria e protostoria e rimasto attivo fino ad età tardo
romana, si estendeva nella piccola conca glaciale del Pian delle
Greppe, posta a ca. 400 metri s.l.m. in prossimità della confluenza
del Torrente Clegna nel Fiume Oglio. Questa vallecola, dove si
colloca il sito comunemente definito “di Cemmo”,
è una depressione ad anfiteatro definita sul lato Ovest da
un alto versante strapiombante e verso Est da un contrafforte
roccioso che la isola dalla valle principale dell’Oglio.
L’origine di questo avvallamento si data probabilmente al ritiro
del ghiacciaio, intorno a 17000-14000 anni 14C
B.P. (= Before Present),
circa 20.000-16.500 a.C. La superficie del dosso ad Est, osservata
da vicino, appare infatti lisciata e solcata da strie profonde
provocate dall’azione abrasiva del ghiacciaio camuno che in questa
zona raggiunse uno spessore di almeno 600-700 metri. Con la denominazione “massi di Cemmo”,
sono indicati due grandi massi di Verrucano Lombardo (arenaria
permiana di colore grigio-violaceo) staccatisi a seguito di una
frana, probabilmente verificatasi nella prima metà dell’Olocene,
dall’alta parete rocciosa che chiude lungo il lato Nord-Ovest la
piccola valle di Pian delle Greppe. Così li trovarono gli antichi
uomini della Valcamonica, quando decisero di inciderli nel corso
dell’età del Rame (III millennio a.C.). Già noti alla
popolazione locale, i massi furono segnalati per la prima volta al
pubblico nel 1914 dal geografo Gualtiero Laeng sulla guida della
Lombardia del Touring Club Italiano.
In realtà all’epoca solo il primo masso (Cemmo 1) era
visibile, mentre l’altro (Cemmo 2) era quasi completamente
interrato e fu messo in luce per la prima volta da G. Marro nel
1930. L’occasione della
recente scoperta del santuario, in un sito che aveva visto
susseguirsi nel corso di oltre settant’anni diverse
campagne di indagine e scavo (saggio di S. Squinabol 1930,
dell’Istituto di Paleontologia Umana di Firenze 1930 e della
Soprintendenza- scavo Battaglia 1931, Anati 1962, De Marinis 1984 e
1986), è stato il fortunato rinvenimento, durante l’esecuzione di
carotaggi per lo studio paleoambientale dell’area, di una fossa
contenente ben cinque nuove stele che si vengono ad aggiungere alle
due- le “Cemmo 3 e 4”- rinvenute tra 1981 e 1983 e alla “Cemmo
5”, raccolta nel 1995. Ne è seguito uno scavo in estensione,
tuttora in corso, che ha portato alla luce una vasta area sacra
definita da un muro semicircolare largo m 2,30 che corre nello
spazio antistante i Massi 1 e 2 chiudendoli, verso la parte
ribassata della piana, ad Est, in una sorta di recinto, ripristinato
più volte e utilizzato fino ad età storica, almeno fino all’età
romana, non sappiamo ancora se con soluzioni di continuità. In età
romana, i ripristini dello spazio consacrato risultano rispettare le
più antiche strutture di definizione dell’area sacra attorno ai
Massi 1 e 2 (il recinto murario) ed, anche, esibire le stele
istoriate su piattaforme addossate all’antica perimetrazione.
Le
stele I monumenti rinvenuti nell’area del santuario
appartengono tutti alla classe delle stele,
ricavate da lastre di arenaria a grana medio-grossolana riferibile
alla formazione del Verrucano Lombardo. Nessuna di esse sembra
potersi completare con i frammenti di stele trovati in precedenza
nel sito, in particolare le Cemmo 4 e 5, rinvenute negli scavi 1984
e 1995. Nei nuovi scavi si è rinvenuto anche un
frammento di bassorilievo di età romana con una scena di duello. Il luogo di culto preistorico, frequentato poi nell’età del Ferro e
in età romana, tra tarda antichità e altomedioevo fu disattivato
con l’abbattimento delle stele, parte delle quali vennero raccolte
in una fossa. Alla datazione dell’episodio contribuiscono i
frammenti ceramici tardo-romani rinvenuti nel riempimento della
buca. Quest’ultimo intervento, che segna l’abbandono definitivo del
complesso monumentale, è presumibilmente da mettere in relazione
con la lotta sferrata dal Cristianesimo contro l’idolatria delle
pietre, la saxorum veneratio, documentata nell’area alpina fino all’XI
secolo e perseguita con determinazione dalla chiesa, come prova una
serie nutrita di atti ufficiali emessi tra IV e XI sec. d.C. Tale
condanna potrebbe essersi conclusa con la cristianizzazione
dell’area, espressasi sul luogo stesso, in modo determinato e
radicale, con la riorganizzazione generale di tutta la conca, con la
costruzione di una via e di terrazzamenti e con la fondazione della
Pieve di S. Siro (santo che secondo la leggenda portò il
cristianesimo in valle), costruita in prossimità dell’antico
luogo di culto pagano, preistorico, protostorico e romano, a
perpetuare la funzione, millenaria, di centro simbolico della
comunità.

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