LUPI DI SAN GLISENTE
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Zugspitze (m. 2.965) 10/11.09.05

«Torniamo?» «No, saliamo!» «Il tempo è minaccioso!» «Dopo un viaggio così, è meglio comunque rischiare». «Sì, sì, andiamo!». Pare che quest’anno l’autunno abbia fatto precocemente irruzione nella stagione calda, portandosi appresso le persistenti precipitazioni che, contrariamente ai fugaci temporali estivi, sembrano non finire mai. Allora, che fare? L’incognita dura fino all’ultimo momento, e ancora, durante il primo tratto del tragitto che ci dovrebbe far percorrere le montagne del Wetterstein fino a raggiungere la sommità teutonica: lo Zugspitze.
Alla fine prevale l’ottimismo. Arriviamo al rifugio dopo aver percorso un’ampia e lunga strada che attraversa a tratti fitti boschi di conifere e tipiche baite circondate da prati e pascoli. Più volte abbiamo dovuto cedere il passo a chiassose greggi, scortate da numerosi pastori avvolti nei loro abiti caratteristici, con tanto di cappellaccio nero in testa e lungo bastone in mano.
Da qui la strda si fa sentiero e costeggia le scroscianti e limpide acque del torrente che, dopo aver dato sfogo alla sua forza impressionante durante le alluvioni agostane, è tornato al proprio corso naturale, indifferente alle paure, preoccupazioni e disagi provocati agli uomini. L’itinerario dovrebbe durare parecchie ore e il dislivello è di 2.200 metri; inoltre, l’ultima funivia che fa rientro dalla cima parte alle 16.30. È dunque breve anche la sosta al rifugio Bockhutte, e dobbiamo riprendere il cammino con andatura sostenuta. I folti abeti cedono il posto agli arbusti d’alta quota, la valle si allarga, e dietro ai detriti morenici, le selvagge vette circostanti si stagliano verso un cielo azzurro in gran parte invaso dalle numerose sfumature grigiastre di nubi e nebbie.
Il percorso è sempre più erto, il panora- ma spettacolare e suggestivo, ora le rocce dominano il suolo lasciano spazio solo ad alcune zolle erbose, che vanno diradandosi man mano procediamo. A 2.650 metri sorge il rifugio successivo. Ora possiamo ammirare lo splendido vallone sottostante nella sua interezza. Si sente il gracchiare dei corvi che, volteggiando a bassa quota, sfiorano il terreno con le loro ali color carbone. L’orizzonte sparisce e, con crescente velocità, folte nubi occupano prepotentemente lo spazio circostante.
Riprendiamo il ripido cammino. Vagare a queste altitudini, fra il confuso grigiore di massi e nebbie, provoca in me un piacevole fascino. Il tempo però si fa sempre più minaccioso, finchè dall’alto cade improvvisamente una pioggia fitta e gelida. Fortunatamente in pochi minuti raggiungiamo il riparo. A questo punto dobbiamo percorrere in funivia l’ultimo tratto che ci separa dalla cima.
Eccoci in vetta: è ben visibile anche la croce luccicante che la sovrasta, la pioggia ha cessato di battere. L’itinerario appena percorso è stato molto appagante e ricco di fascino, ma altrettanto non posso dire della cima Zugspitze. Questa ha perso tutta la sua originale magnificenza a causa delle pesanti costruzioni che l’hanno resa tra le più ambite mete sciistiche della Germania. Per me, il raggiungimento della vetta significa appagamento condiviso con i compagni di viaggio dopo la fatica dell’ascesa, assaporare i tanti piccoli suoni che dolcemente rompono l’assordante silenzio, l’estraniarsi dalla quotidianità immergendosi in una situazione magica.
Non è proprio la stessa cosa trovarsi a 3.000 metri d’altezza fra saloni ristoro, confortevoli servizi igienici e vivaci negozi di souvenir, fianco a fianco a sorridenti bimbi in passeggino o simpatiche comitive di turisti giapponesi.
Igor