| Così è iniziata la nostra
storia
Erano
mimetizzati tra l'erba alta di un grande prato; forse perché
nonostante fosse solo primavera faceva già caldo. Ogni
tanto intravedevi un orecchio, una coda.
A ridosso di un muro, una vecchia baracca costruita con assi
di legno e lamiere arrugginite; più in fondo, vicino
ad un albero di fico, alcune cucce.
Dove l'erba era stata calpestata intravedevi grandi ossi:
femori, mezze gabbie toraciche, rotule gigantesche.
Loro, erano circa una decina: "la nonna", "la
rossa", Lussy, Walter
gli altri nomi ora mi sfuggono,
mi è più facile risentire i loro guaiti, le
loro zampate.
Sono trascorsi quindici anni. O forse sedici?
Luciano si occupava di loro, un ragazzo strambo, ma infinitamente
buono. Ne ho conosciuti di animalisti in questi anni, ma una
persona sensibile come lui non l'ho più incontrata.
Viveva
con dieci gatti e si prendeva cura di tutti i cani randagi
che avevano la fortuna di passare per la sua strada.
L'avevo conosciuto pochi giorni prima, presso la sede dell'ENPA
di Brescia e mi aveva raccontato di questi cani abbaianti
e ora custoditi su questo terreno comunale.
Lui aveva trovato un lavoro presso un canile "riconosciuto"
e non sapeva quanto tempo avrebbe potuto dedicare ancora ai
nostri amici.
Bisogna pulire, preparare i pasti, curare i cani ammalati.
Iniziai ad acquistare grossi quantitativi di carne macinata
e surgelata che mi portavo a casa e facevo cuocere con del
riso nella pentola più grande che possedevo. Per quanto
enorme mi sembrasse non era mai di capienza sufficiente per
contenere tutto il cibo per cui dovevo cuocerlo in due o tre
round.
Dopo
dieci giorni di questa vita, la mia cucina era fuori uso come
pure la mia vecchia Fiat, perché nei trasporti ogni
tanto il brodo si rovesciava
. Mi sembra di sentirne
ancora l'odore!
Decisi di portarmi un fornellino da campeggio su al grande
prato e di acquistare un enorme pentolone.
Loro oramai mi conoscevano, sentivano a distanza il rumore
della mia auto, quando arrivavo li trovavo vicino alla rete
di recinzione o letteralmente appesi al cancello.
La vecchia Breton avanzava molto lentamente, ma capivi dalla
sua coda scodinzolante che era felice di rivedermi.
Dopo poche settimane erano circa in quindici, dovevo trovare
qualcuno che mi desse una mano, c'era anche da costruire almeno
un recinto in più perché iniziavano le prime
questioni territoriali tra maschi.
Lavoravo a 70 chilometri dal canile, non potevo continuare
da sola. Luciano faceva quel che poteva, ma si vedeva sempre
meno.
Serviva altra gente
. Ma chi? Mio marito!
Che sciocca a non pensarci prima.
E
fu così che trovai il primo volontario, inizialmente
un po' refrattario ma se a distanza di quindici anni, o sedici,
ancora fa parte della tribù non ho sbagliato ad insistere.
Fu la volta poi di Tino un professore di Tedesco che trascorreva
il suo tempo libero a tappare i buchi nelle reti di recinzione,
ad aggiustare le cucce
E' morto alcuni anni fa; pur
non considerandomi cattolica sono certa che se il paradiso
esiste, lui sicuramente e là.
Ti voglio bene Tino.
Dopo circa un anno eravamo in cinque o sei, ma anche i cani
erano oramai venti!
Ricordo una vigilia di Capodanno; si temeva che qualche "sballato"
volesse approfittare del canile incustodito per fare del male
agli animali.
All'una di notte, decidemmo di fare un sopralluogo e, armati
di pile ci dirigemmo al grande prato.
Una macchina a fari spenti.
Buio pesto.
Ad un certo punto, tra l'erba, una luce in movimento.
C'è qualcuno che vuole fare una bravata.
Che facciamo?
Entriamo
Passi, rumori
Erano altri volontari che avevano avuto
la nostra stessa idea!
Che risate, dopo lo spavento.
Avevamo portato persino due panettoni!!
Li abbiamo divisi con i cani, è stato meglio di un
noioso cenone di San Silvestro.
Mi
accontento di poco? Dipende dai punti di vista.
Nel corso degli anni i cani sono aumentati fino ad arrivare
anche a sessanta.
Le cucce dopo essere state riaggiustate più volte,
sono state cambiate, sono stati costruiti altri recinti, sono
arrivati nuovi volontari: c'è chi si è trattenuto
per un mese, chi per un anno, chi continua ancora perché
crede in quello che fa.
C'è stato anche chi, travestito da animalista, si è
insinuato nel gruppo solo per rubare i pochi soldi che riuscivamo
a racimolare.
C'è stato chi ha avvelenato i nostri amici, chi ha
tagliato la rete per farli scappare, chi ha sparato a morte
sulle povere bestie.
In poche parole, "ne abbiamo viste di tutti i colori",
ma ci siamo ancora.
Poco più del grande prato, molto più confortevole,
più pulito, con l'infermeria.
Ma quando penso ai miei amici mi piace immaginarli ancora
nel grande prato.
Grazia.
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